Sarà pronto per andare da solo?

Spesso ci capita come genitori di dover scegliere se lasciare che nostro figlio faccia delle cose fuori del ristretto ambito familiare (genitori, nonni, baby-sitter) e dal contesto istituzionale (nido, scuola); a seconda dell'età, può essere un pomeriggio a casa di un amico, oppure, quando sono più grandi, a dormire, o una piccola vacanza dalla famiglia di un amico, oppure un centro estivo, o un soggiorno in colonia, una vacanza-studio all'estero. 

 



Sono tutte situazioni che presentano caratteristiche comuni: 


- non è quasi mai indispensabile fare queste esperienze, a meno di problemi logistico-organizzativi per i quali si possono quasi sempre trovare altre soluzioni; 
- sono situazioni verso le quali i bambini nutrono sentimenti contrastanti: eccitazione e voglia di fare quest'esperienza da grande, paura di trovarsi soli senza la rassicurante presenza delle persone del loro ambito familiare più ristretto;
- i genitori stessi non riescono a dare una valutazione univoca: da un lato sarebbero contenti che il proprio pulcino facesse il salto fuori del nido, dall'altro temono di precorrere il tempi, che il bambino non sia pronto, oltre a nutrire timori relativi alla sicurezza della situazione o delle persone a cui lo affidano. 

I consigli che mamma e papà si sentono dare afferiscono solitamente ai medesimi due partiti: da un lato c'è chi incita a spronare il pargolo a superare le proprie titubanze, in nome di una crescita e di una conquista di autonomia, che sarebbero sempre positive a prescindere; dall'altro, chi invece ritiene che non si debba forzare la mano, e che un bambino debba fare le proprie esperienze solo quando è pronto. 

Fermo restando che molto dipende dall'età del bambino, ritengo che quest'ultima affermazione sia profondamente vera: la difficoltà sta tutta nel valutare quando sono davvero pronti, che non sempre coincide con quando dicono di esserlo. 

Quello che loro dicono dipende da molti aspetti: da come percepiscono le aspettative dei genitori, ma anche degli amici al riguardo, dalle modalità con cui vivere i distacchi, da come si prefigurano l'esperienza. 

Se, ad esempio, sentono una forte titubanza da parte del genitore possono ricevere il messaggio che, in fondo, fare quell'esperienza non è sicuro, e quindi si tirano indietro anche se in realtà sarebbero perfettamente in grado di affrotarla. Al contrario, se il genitore spinge molto ad andare, potrebbero manifestarsi entusiasti per non deludere le aspirazioni della mamma o del babbo, anche se, nel profondo, è l'ultima cosa che vorrebbero fare. 

Per decidere come comportarsi bisogna prendere in considerazione vari elementi: prima di tutto bisogna cercare di capire di quale natura sono i timori del proprio figlio, e se è pronto a superarli oppure no. 
Le paure, spesso, sono una sana forma di difesa, che impedisce loro di fare esperienze per le quali non sono pronti, ma altrettanto spesso sono solo un ostacolo, che i bambini stessi vorrebbero essere aiutati, con una piccola spinta, a superare. 
In questi casi è proprio forzando un po' le cose che si va incontro ai bisogni profondi di quel bambino. 

Altra questione fondamentale da chiarire con noi stessi è se il contesto in cui lasceremmo nostro figlio ci ispira fiducia oppure no. Insomma, se saremmo tranquilli a lasciare il nostro bambino senza di noi, in quella famiglia/casa/scuola. Se non ci sentiamo tranquilli (ed anche le più ansiose sanno riconoscere, in fondo al cuore, se la propria mancanza di sicurezza deriva dall'ansia o da una sfiducia più profonda, da tenere in considerazione), meglio evitare o, quantomeno, approfondire la nostra conoscenza della situazione. 

In ogni caso, trovarsi completamente soli in un ambiente sconosciuto non è facile per nessuno, a volte nemmeno per un adulto, quindi, almeno per il primo soggiorno fuori casa, io cercherei di organizzare le cose in modo che sia presente anche un fratello, o un amichetto. 

C'è poi da valutare il grado di autonomia di nostro figlio, se è in grado di cavarsela senza di noi, le maestre, la nonna. Anche qui dando fiducia al bambino, che ci potrebbe riservare piacevoli sorprese, ad esempio approfittando, nell'occasione, per imparare e fare delle cose che prima non sapeva o voleva assolutamente fare, ma anche considerando tutti gli aspetti con realismo: se nostro figlio settenne non ha mai dormito fuori casa, eviterei di mandarlo in campagna dall'amichetto, anche per una sola notte, se è a 200 chilometri di distanza, se non altro per non trovarsi costretti ad andarlo a riprendere così lontano alle tre di notte. 

Non c'è una risposta univoca ma, come quasi sempre, bisogna interrogarsi con sincerità ed empatia su quello che vogliamo noi e quello che vuole il pargolo, cercando di capire cosa vuole davvero fare e se è pronto. 

Teniamo conto che si tratta di esperienze che, se fatte al momento giusto, rappresentano un'occasione di crescita e arricchimento di tutti, anche nostro, come ha sintetizzato benissimo una mamma del forum: 

Lunedì mattina alle otto porto C. al centro estivo. Tutto perfetto sulla carta e la bambina sembra ben convinta, d'altra parte quest'anno lavoro fino al 12 agosto e quindi l'alternativa non sarebbe certo stata diversa. 
Arriviamo e ci sono non meno di 150 bambini, tutti con la maglietta e il cappellino uguali: il colpo d'occhio è incredibile, sul prato sembrano una macchia bianca di formichine in continuo movimento. 
Lei si stringe, mi prende la mano e sussurra "Vogliamo ripensarci, mamma?" 

Penso a voi, ai vostri consigli di sempre e provo con dolcezza: "Scendiamo giù e vediamo che facce hanno, vuoi?" 

Fortuna insperata, appena sul prato sentiamo un urlo lontano: è una sua compagna di classe. La lascio all'educatrice e tiro un sospiro di sollievo. 

Questa mattina, dopo quattro giorni di esperienza, su quelle stesse scale mi dice "Mamma per fortuna siamo scese lunedì, che peccato se avessimo rinunciato, qui sono contenta". 
Le sorrido e sento di amarla ancora un po' di più.


Altri articoli sull'argomento:

L'adolescente verso l'autonomia
Via da casa con la maestra e i compagni

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Io gioco da sola

Sull'andare a scuola da soli:

Il piedibus
E. Tonucci - la città dei bambini

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I No che aiutano a crescere

A prima vista si può pensare che questo libro presenti il "No" come strumento educativo e non come conseguenza di un normale rapporto tra le persone.

Almeno, così pare leggendo la quarta di copertina:
Un neonato strilla, un bambino vampirizza la madre, un adolescente sta fuori fino a notte fonda. Per paura di frustrarli, i genitori spesso rinunciano a educare i figli, a riconoscere i confini tra l'io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l'ansia, a sopportare le avversità. Nelle famiglie si creano cosi situazioni di disagio per la semplice incapacità di dire un no. Dovrebbe essere ovvio che in certi casi bisogna dire di no, eppure l'opinione comune è che sia meglio dire di sì. Non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto può pero avere conseguenze negative sulla relazione tra genitori e figli, come anche sullo sviluppo della personalità dei bambini.

In realtà, il libro è un'analisi lucida e profonda del comportamento dei bambini dalla nascita all'adolescenza e del loro rapporto con i genitori. I "No" e i limiti non sono solo quelli che il genitore dice al bambino, ma sono soprattutto quelli che il genitore impara a dire a se stesso per favorire la crescita del figlio. Le ragioni del bambino sono sempre tenute in considerazione, come pure l'interazione madre-figlio. I limiti sono anche per la madre, quando non sa accettare che il figlio possa essere diverso da come lei se lo immagina, quando non accetta che possa essere autonomo, o quando interferisce con il ritmo e le sue modalità di apprendimento.

È pieno di ottimi spunti e di buon senso e, a dispetto del titolo, non è affatto un incoraggiamento a una revisione autoritaria del ruolo genitoriale.

autore: Asha Phillips (traduzione L. Cornalba)

editore: Feltrinelli

La mia mamma guarirà

Questa è la storia di Alvise un bambino di sei anni e della sua mamma Maria.

Alvise racconta di alcuni episodi di vita quotidiana, l'insorgenza e la progressione della malattia della mamma. Quando la mamma ha i primi malori, Alvise è ancora piccolo e va in prima elementare, quindi vede solo i sintomi, non riesce a collegare fra loro i singoli eventi, ma ascolta con interesse e timore le parole dei genitori e dei medici.

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Flicts

Flicts è un colore triste e solitario perché nessuna cosa intorno ha quel colore e nessuno vuole giocare con lui. Flicts non è rosso, non è giallo, non è verde, non è blu. Il sole è giallo, il cielo è azzurro, i fiori sono rossi, arancioni, rosa. Ma niente è flicts. Nessun colore lo invita a fare il girotondo, tutti hanno da fare quando lui li cerca. Finché non scopre che .... la luna è flicts. Pochi hanno visto il vero colore del suolo lunare, ma Armstrong, il primo astronauta che ha messo piede sul nostro satellite, garantisce che la luna ha quel colore, con tanto di autografo. 

Un librino bello, colorato. Flicts in realtà è una specie di ocra, colore forse "normale" per noi, ma ogni bimbo in realtà si sente un po' flicts, a volte. Vorrebbe essere uguale agli altri e invece è diverso. Le chiavi di lettura sono tante e secondo me ha una poeticità semplice ma commovente.

Alves Pinto Ziraldo è tra i più conosciuti autori per l'infanzia in lingua portoghese.

Consigliato per l'età prescolare. 

autore: Alves Pinto Ziraldo

editore: Editori Riuniti