Quando la mamma si arrabbia

Se non hai figli non lo sai. Non lo sai che la collera potrebbe diventare un problema, nella tua vita. 
Poi, quando hai davanti un soldo di cacio di tre anni che si rifiuta ostinatamente di mettersi le scarpe la mattina, o una ragazzina che ti risponde con strafottenza, rivolgendoti uno sguardo misto di sfida e disprezzo, a volte basta un attimo per ritrovarsi ad urlare, minacciare, schiaffeggiare, insultare. 

Che fare in questi casi? 
La prima cosa è accettare l'emozione che è all'origine del comportamento violento, e capire che non bisogna reprimerla, ma prevenire il comportamento violento che talvolta ne deriva. 
Reprimendo la nostra rabbia, trasmetteremmo ai nostri figli il messaggio che la rabbia non sia un'emozione lecita, mentre tutte le emozioni devono essere permesse. 
È l'esplosione violenta della rabbia che va gestita in modo che faccia meno danni possibile. 
Nella pratica, la strategia è quella di rendere esplicita la nostra arrabbiatura, ma di incanalarla in modo da evitare di picchiare o offendere. 
Prendiamo la nostra rabbia e usiamola in modo creativo. Tiriamola fuori, ma senza violenza diretta. Al limite urlando, senza però esprimere commenti giudicanti sui nostri figli. 
Ad esempio dicendo cose come "Quando ti vedo picchiare tua sorella mi viene voglia di trattare TE allo stesso modo!" o anche "Quello che hai fatto è per me inaccettabile, e mi viene l'istinto di…." Ma senza offendere il bambino né fargli violenza. Usando la parola io invece che la parola tu, la parola quando invece cheogni volta che... Oppure, se la collera è veramente tale da farci temere di dire o fare cose da cui sarebbe difficile tornare indietro, meglio allontanarsi e aspettare di aver sbollito la rabbia, magari anche esprimendola ma senza indirizzarla verso nostro figlio, ad esempio urlando o tirando un cuscino sulla parete.

A lungo termine, credo che la strada per evitare in modo più profondo queste dinamiche fra genitore e figlio sia quella di prendere in mano la nostra storia e cercare di capire perché proprio quel comportamento, quella frase, quel giudizio scatena in noi una reazione così forte. 
Renderci conto che ci siamo fatti mettere in discussione come persone dai nostri figli e impegnarci, lavorando su noi stessi, perché non accada più. 
Non ci devono essere ambiguità di ruoli fra genitori e figli: non si può chiedere a un figlio di riconoscerci come individui e di dare nutrimento alla nostra autostima: per un figlio non siamo una persona, siamo un riferimento esistenziale. I suoi comportamenti di sfida non hanno lo scopo di mettere in crisi noi, ma di crescere affrancandosi da noi. 

Questo non vuol dire non metterci in gioco nel rapporto con i nostri figli, ma farlo mantenendo ben definito il ruolo di padre/madre. Credo che alla fine sia questo il segreto di quella dote misteriosa che chiamano autorevolezza: la capacità di mettersi in gioco senza chiedere all'altro la conferma e il consenso per quello che siamo. È importante trovare la nostra strada per raggiungerla, perché il rischio di chi è poco autorevole è quello di diventare autoritario. Soprattutto con chi è più debole, con i bambini.

Questo non ci eviterà di farci prendere dalla collera di tanto in tanto, ma ci aiuterà a mettere una distanza fra noi e il resto, ad evitare il corto-circuito emotivo. 

Per saperne di più:
Le punizioni servono?
Non lo sopporto proprio
Che male fa uno sculaccione?

Per approfondire:
Nancy Samalin – Coccole e capricci. Amore e rabbia nell'esperienza educativa – Fabbri editori 
Isabelle Filliozat – Le emozioni dei bambini – Piemme
Adele Faber and Elaine Mazlish - Liberated Parents/Liberated Children: Your Guide to a Happier Family – Harper Collins

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