Nascere primogeniti

Conta l'ordine di nascita nella formazione del carattere?

Oramai la maggior parte dei genitori ha acquisito abbastanza nozioni pedagogiche da evitare differenze nell'educazione dei fratelli, è più attenta alla gelosia che è provocata dalla nascita del secondogenito, evita di confermare vecchi stereotipi che vogliono il primo figlio più timido e introverso ma responsabile, a dispetto del secondo magari socievole ma ribelle.
Tu che sei il più grande dovresti..., è una di quelle frasi pesanti come macigni, che per fortuna vengono sempre più evitate con l'aumentare della consapevolezza genitoriale. 

Eppure viene spontaneo chiedersi: conta l'ordine di nascita? 


Secondo Marcel Rufo ("Fratelli e sorelle" Ed. Feltrinelli, 2004) l'ordine di nascita non influisce sulla costruzione del carattere. Per lo studioso, ogni famiglia funziona in modo differente e "l'idea che i primogeniti siano perfezionisti e che abbiano un'inclinazione naturale a identificarsi col padre e la madre per somigliare loro e che i secondogeniti siano sovversivi è fin troppo semplicistica". 
Certo, ogni bambino è unico, e la posizione all'interno della famiglia è solo uno dei tanti elementi che influenzano il carattere, però occorre notare che ogni figlio nasce con un bagaglio differente da quello dei fratelli, nonostante i genitori siano gli stessi. 

Differenti le condizioni, differente la storia e le emozioni del papà o della mamma. Ogni bambino che attende l'arrivo di un fratello, o che "si vede" arrivare un piccolino tra i piedi all'improvviso, diventa grande. O per lo meno, lui si penserà all'improvviso "grande". Non è solo una questione di gelosia: naturalmente ogni bambino è geloso del fratello in arrivo, anche se non lo dimostra, anche se non manifesta gli atteggiamenti tipici che questo sentimento provoca, come i dispetti al piccolo, oppure modalità regressive, come smettere di camminare e desiderare il passeggino. 
Ma ci sono anche bambini silenziosi che osservano circospetti la mamma che si prodiga intorno al nuovo arrivato. La mamma attenta si adopera in elogi e nello stesso tempo fa di tutto per renderlo giustamente più autonomo possibile. E questo bambino, questa bambina si addossano spesso un senso di responsabilità molto forte, anche se nessuno gliene fa carico direttamente. In molti casi c'è una nonna, un amico che fa notare che lui è grande. Chissà, magari pensa di doversi conquistare l'amore dei genitori e vuole essere come loro desiderano. 
Tra l'altro spesso capita che in momenti di stanchezza anche i genitori più rispettosi dei sentimenti dei bambini si irritino particolarmente per una manchevolezza dei figli maggiori.

Non tutti i figli sono uguali, alcuni spazientiscono più di altri, e spesso dai maggiori si pretende di più. Anche se sono più grandi solo di poco.
Ogni figlio primogenito ricorderà un episodio, delle parole particolari in cui i genitori facevano riferimento al suo senso di responsabilità. Ad esempio, è lui che va a scuola per primo, e avrà gli occhi puntati addosso il primo giorno. Quando arrivano a scuola i fratelli o le sorelle, i genitori si sono assuefatti ai compiti, alle lezioni ed è inevitabile che le aspettative calino.

Secondo Asha Philips ("I no che aiutano a crescere" EdFeltrinelli, 2003) più aspettative si hanno su un bambino, più questo darà soddisfazione in termini di prestazioni, ma a che prezzo questo avviene? Per esempio, quanti genitori raccontano che nei loro casi il primo figlio è quello che non vuole studiare, va pregato, "fa arrabbiare" mentre il secondo, molto spesso una sorella, riesce bene e tutto sembra più facile? E più sembra facile per il secondo, tanto il maggiore si darà da fare per distinguersi. 
Non è semplice districarsi tra queste dinamiche, a volte può servire uno sguardo esterno. Un osservatore che ci rivela che quel figlio o quella figlia non è così come ci appare e che forse, anche in questo caso, pretendiamo troppo da lui o da lei.

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