La questione rom a Milano

La Casa della Carità di don Virginio Colmegna opera a Milano e accoglie le persone in difficoltà: uomini e donne, italiani e stranieri, giovani e anziani, famiglie con bambini, chiunque viva situazioni di fragilità, disagio sociale ed emarginazione. I Rom e i campi nomadi sono tra le principali aree di intervento. Dal 2006 propone il Patto di socialità e legalità come strumento di mediazione culturale e di convivenza: il primo passo per restituire dignità ai rom e costruire con loro percorsi di inserimento sociale. Attualmente, su mandato del Comune di Milano, la Casa della Carità gestisce il campo nomadi di Via Triboniano proprio applicando il Patto di socialità e legalità.

Abbiamo intervistato Fiorenzo De Molli, operatore e coordinatore degli interventi sociali presso il campo nomadi di Via Triboniano a Milano.

Chi sono i Rom di Milano? Da dove vengono? Perché vengono? Che aspettative hanno? Da quanto sono a Milano? Come si è evoluta la situazione negli anni?
A Milano c'è un pò di tutto: Rom italiani, Rom comunitari (rumeni) e Rom extracomunitari (fondamentalmente bosniaci e kossovari). I campi sono stati voluti una trentina di anni fa, ma gli eventi che hanno fatto incrementare il numero di Rom in arrivo (e a volte solo in transito) sono stati essenzialmente: la caduta del muro di Berlino nel 1989, la guerra di Bosnia e i bombardamenti di Serbia e Kossovo alla fine degli anni '90 che hanno fatto scappare tante persone dai loro paesi, tutti eventi che hanno portato alla disgregazione della ex-Jugoslavia.
Il motivo per cui lasciano le loro case e vengono in Italia è semplicemente la ricerca di migliori condizioni di vita: nella fabbrica della Pirelli aperta nel 2005 a Slatina in Romania, un operaio guadagna circa 120 euro al mese, loro sanno che venendo in Italia possono guadagnare 10 euro al giorno con l'elemosina. Il motivo del perché vengono si capisce facilmente!
Vivono in estremo degrado nei campi alle periferie delle città, campi che sono una soluzione tutta italiana, tant'è vero che non esistono negli altri paesi europei.

Da dove nasce la paura dei Rom?
Certamente è una paura che c'è da sempre, una paura atavica, frutto del pregiudizio e dell'ignoranza riguardo questo popolo. In occasione della Conferenza europea sulla popolazione Rom, promossa dal Ministero dell'Interno e dal Ministero della Solidarietà Sociale e svoltasi a Roma il 22 e 23 gennaio 2008, Renato Mannheimer ha presentato una ricerca di Paola Arrigoni che ci dice che solo un italiano su mille ha una visione corretta della realtà dei Rom. E non si tratta poi di chissà quali conoscenze... Le domande erano 4: quanti sono i Rom e Sinti in Italia? Quanti sono italiani? Rom e Sinti sono nomadi? Rom e Sinti sono un popolo omogeneo per cultura, lingua e provenienza? I Rom in Italia sono circa 200mila (il 35% degli italiani sovrastima la presenza, parlando anche di 2 milioni di zingari e la cifra giusta la dà solo il 6%); la metà dei Rom sono italiani da diverse generazioni (lo sa solo un quarto degli italiani); i rom non sono più prevalentemente nomadi (lo sa solo il 16%) e non sono un popolo omogeneo per cultura, lingua e provenienza (qui va un po' meglio, lo sa il 37% degli italiani). 
Grande disinformazione, quindi. In un senso e nell'altro: per esempio, non è vero che sono tutti nomadi: alcuni preferirebbero di gran lunga avere una casa, un posto sicuro e stabile. Certo, c'è chi invece vorrebbe vivere in caravan ma sono gusti personali, così come esiste una gran varietà di persone che fa le loro scelte, senza per questo essere rom. Anche molte idee sulla "cultura rom" sono luoghi comuni: ad esempio, non esiste un concetto particolare di solidarietà né un senso spiccato di famiglia con i quali invece a volte si giustifica questo loro vivere in campi. Ci sono famiglie e famiglie come tra tutte le persone. Anche i Rom sono razzisti, anche loro hanno pregiudizi. Insomma bisogna sfatare tante dicerie sui Rom da quelle positive (la cultura rom, la solidarietà tra Rom) a quelle negative (sono tutti delinquenti, rubano i bambini).
Per quanto riguarda la delinquenza, inutile negare che esista un problema di legalità: come sempre dove c'è povertà ed emarginazione c'è delinquenza e a volte per chi vive ai margini, la delinquenza conviene perchè in definitiva fa vivere meglio. Ma questo non giustifica il grave pregiudizio che fa di tutti i Rom dei ladri. Questo comporta che spesso debbano tener nascosta la loro identità quando vivono in condominio, ad esempio, oppure quando lavorano. Per i Rom il furto o l'elemosina sono anche un modo per resistere ad una cultura dominante che li schiaccia e non li rispetta come minoranza. E i campi nomadi non fanno che cronicizzare e acuire questa vita ai margini: purtroppo le istituzioni sono colpevoli in questo senso: usano le cose per fini politici, non sono realmente interessate a trovare delle soluzioni, a immaginare soluzioni diverse e migliori per tutti.

Ma ci sono anche Rom che lavorano. Dove lavorano? In che condizioni? Quali sono le precondizioni di accesso al lavoro dei Rom di Milano?
I Rom che lavorano sono tantissimi, sia in nero sia in regola, in ogni condizione; soprattutto lavorano come muratori, all'AMSA, come artigiani, molti hanno una partita iva, alcuni, che erano musicisti nel loro paese e suonavano in una banda in occasione di feste e ricorrenze varie, portano la loro arte in metropolitana...

Ma perché allora quando si parla di Rom, se ne parla solo come di ladri e questuanti?
Molto banalmente, perché i giornali vendono più copie se scrivono che i Rom ti rubano in casa! I media sono molto efficaci nel contribuire a creare i pregiudizi, basta vedere come testate anche autorevoli diano notizie simili in modo completamente differente a seconda se il reato lo abbia compiuto un Rom o un non Rom. 
Invece quelli che lavorano, lo ripeto, sono tantissimi: i Rom comunitari hanno bisogno di un nullaosta della Prefettura per fare certi lavori, mentre nel settore dell'edilizia e delle pulizie questo nullaosta non è necessario. I Rom extracomunitari invece, come tutti gli extracomunitari, hanno bisogno del permesso di soggiorno per lavorare in regola, ma spesso non sono in regola e altrettanto spesso hanno paura di dire di essere Rom... Conosco da anni una famiglia Rom che lavora, ha acquistato una casa, ha fatto un mutuo per comprare questa casa, ma che ha paura di rivelare di essere Rom...

Però esistono anche i furti. Ed esiste anche la mendicità, anche quella con i bambini...
Il furto esiste, l'ho già detto, è inutile negarlo. Ed esiste la mendicità dei bambini: per i Rom è un modo per avere un aiuto dai figli, un po' come 50 anni fa in Italia, dove i figli aiutavano i genitori nel lavoro dei campi. Purtroppo a Milano quando i bambini vengono fermati, poi vengono restituiti subito alle famiglie o addirittura a chiunque dica di conoscerli. Non c'è niente a livello di istituzioni che immagini percorsi diversi.

Voi della Casa della Carità un percorso diverso invece l'avete immaginato. Come è nato il patto di socialità e legalità?
Dopo gli sgomberi avvenuti a Milano nel 2005, alcuni Rom sono stati ospitati alla Casa della Carità ed è stato pensato un patto d'onore, niente di scritto, quindi, ma un patto che prevedesse l'impegno da parte degli ospiti di non delinquere, non chiedere l'elemosina con i bambini, non uscire di notte... in cambio offrivamo ospitalità e la possibilità di fare un percorso insieme: negli anni, per esempio, abbiamo fatto formazione, affittato case a nome dei Rom sgomberati. Nel 2006 c'è stato poi lo sgombero di Via Ripamonti da un terreno rivendicato da Ligresti: il Comune di Opera offrì un terreno dove montare per 3 mesi le tende della protezione civile per ospitare gli sgomberati, le stesse tende che furono poi bruciate da italiani capeggiati dal neo sindaco della cittadina. Lì ci venne l'idea di formalizzare il patto d'onore e di chiamarlo patto di socialità e legalità, quello che per noi è uno strumento per iniziare a ragionare sulle cose. In seguito il patto fu sancito anche dal comune di Milano che l'ha esteso al campo di Via Triboniano. A quel punto è diventato un patto scritto, che naturalmente non vuole essere risolutore, anzi, appare un po' perentorio, ma è servito anche perché il Comune si impegnasse là dove era carente: ad esempio, nei campi del Comune dove non c'era né asfalto né luce ora si è provveduto ad asfaltare e a far arrivare l'energia elettrica. In via Triboniano, inoltre, non arrivano mezzi (la prima fermata di autobus è ad oltre un chilometro di distanza) con grande difficoltà per i bambini ad andare a scuola: ora il Comune fa arrivare almeno lo scuolabus al campo.
Non sempre è facile anche perché ricordiamo che abbiamo a che fare con persone che sono state tenute ai margini per moltissimo tempo. Chi si ferma nei campi che noi gestiamo e firma questo patto accetta di non delinquere, di non portare i bambini ad elemosinare, di mandarli regolarmente a scuola. I bambini sono seguitissimi e le scuole mandano regolarmente i rapporti di frequenza, a scuola ci sono mediatori culturali che li seguono e il Comune sta pagando alcuni operai che lavorano nei campi. Nel campo di Via Triboniano abbiamo organizzato centri estivi, corsi di formazione, laboratori, sebbene per i Rom sia difficile apprezzare iniziative che potrebbero rivelarsi utili sul lungo periodo, anche perché stiamo parlando di persone che a 14, 15, 16 anni diventano madri e padri... Però manca una visione politica per risolvere il problema, manca una prospettiva futura. Anche perchè va benissimo che l'accesso a scuola sia a favore del minore, ma se non si costruisce niente intorno, gli extracomunitari possono essere espulsi al compimento dei 18 anni.

Durante gli sgomberi sono stati violati i diritti umani di queste persone?
Secondo me sì. Gli sgomberi sono sempre molto violenti, sono un evento terribile per chi lo subisce. Le ruspe arrivano e buttano giù tutto: la tua casa con tutto quello che c'è dentro, la tua rete di relazioni umane, gli affetti, le cose dei bambini, spesso i libri di scuola o i regali di Natale. Per poi non risolvere nulla, perché giorni dopo, in un cumulo di macerie molte persone ritornano, senza più baracche certo, ma dormendo all'addiaccio in un cumulo di rifiuti oppure i Rom si spostano semplicemente in un altro posto e i terreni sgomberati rimangono lì, discariche a cielo aperto. Noi ci chiediamo vale la pena continuare così, vale la pena che Milano abbia le sue favelas o si può fare altro?

Ecco, si può fare altro? Cosa si dovrebbe fare secondo voi?
Molte cose si potrebbero fare. Di fatto l'ideale sarebbe che non ci fossero campi, se non per quelli che lo desiderano, in istituzioni organizzate e ben regolate. Potrebbero loro stessi costruirsi le case in autocostruzione su terreni concessi dai comuni o ristrutturare casolari fatiscenti che loro, abili muratori, farebbero benissimo. I Rom sono tutti diversi uno dall'altro, proprio come noi italiani: alcuni stanno bene in campi dove vige il patto di socialità e legalità, altri si fermerebbero volentieri in campi attrezzati pur di poter continuare a vivere in carovana, altri ancora sarebbero felici di diventare stanziali. Certo c'è un problema e la soluzione non è immediata. Però è anche vero che la questione dei rom è diventata uno strumento ideologico, mentre la legalità dev'essere a doppio senso. Bisogna fare interventi sociali per promuovere le persone, occorre trovare soluzioni affinché le persone poi abbiano casa e lavoro.


Per approfondire esnaliamo una serie di articoli:

 I rom e l'Europa, dal rigore tedesco alla Francia modello "bastone e carota". 
Rom, non nomadi. Campi da chiudere. 
"Bisogna superare i campi nomadi". Il Consiglio d'Europa bacchetta l'Italia. 

Pin It
Accedi per commentare

L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento

Non sono più rami storti da raddrizzare e nemmeno vasi da riempire i nostri ragazzi che frequentano le scuole, siano esse primarie, secondarie o università . L’insegnante deve recuperare il ruolo che è indicato nella stessa etimologia  della parola “insegnare”, lasciare un segno, un’impronta importante nell’allievo, svincolandosi dal contenuto del sapere, per trasmettere l’amore per il sapere. 

Leggi tutto...

Parla con me. Comunicare con i nostri figli è difficile? Consigli, situazioni, soluzioni per un dialogo sereno

Non si può non comunicare e come genitori dobbiamo sempre pensare agli effetti che la nostra comunicazione avrà sui destinatari dei nostri messaggi, cioè i nostri figli. Non esiste solo una comunicazione verbale atta a trasmettere concetti e significati, esiste anche una comunicazione implicita, non verbale, caratterizzata da comportamenti e da atteggiamenti attraverso i quali i bambini percepiscono cosa i genitori pensano di loro e sono il veicolo di emozioni e sentimenti.

 

Leggi tutto...

Il fanciullo difficile

E' uno dei primi libri scritti dal pedagogista scozzese Neill, ma è già ricco di quelle tematiche rivoluzionarie in campo pedagogico che fecero dell'autore un punto di riferimento per tutti coloro che, nei decenni successivi, vollero cercare strade alternative ad un'educazione autoritaria e repressiva.

Alexander S. Neill è il creatore della scuola di Summerhill, dove i bambini sono liberi di fare quello che vogliono, senza che l'autorità dell'adulto imponga le sue regole di morale e di condotta. A Summerhill non ci sono punizioni per chi si comporta male, e le regole del vivere insieme sono regole sociali, dettate dalla stessa comunità, formata dai ragazzi.

Il libro è scritto nel 1927, può sembrare datato per certi aspetti, ma alcune idee sono davvero interessanti e meritano uno spunto di riflessione. Il titolo "il fanciullo difficile" non tragga in inganno, anche se l'autore prende spunto da casi di ragazzini con problemi le sue riflessioni hanno valenza universale: "[...]non vedo che una via per l'educazione: dire coraggiosamente che noi adulti non sappiamo cosa sia l'educazione; confessare che noi ignoriamo cosa sia il meglio per un fanciullo[...]" e ancora "[...] nessun uomo è tanto buono da poter dire a un altro come deve vivere; nessun uomo è tanto saggio da poter guidare i passi di un altro". 

Il libro è preceduto da un saggio introduttivo di Annalisa Pinter, che fa notare come in quest'opera, ancora più che in Summerhill, l'autore cerchi di costruire una teoria organica. A volte, dice sempre la Pinter, "non vi è molto impegno nel cogliere l'eziologia dei problemi" e certo non fornisce una metodologia di analisi e intervento.

E' chiaro che non è un saggio pedagogico che possa illuminare un genitore in crisi: ma è un arricchimento, anche storico per chi si interessa di tematiche sull'educazione e sulla scuola. Summerhill è lontanissima dal concetto di scuola a cui siamo abituati, ma proprio per questo vale la pena sognare, perché tutti noi, nella nostra infanzia abbiamo sognato una scuola così. Ma la realtà è un'altra cosa.

autore: Alexander S. Neill

editore: La Nuova Italia (collana Classici dell'educazione contemporanea)

[Copertina del libro non disponibile]