Il piacere di leggere. È innato o si impara?

L’Associazione Xanadu (Comunità per i lettori ostinati) e l’Associazione Culturale Hamelin, rivista di letteratura per ragazzi per una nuova promozione della lettura, hanno recentemente organizzato a Bologna una giornata studio dal titolo ‘La costruzione del lettore’.

L’incontro, che è destinato a diventare un appuntamento fisso negli anni, si è posto l’obiettivo di comprendere perché, nonostante le attività di promozione e animazione sulla lettura si moltiplichino di anno in anno, le statistiche indicano che i giovani lettori non stanno aumentando. Uno dei primi obiettivi dell’incontro, rivolto a genitori, insegnanti, bibliotecari ed operatori della cultura, è quello di convincere gli addetti ai lavori a scambiarsi le loro esperienze a riguardo e a formulare una serie di pensieri che possano essere un primo passo verso una linea guida che aiuti a risolvere e a comprendere il problema.

Avendo partecipato come spettatore a questa giornata di studio, ho pensato di proporvi un breve sunto delle considerazioni espresse e di segnalarvi alcune tracce bibliografiche per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento. All’incontro erano presenti, oltre a rappresentanti delle associazioni coinvolte, lo scrittore per ragazzi Aidan Chambers, Stefano Laffi sociologo, Silvana de Mari psicoterapeuta ed apprezzata scrittrice per i ragazzi. Secondo la mia opinione l’intervento più illuminante è stato sicuramente quello di Emilio Varrà, presidente dell’Associazione Hamelin e titolare della Cattedra di Letteratura per l’Infanzia all’Università di Bologna.

Varrà ritiene che anche se non sono molte le occasioni in cui si riflette sul tema della lettura e delle sue valenze, ben poco si ragiona sulla promozione della lettura stessa ovvero sulle tecniche utili per far leggere i bambini ed i ragazzi. Quale è il vero obiettivo della promozione della lettura? Davvero promuovere significa anche una buona accoglienza del libro da parte dei ragazzi? Concentrarsi sulla promozione ha portato in questi anni alla proliferazione di proposte caratterizzate dal principio “il fine giustifica i mezzi” e quindi alla istituzione di giochi, tornei, quiz, letture animate e trasposizioni teatrali. Questo col reale rischio di cadere nella deriva della proposta differenziata purché qualcosa si legga, o della proposta ruffiana con il consiglio di libri di sicuro successo in quanto pertinenti alla moda del momento o alle strategie di marketing.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo!


La vera finalità della promozione alla lettura deve essere piuttosto la costruzione del lettore, che non si può esaurire con il consiglio dei titoli. Bisogna lavorare più in profondità, tentando di incidere sulla visione del mondo e di se stessi da parte dei ragazzi. La lettura non si deve ridurre semplicemente ad una pratica, ma divenire oggetto di desiderio, risorsa sempre presente nella coscienza, un valore. Solo tenendo presente questi obiettivi si può fare una vera promozione della lettura.
Gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obiettivo, se visti tutti assieme, rischiano di portare ad una precoce rinuncia.
Il libro non è infatti tra i linguaggi più appetibili nell’ottica dei ragazzi, almeno dai dodici anni in su. Il libro costringe ad una serie di condizioni opposte alle, più immediate se non più profonde, esigenze dei ragazzi: il libro richiede solitudine, silenzio, stasi, concentrazione, lentezza, riflessione su di sé, veri e propri babau in una società che ha costruito proprio su ciò i suoi tabù.

Di qui il secondo fattore: è la società stessa che non promuove il lettore come modello. Le recenti Indicazioni nazionali per i Piani di studio personalizzati della Scuola Primaria, in cui non compare alcun riferimento ad una pedagogia della lettura, non sono in questo senso che l’ennesimo sintomo. Non capita mai di sentir dire che è necessario leggere per poter riuscire nella vita, per trovare un lavoro, per realizzarsi. L’abbandono del libro da parte degli adolescenti non è un atto di ribellione, non è la manifestazione di un contrasto generazionale, è piuttosto una piena forma d’integrazione, l’arresa al conformismo di una società adulta che non legge. La lettura diventa sinonimo d’obbligo scolastico, orpello che grava fino a 19 anni e poi si può finalmente abbandonare, per entrare definitivamente nella ‘vita vera’. Chi opera nella promozione della lettura, educatore o genitore che sia, deve quindi tenere ben presente questo obiettivo: riattivare il legame sentimentale tra esperienza e testo, tra libro e vita.

Ma quali sono gli strumenti per avviare questo processo? Secondo Varrà lo strumento principale è l’efficacia simbolica. L’attività di promozione della lettura deve essere in grado di mettere in comunicazione due piani lontanissimi: la quotidianità scomposta dei ragazzi, fitta d’emozioni, parole, incontri, simboli, condizionamenti, innamoramenti, velocità, e una disperata ricerca di senso. Dall’altra, il libro che si distingue dalla vita vissuta per il suo essere opera conclusa, con un disegno complessivo, una trama, un significato. Ed è questo che rende ogni libro un potenziale messaggio nella bottiglia, un suggerimento salvifico, un prezioso modello per la costruzione di un orizzonte di senso personale in cui inserire se stessi e il mondo attorno.
Genitori ed educatori devono creare questo cortocircuito. Ma quale è la scintilla che provoca il corto-circuito? Come riusciamo davvero a ricostruire un legame tra libro e vita? Ci vuole un elemento essenziale senza il quale il miracolo non scatta: l’efficacia simbolica.
Il simbolo, per la capacità di congiungere elementi distanti e incongrui, riesce a coniugare insieme mito e realtà, a confonderli e a fonderli. La sua funzione è quella di fare da induttore, di rendere le due dimensioni comunicabili. La tradizione della scuola, che nell’approccio al testo si preoccupa prima di tutto della sua esatta ‘comprensione’ e delle tecniche di analisi è concentrata sull’importanza della chiarezza della definizione e la capacità cognitiva. I ‘simboli’ sono molto meno attendibili ma fanno appello ad un diverso piano di verità, ci costringono ad una discesa profonda verso una concezione mitica del mondo, verso gli archetipi collettivi che l’uomo ha elaborato per costruirsi un orizzonte di senso.
Ma la domanda che ci si deve porre è: non è forse l’adolescente in questa stessa condizione, di dover prendere le misure per la prima volta con la realtà esterna, di dover imparare a dare un nome alle cose? L’adolescenza riconosce immediatamente una vicinanza con la dimensione simbolica in quanto, questa indefinibilità, è molto vicina alla confusione dell’adolescenza. Nel suo abitare un’età della grazia sbilenca, l’adolescente ha un io ‘minimo’: si guarda, ma non sa bene cosa è, cosa diventerà, si ascolta, e sente dentro sé tante voci. Questa confusione è una ricchezza: l’adolescente può essere ‘tanti’, in lui si scontrano tanti voci: il suo ‘io’ è un condominio abitato dalle tante ‘maschere’ che può diventare. Questa disponibilità è la vera energia dei ragazzi, energia che deve essere sfruttata da chi fa promozione della lettura perché c’è sempre e, al richiamo del simbolo, è subito pronta a risvegliarsi e a proiettarsi nel libro offerto.

Attenti però a non confondere tale adesione con l’identificazione in un personaggio: l’adesione simbolica fa leva su corde più profonde, perché poggia sulle domande più radicate dell’adolescenza. A questo punto Varrà propone un esempio molto interessante che può essere utilizzato da guida nella scelta dei testi da proporre ai ragazzi per suscitare i loro interessi. Nel libro Io sono leggenda di Richard Matheson c’è poca azione e molta staticità. Racconta di un uomo che è l’unico sopravvissuto ad un’epidemia che ha trasformato tutti, il mondo intero, in vampiri. Il protagonista passa le sue giornate a procurarsi cibo e legno per uccidere i vampiri dormienti. Ogni sera invece si barrica in casa ed attende il consueto assalto. Ma non c’è niente di avventuroso: la sua vita perde anzi senso nella ripetizione quotidiana degli stessi atti e di interrogativi senza risposta: perché lui non è stato contagiato? Come vivere in questa condizione? Chi è davvero il mostro adesso e quanto ha senso continuare a vivere in questo modo? Non è meglio uniformarsi agli altri, ad una società vampiresca? Il libro racchiude una grande risorsa proprio perché propone il simbolo del sopravissuto, che racchiude il senso di sradicamento e d’interrogativo sul futuro. I ragazzi lo colgono e lo riconoscono immediatamente. Infatti, si chiede Varrà, non sono forse anche loro dei sopravissuti dopo la perdita dell’infanzia? Non si sentono forse unici e soli, nonostante tutti i mascheramenti di gruppi, branchi, compagnie? Non temono anche loro di uniformarsi ad una società diversa, quella adulta, di cui non riescono a comprendere ed accettare i valori?
La conclusione dell’intervento è che la semplice offerta di un libro deve assumere un significato più ampio: muovere i ragazzi ad integrarsi nel loro presente, a intravedere tracce di futuro.
A chi obietterà che non è questo il vero obiettivo di una promozione di lettura e che si rischia di trascendere dal proprio ruolo e di ampliare troppo le proprie ambizioni ed il campo d’azione, risponderemo che questo è il solo modo possibile di ‘costruire lettori’.
Solo toccando davvero la loro vita, con tutta la complicazione e i rischi che questo comporta, è possibile costruire un legame duraturo con la lettura, che muovendo dalla pagina stampata possa aprirsi alla visione della complessità del nostro mondo.

Per saperne di più:
www.hamelin.net
xanadu
Il Piacere di leggere e come non ucciderlo, Aidan Chambers - Edizioni Sonda
www.sonda.it


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Cane nero

Conoscete la leggenda del terribile Cane Nero? Pare basti un suo sguardo per scatenare gli eventi più funesti. 

Così, quando una mattina d'inverno si presenta fuori dalla casa dalla famiglia Hope, tutti scappano impauriti. Tranne la giovane Small, che saprà riportare la bestia alle giuste dimensioni.
Un libro che insegna ai bambini (e non solo) a guardare in faccia e ad affrontare le proprie paure e le proprie ansie, non importa l'età. Magari scoprendo che non sono poi così tremende come uno pensa.

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi

Nebbia di streghe

Nebbia di streghe, una bella fiaba avventurosa, avvincente e allo stesso tempo commovente, che aiuta i giovani lettori a comprendere la separazione tra genitori. 

Carletto è il protagonista di questo libro, ha sette anni e vede fra i sui genitori una nebbia grigia, che con il passare del tempo, diventa sempre più fitta, al punto tale che non riescono quasi più a parlare e ad incontrarsi.

La nebbia l’ha mandata la strega Cunegonda, perché Carletto non ha accettato di seguirla nel suo castello, dove lei lo ha invitato per una grande festa di bambini.
Carletto, rendendosi conto che la nebbia fra i genitori peggiorava decide di seguire la strega, con la speranza che questo possa servire a farla svanire.

Giunto al castello, Carletto scopre che insieme a lui ci sono tantissimi altri bambini e comincia un avventura che li porterà a sconfiggere le streghe, colpevoli di voler trasformare i bambini in streghe e streghi, e a fuggire dal castello.

Al suo ritorno a casa la gioia dei genitori è immensa ma dopo pochi giorni la nebbia ritorna, a quel punto Carletto è convinto che quello che sta succedendo accade solo per colpa sua.
Per fortuna trova il coraggio e si confida con la mamma, la quale gli spiega che a volte fra i genitori cala una nebbia che rende difficile la loro convivenza, al punto tale che non riescono nemmeno più a rivolgersi la parola.
La colpa non è certamente di Carletto, lui non c\'entra niente, può succedere che i genitori smettano di amarsi, e anche se ciò accade non smetteranno mai di voler bene ai loro bambini.
La mamma spiega a Carletto che l’unico modo per far si che la nebbia vada via è che la mamma e il papà non vivano più sotto lo stesso tetto.
Carletto è spaventato perché non sa che fine fanno i bambini che hanno i genitori che si separano, la mamma lo rassicura immediatamente, abbracciandolo teneramente e spiegandogli che i bambini staranno un pò nella nuova casa della mamma e un pò in quella del papà, in modo tale che quell’orribile nebbia non torni più.

autore: Giulio Levi

editore: Falzea Editore