Non lo sopporto proprio

Non lo vogliamo ammettere, eppure è così: tantissime volte non sopportiamo i nostri bambini. 
Non succede costantemente, ma con un figlio in particolare (non necessariamente sempre lo stesso) in un dato momento della sua crescita. Ci sta proprio antipatico: non sopportiamo il suo atteggiamento aggressivo oppure non ci piace il suo carattere. Ci delude, ma soprattutto non riusciamo a relazionarci con lui. 

Lo vediamo bene che lui lo sente, ancora di più se ci sono altri fratelli, magari in un momento in cui gli altri non danno particolari problemi. Già perché i fratelli non crescono tutti insieme, ci sono momenti in cui uno è in crisi che spesso coincidono con i momenti di particolare benessere e maturità dell'altro; magari è sempre così: un figlio è in sintonia con noi e quell'altro no, si scontra e noi inevitabilmente tiriamo fuori il peggio. 

Va bene, l'abbiamo appurato, lo sappiamo. Sappiamo che si instaura una dinamica deleteria e dentro di noi - siamo umane, no?- ci infuriamo. Ma perché? Perché quel figlio o quella ragazzina riescono a farci perdere il lume della ragione? La risposta a volte è semplice: sono disordinati, maleducati, incapaci, superficiali. Noi diciamo una cosa e le parole si disperdono nell'aria. Due ore per prepararsi, rispostacce a non finire, l'elenco è lunghissimo. Curiosamente capita che parlando con altri di questo bambino o questa bambina, l'altro genitore o qualche amica, si meravigliano di quanto siamo dure e ingiuste con loro. E ci elencano una serie di pregi. 
Come minimo veniamo colpite dai sensi di colpa, quelli sono sempre in agguato: siamo capaci di sentirci in colpa per tutto. Eppure dovremmo fare un passo indietro e tornare a chiederci: cosa ci dà tanto fastidio in lui/lei? Perché nei momenti di rabbia siamo capaci di dire cose tanto dure? 

Tutti noi genitori abbiamo appreso almeno in teoria che davanti a un atteggiamento sbagliato non va mai insultata la persona, va semmai criticata l'azione, mettendo l'accento su noi stessi, sul rispetto che ci devono. Sappiamo anche che possiamo pure arrabbiarci e urlare, ma che dobbiamo essere capaci di tornare indietro e ammettere che siamo stati prese dalla rabbia e che gli vogliamo bene. 

Eppure tutto questo non basta se non ricordiamo che anche noi eravamo delle bambine che volevano essere amate senza sentirsi giudicate o etichettate come imbranate, ribelli, indisponenti, maleducate. Il fastidio che loro, i nostri bambini, ci provocano, ha radici profonde e se ci pensiamo bene, quello che i nostri genitori pensavano di noi è parte di ciò che siamo.

E allora, al di là delle singole regole che dobbiamo certamente esigere che vengano rispettate, ricordiamo che hanno bisogno della nostra fiducia incondizionata. Noi siamo le uniche persone con cui non occorre guadagnarsela, perché quando i ragazzi ottengono la nostra fiducia e la nostra stima, inevitabilmente hanno fiducia in se stessi ed è più facile che anche il resto del mondo li stimi. Sono i nostri bambini, così diversi da noi ma ricchissimi dentro: basta guardarli come si sciolgono in quei forse rari momenti in cui li abbracciamo, quando riscopriamo momenti preziosi condivisi. Questi momenti ci rimangono dentro e, smettendo di giudicarli a priori, saremo più indulgenti anche con noi stessi. 

Allora scopriremo lati del loro carattere sorprendenti, i nostri bambini se ne accorgeranno e si innescherà una reazione a catena che ci renderà finalmente fieri di loro e di noi stessi. 

Pin It
Accedi per commentare

Il sogno ostinato. Lettere dall'Africa

È la raccolta di lettere che l'autrice ha scritto a familiari e amici durante i suoi soggiorni in Africa come cooperante.

Un'analisi del problema Africa diversa dal solito, non permeata dal solito pietismo misto ad esaltazione che accompagna i racconti delle missioni umanitarie. Al contrario, il libro è molto lucido e critico ma contemporaneamente appassionato e empatico.

autore: Silvia Montevecchi

editore: Terre di Mezzo

L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento

Non sono più rami storti da raddrizzare e nemmeno vasi da riempire i nostri ragazzi che frequentano le scuole, siano esse primarie, secondarie o università . L’insegnante deve recuperare il ruolo che è indicato nella stessa etimologia  della parola “insegnare”, lasciare un segno, un’impronta importante nell’allievo, svincolandosi dal contenuto del sapere, per trasmettere l’amore per il sapere. 

Leggi tutto...

I No che aiutano a crescere

A prima vista si può pensare che questo libro presenti il "No" come strumento educativo e non come conseguenza di un normale rapporto tra le persone.

Almeno, così pare leggendo la quarta di copertina:
Un neonato strilla, un bambino vampirizza la madre, un adolescente sta fuori fino a notte fonda. Per paura di frustrarli, i genitori spesso rinunciano a educare i figli, a riconoscere i confini tra l'io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l'ansia, a sopportare le avversità. Nelle famiglie si creano cosi situazioni di disagio per la semplice incapacità di dire un no. Dovrebbe essere ovvio che in certi casi bisogna dire di no, eppure l'opinione comune è che sia meglio dire di sì. Non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto può pero avere conseguenze negative sulla relazione tra genitori e figli, come anche sullo sviluppo della personalità dei bambini.

In realtà, il libro è un'analisi lucida e profonda del comportamento dei bambini dalla nascita all'adolescenza e del loro rapporto con i genitori. I "No" e i limiti non sono solo quelli che il genitore dice al bambino, ma sono soprattutto quelli che il genitore impara a dire a se stesso per favorire la crescita del figlio. Le ragioni del bambino sono sempre tenute in considerazione, come pure l'interazione madre-figlio. I limiti sono anche per la madre, quando non sa accettare che il figlio possa essere diverso da come lei se lo immagina, quando non accetta che possa essere autonomo, o quando interferisce con il ritmo e le sue modalità di apprendimento.

È pieno di ottimi spunti e di buon senso e, a dispetto del titolo, non è affatto un incoraggiamento a una revisione autoritaria del ruolo genitoriale.

autore: Asha Phillips (traduzione L. Cornalba)

editore: Feltrinelli