I ragazzi e il razzismo

Non sappiamo né ci chiediamo se il bambino abbia fin da piccolo dei pregiudizi, o se nasca in qualche modo "razzista", come sostiene Tahar Ben Jelloun. Diamo per scontato che il bambino viva in un contesto culturale accogliente, che faccia dell'antirazzismo non una parola astratta relegata al passato o a un mondo lontano, ma qualcosa da vivere ogni giorno, come ben descritto nel documento di GenitoriSiDiventa .

Fin dalla più tenera età nostro figlio ha conosciuto bambini provenienti da culture diverse dalla sua, ha imparato che alcune parole sono sbagliate e possono ferire, è abituato a ragionare e a chiedere quando non capisce qualcosa e riferisce episodi che "sente" come ingiusti. 
Ma non sempre tutto fila liscio, non sempre è facile capire il significato preciso della parola "razzismo", dato che i bambini sono abituati a schemi semplici. Capiscono, per esempio, quando un comportamento è sbagliato, soprattutto se sono rispettati fin da piccoli, se hanno imparato a dar retta ai loro sentimenti senza subire imposizioni, senza minacce, ricatti o punizioni. 
Man mano che crescono, tuttavia, l'ambiente famigliare diventa meno importante rispetto al gruppo dei pari e le domande si fanno più articolate e pressanti, soprattutto influenzate dalla scuola e dagli amici dai quali arrivano messaggi contradditori e ambivalenti. Che fare dunque, quando all'improvviso arrivano domande a cui non è facile dare una risposta senza assumere un tono teorico quasi da predica?
Il buon senso suggerisce di farli parlare, di chiedere a loro cosa pensano del razzismo, delle parole che feriscono, della discriminazione (già, cosa vuol dire discriminazione, mamma?). L'arte della maieutica, l'autoapprendimento, funziona sempre, soprattutto se sono stati praticati comportamenti corretti, se hanno vissuto l'esempio famigliare.

In ogni caso, ci sono alcuni punti che spesso vengono affrontati anche a scuola tra ragazzi o nelle letture che suscitano domande precise: 

Esistono le razze? Un concetto da sfatare e non del tutto noto alla maggioranza delle persone è che non esistono razze umane. Razza è solo riferito agli animali, per gli uomini non esistono differenze genetiche tali da giustificare la definizione di razza: discendiamo tutti dallo stesso gruppo iniziale di esseri umani che sono migrati in varie parti del mondo. Le differenze quindi sono solo ambientali e culturali. 
Recenti ricerche hanno scoperto che le differenze genetiche sono tanto più evidenti quanto più si è vicini alla zona di origine della nostra specie, mentre si annullano man mano che ce ne si allontana. Il termine razzismo è nato ben prima che si sapesse che le razze non esistono. 

Ma cosa distingue un episodio razzista da un episodio di discriminazione di altro tipo? 
Con il termine razzismo si intende una discriminazione che mina l'identità stessa della persona. L'identità di una persona non è fatta (solamente) dai suoi tratti somatici, ma dalla sua lingua, dalla sua storia, dalla sua religione, dalla sua famiglia, dalle sue radici. Quando per un motivo o per l'altro si insulta una persona, denigrando in qualche modo tutto questo, si è in presenza di una discriminazione razzista. 
Anche la parola "etnia" che spesso ipocritamente viene usato come sinonimo di "razza" , può creare confusione, dato che questa stessa parola è un' invenzione, una costruzione intellettuale generata dal colonialismo europeo (si veda, per esempio http://www.africaemediterraneo.it/articoli/art_gentili_2_95.doc), quindi forse è meglio comunque parlare di identità culturale, perché è questo che contraddistingue un popolo, invece che di etnia. 

Da cosa nasce il razzismo? Secondo Tahan Ben Jelloun il razzismo nasce dalla paura paura che ci spinge ad umiliare gli altri per evitare di essere noi le vittime, non a caso, il razzismo propone delle controverità presentate come certezze. Il razzista si sente meglio convincendosi che negri, arabi o ebrei siano inferiori. È un sentimento meschino, ma molto diffuso. Paura di chi è diverso da noi (ma noi chi?) e quindi non si capisce. Paura che ti faccia del male, solo perché non lo conosci e non sai chi è. Il razzismo nasce inoltre dall'ignoranza, dal non conoscere. Non conoscere vuol dire anche non sapere quanto c'è di bello nell'altro. 

Mi fai un esempio di razzismo? I ragazzi spesso hanno sotto gli occhi compagni di diversi colori e forse non riescono a vedere veri episodi di razzismo. Non perché non ci siano, ma perché a volte vengono minimizzati, oppure addirittura negati. La ragazzina brillante a scuola con il velo, il "migliore amico" di colore diverso, sono esempi di integrazione che fanno scordare altri fatti forse più subdoli. E qui allora bisogna vigilare, perché a volte i pregiudizi sono più sottili. I fatti di cronaca recente, purtroppo, sono pieni di fatti razzisti, spesso negati. È forse utile ragionare con i bambini, chiedere loro se ritengano un episodio razzista e perché. Facciamo notare i pregiudizi, perché tutti i giorni se ne sentono. Anche senza accusare le persone che le pronunciano, possiamo far capire ai ragazzi quanto queste parole non ci piacciono.

E, a proposito di parole: quando una parola si può dire o no? Nero si può dire? E negro?
Una parola non si può dire quando è considerata un insulto. Purtroppo molte parole un tempo innocue sono state usate come epiteti discriminatori verso un gruppo di persone. Il linguaggio è importante perché ciò che diciamo è, esiste, definisce la realtà; per questo occorre stare attenti. Così un aggettivo come "negro" è diventato una parola offensiva. Così il termine "zingari" affiancato spesso a "ladri" è diventato discriminatorio. La parola "clandestino" è diventata sinonimo di delinquente. Ecco perché occorre fare attenzione ai concetti, perché spesso la lingua usata per ribadirli può diventare una spada che ferisce.

Per approfondire
Luigi Luca Cavalli Sforza, L'evoluzione della cultura Codice Edizioni 2004
Tahan Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia Bompiani 2006

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