Quando i figli si ammalano: cosa dice la legge

Quando un figlio è malato, vorremmo solo stargli accanto, e gestire la situazione con il nostro datore di lavoro dovrebbe essere l'ultimo dei nostri pensieri. 
È proprio per venire incontro a questa esigenza dei genitori che esiste una normativa al riguardo, che regolamenta, oltre a molte altre cose, anche le assenze dal lavoro per motivi di cura dei familiari prossimi. 

La legge è chiara, anche se non sufficiente a rispondere alle esigenze genitoriali e al diritto alla cura e all'assistenza dei figli. 

Finché i propri figli hanno meno di tre anni, le garanzie sono elevate: i genitori possono astenersi dal lavoro, non contemporaneamente, ogniqualvolta il figlio si ammali. Non ci sono limiti di tempo, e l'unica cosa che deve fare il genitore è presentare un certificato medico, rilasciato da un medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato, che attesti la malattia del bambino.
Durante queste assenze il genitore ha diritto che gli venga versata la contribuzione figurativa, fatti salvi trattamenti di miglior favore previsti dai diversi contratti nazionali. Non sono previste visite fiscali, quindi non vi è obbligo di essere presenti a casa in determinati orari, come accade quando è il genitore ad essere malato. 

Le garanzie diminuiscono quando i bambini compiono tre anni: i giorni di assenza non possono superare i cinque all'anno per ciascun genitore (come se i bambini oltre il terzo anno di età non si ammalassero quasi più…) e durante le assenze il genitore non viene pagato, anche se vengono comunque versati i contributi, secondo le modalità previste dall'art. 3 della legge n. 53 dell8 marzo 2000. 

L'ottavo compleanno segna uno spartiacque definitivo: il legislatore deve aver pensato che il pargolo sia ormai diventato un coraggioso ometto o una brava donnina, e soprattutto abbia sviluppato tali difese immunitarie da non ammalarsi mai. Se proprio si ammala, ormai sa badare a se stesso, e se ne può stare da solo a casa. Infatti per la legge non sono previste assenze per malattie dei figli oltre l'ottavo anno di età dei medesimi. 

Per documentate e gravi infermità di figli, parenti entro il secondo grado e conviventi, la legge concede tre giorni di permesso retribuito all'anno, di cui vorremmo però non usufruire mai, visto che sono concessi solo per gravissime motivazioni. 

Sempre per gravi e documentati motivi familiari si può richiedere un periodo di congedo, non superiore a due anni anche frazionati. Durante tali periodi viene garantito esclusivamente il diritto alla conservazione del posto di lavoro, ma né lo stipendio né i contributi previdenziali saranno corrisposti: il lavoratore potrà, volendo, versare questi ultimi autonomamente.

Per saperne di più:

Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 
Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53

Legge 8 marzo 2000, n. 53 
Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città

Legge 30 dicembre 1971, n. 1204 
Tutela delle lavoratrici madri 
(abrogata dal Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151) 

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Il ritmo del corpo. Muoversi con consapevolezza

Un libro e un percorso sulla consapevolezza del sé, per sintonizzare il proprio corpo e la propria mente con i ritmi interiori e con quelli dell’ambiente che ci circonda attraverso la pratica costante, perseverante e umile del Daoyin Yangshen Gong, la forma del qi gong diffusasi in Cina negli anni 70 al fine di migliorare la salute e acquisire longevità.

Gli autori del libro, uno insegnante di qi gong e operatore tuina e l’altra fondatrice dell’Associazione Culturale ”Centro per lo Sviluppo Evolutivo dell’Uomo”, raccontandoci la propria esperienza personale maturata da contesti diversi, ci conducono passo dopo passo e con estrema chiarezza in questa dimensione caratterizzata da esercizi fisici armonici e rilassanti di estremo beneficio per la nostra salute, ma anche e soprattutto funzionali ad un recupero della capacità del nostro corpo-mente di ascoltarsi lasciando scorrere le energie vitali.

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi

Oggi a scuola è arrivato un nuovo amico

"Parlano russo, indiano, swaili o spagnolo. Sono confusi ed intimoriti, a volte sono introversi e persi nel loro mondo, a volte sono inquieti ed irrequieti. Hanno sei anni e ne dimostrano quattro, emotivamente poi sembrano ancor più piccoli. A sette e otto anni non hanno idea di quel che sia una scuola, un libro... Sono i figli dell'adozione internazionale.

Nella loro vita ci sono due madri, due famiglie, possono avere un passato segnato da traumi, possono aver vissuto per anni in un istituto, possono aver viaggiato da un continente all'altro, hanno sempre viaggiato o da un prima ad un dopo, molto diversi tra loro, per avere una famiglia stabile e serena.

Arrivano in classe con le loro lingue, le loro culture, i tradimenti degli adulti, il loro aver trovato una famiglia attraverso l'adozione. Arrivano in classe con i nuovi genitori, genitori a volte stanchi, ansiosi, desiderosi di trovare nelle insegnanti delle alleate che li aiutino nei primi bellissimi e faticosissimi mesi di formazione di una nuova famiglia.

Raramente gli operatori della scuola conoscono le realtà, le storie dei bambini, le procedure, le vicissitudini burocratiche, le attese e le avventure dei genitori adottivi. A volte sembra che manchino i canali per parlarsi e che scuola e famiglia siano due mondi che non riescono a raggiungersi.

La scuola accogliendo in sé - attraverso i bambini - le moltissime istanze del sociale, può oggi farsi promotrice di una cultura della convivenza civi­le dove ogni differenza trovi modo di esprimersi per quanto ha di ricco, nuovo, stimolante per tutti noi. È per questo che desideriamo creare un'alleanza tra genitori e maestre, un'alleanza dentro cui i bambini cresceranno serenamente, i genitori si sentiranno sostenuti e le insegnanti vedranno riconosciute al meglio le proprie capacità."

autore: Anna Guerrieri, M. Linda Odorisio

editore: Armando Editore