Insopportabili all'uscita da scuola

Non mi sembrava vero, finalmente potevo andare a prendere la mia bambina all'uscita del nido, dopo mesi e mesi che ci andava la nonna. Ma dopo il primo sorriso, la corsa verso le braccia della mamma, iniziava regolarmente la lamentela. Voglio il latte (ah, quando si accontentavano del latte a merenda!), il passeggino no, a casa no, ho freddo, fame sete, sonno. Crisi.
E così via, fino alla fine della scuola materna. E dopo di lei la sorella.

 

 

Ora ci faccio caso: all'uscita della scuola dell'infanzia è un piagnisteo unico. Sono tantissimi i bambini che frignano, altri si scatenano. Molti si lamentano della merenda, che non è mai quella giusta. I più grandicelli vogliono andare a casa dell'amico. La pazienza viene a mancare, le voci si alzano, i poveri nonni sono esasperati, le poche mamme scambiano sì due chiacchiere, ma intanto i bambini sono particolarmente insofferenti. Lo stesso effetto si ottiene quando il bimbo, in età da nido, sta dalla nonna. "È stato così bravo fino ad ora, non capisco perchè ora che ci sei tu fa i capricci". È la frase che ogni madre detesta sentirsi dire, ma che rispecchia perfettamente la situazione.

Ma capovolgiamo i punti di vista. I bimbi hanno lasciato la mamma alla mattina. Difficile, anche se ormai ci sono abituati. Hanno imparato l'autocontrollo, sanno stare insieme agli altri bambini, sanno gestire qualche frustrazione a scuola. Se sono dalla nonna hanno imparato a rapportarsi con un'altra persona, che comunque non è la mamma. Tutte cose che generano tensione e sono faticose per un bambino piccolo. Non è facile a quattro o cinque anni esprimere quello che si sente dentro. Anche i sentimenti più semplici, come "mi manca tanto la mamma", non riescono ad essere espressi a parole in età prescolare (ma spesso anche dopo). A volte la sgradevole sensazione che c'è qualcosa che non va, sfocia in maniera imprevedibile.

Se dopo una giornata di lavoro siamo irritati, spesso sappiamo che è a causa del traffico, perché qualcuno ci ha pestato il piede, perché il capo ci ha fatto un torto. Possiamo scegliere se raccontarlo, oppure se rimanere arrabbiati e taciturni: in genere sappiamo comunque cosa ci sta succedendo. Loro no, perché sono piccoli, perché hanno un linguaggio ancora semplice, perché non sanno dare un nome a quello che sentono dentro, e se sono più grandicelli, perché fa un po' male farlo.

Quando mi sono accorta che il momento dell'uscita da scuola non aveva la carica di felicità che avrebbe dovuto avere, quando la ricerca di merende sempre diverse mi ha rivelato che non era quello il problema, allora ho capito che dovevo ribaltare tutto. Ci ho messo tre figlie, ma ora il momento in cui le vedo è davvero un attimo di gioia.

Sembra banale, ma noi diciamo "Come sono contenta di vederti ", "Mi sei mancato tantissimo stamattina" sono frasi banali, ma il nostro bambino impara da noi e forse anche se le proviamo ci dimentichiamo di pronunciarle. Un'amica la chiamava "educazione alla gioia". Sembra brutto detto così, ma se la pensiamo come un aiuto ad esprimere quelle piccole emozioni che anche la quotidianità ci dà, ci accorgiamo che questo aiuto lo diamo soprattutto a noi stessi.

 

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