Un grido di dolore. Mutilazioni genitali femminili

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in tutto il mondo sono circa 125 milioni (dati Unicef 2014) le donne ad aver subito una qualche forma di mutilazione, ed ogni anno circa due milioni di bambine ne sono vittime.

Questa pratica persiste da secoli, nonostante non abbia alcun fondamento religioso, ma solo culturale, nelle società a carattere patriarcale dove la sessualità femminile è vista come un istinto impuro, che deve essere controllato; ha lo scopo di conservare e di indicare la verginità al futuro sposo e di rendere la donna una specie di oggetto sessuale incapace di provare piacere nel sesso. Sono le mamme, a loro volta mutilate, che portano le figlie al patibolo, dimenticando la sofferenza subita, perché convinte di salvaguardare l’onore della famiglia.

Tre sono le tipologie di mutilazione genitale femminile: circoncisione, clitoridectomia, infibulazione:

Circoncisione
Consiste nella rimozione del prepuzio del clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche.
Escissione o Clitoridectomia
Consiste nella rimozione parziale o totale del clitoride assieme ai tessuti adiacenti delle piccole labbra.
Infibulazione
È la forma più drastica di mutilazione genitale. Consiste nell’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e le pareti interne delle grandi labbra, i lembi della vulva vengono uniti e saturati con 4 o 6 spine, riducendo l’orifizio della vulva, lasciando una piccola apertura per permettere il passaggio dell’urina e del flusso mestruale. Quando l’intervento è concluso le gambe vengono legate insieme dalla vita sino alla punta dei piedi per 3/4 giorni, vengono tolte le spine, le cosce vengono legate nuovamente ma meno strette per permettere di camminare con un bastone, sino a guarigione avvenuta.
Se con l’infibulazione non si ottiene un piccolissimo orifizio, l’intervento viene ripetuto.

Le mutilazioni vengono eseguite da levatrici tradizionali, con una speciale lama di rasoio, senza anestesia e senza precauzioni antisettiche su bambine dai 3 agli 8 anni, è per lo più praticata nel continente africano, nella parte meridionale della Penisola Arabica, nel Golfo persico e in alcune zone del Medio Oriente. In queste società una ragazza è considerata impura e non adatta la matrimonio se non si sottopone a questo intervento, e più è piccolo l’orifizio e migliori sono la reputazione della ragazza e l’onore della famiglia.
Queste ragazze al momento del matrimonio devono poi essere sottoposte alla defibulazione, che consiste nel fare una piccola incisione per separare le piccole labbra precedentemente unite, viene praticata dalla levatrice o dal marito, le parenti femminili dello sposo esaminano la sposa poche settimane dopo il matrimonio e, se necessario, allargheranno l\'apertura vaginale. Il più delle volte la separazione della vulva, fatta per permettere la consumazione del matrimonio è incompleta così che durante il parto è necessaria un’ulteriore incisione per permettere al bambino di nascere. Dopo ogni parto la donna viene nuovamente suturata.

Le conseguenze per la donna sono tragiche e chi sopravvive subirà una serie di complicazioni immediate ed a lungo termine:

Complicazioni immediate: lo shock dovuto alla paura, al dolore e alla perdita di sangue. Le emorragie sono molto frequenti così come le infezioni che impediscono alla ferita di rimarginarsi, la ritenzione urinaria dovuta alla paura ed al dolore di far scorrere l’urina nella zona dolente.
Le complicazioni a lungo termine: sono cisti ed ascessi vulvari, infezioni pelviche croniche, difficoltà coitali, mancanza di orgasmo, infertilità, complicanze ostetriche.
Non meno importanti sono le complicazioni psicologiche: costanti preoccupazioni per le mestruazioni mensili, le varie sofferenze affrontate durante il matrimonio a causa dell’infibulazione così come la dolorosa defibulazione, la penetrazione forzata e, a volte, la violenza fisica durante il rapporto sessuale col marito e la preoccupazione per il parto.

Le mutilazioni genitali femminili sono una pratica da sconfiggere.
Sono molte le organizzazioni mondiali che lottano da anni perché questa pratica venga abbandonata del tutto. Fortunatamente, anche nei paesi dove è tradizionalmente più praticata vi sono entità, anche governative, che la combattono.

In Italia vivono oltre 40mila donne infibulate, per lo più di origine somala e nigeriana e, ogni anno, almeno 5mila bambine sono a rischio nonostante la nuova legge preveda pene severe.
Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7 il nostro Parlamento ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile. Al codice penale è aggiunto l'art. 583 bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre alla infibulazione, anche la clitoridectomia, la escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.

Per approfondirei:

UNICEF

Amnesty International

Associazione Italiana donne per lo sviluppo 

Non c'è pace senza giustizia

STOP FGM

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