L'impronta idrica

Sono ormai molte le prove scientifiche che evidenziano un legame tra cambiamento climatico e pressione sulle riserve idriche. Da questa constatazione nasce l'attenzione sempre più forte per la salvaguardia delle riserve di acqua dolce e per un loro uso più sostenibile.


Nel Living Planet Report, la pubblicazione del WWF che ogni 2 anni fornisce informazioni sullo stato di salute dei sistemi naturali del Pianeta, il concetto di impronta idrica è stato introdotto nel 2008. 

Mentre l'impronta ecologica misura la domanda dell'umanità sugli ecosistemi in termini di superficie (terrestre e marina) necessaria alla produzione delle risorse che le persone utilizzano e all'assorbimento dei materiali di scarto generati,l'impronta idrica quantifica, in metri cubi, l'acqua complessivamente utilizzata per produrre beni e servizi, consumati all'interno di una nazione o dal singolo individuo. 
Questo indicatore può essere applicato anche a singoli prodotti e, in questo caso, rappresenta il volume totale, comprendente l'intera catena di produzione, di acqua dolce impiegata per produrre il prodotto stesso. 
L'impronta idrica totale di una nazione è formata da due componenti: interna ed esterna, ossia la somma della quantità di acqua necessaria a produrre beni e servizi prodotti e consumati internamente al paese, più il consumo di merci importate, cioè l'acqua utilizzata per la produzione delle merci nel paese esportatore. 

L'Italia è tra i 5 paesi maggiori importatori di "acqua virtuale", cioè di acqua nascosta, quella servita a produrre le merci che importiamo: 215 litri al giorno è la quantità d'acqua che una persona in Italia consuma per bere e per l'utenza domestica, ma il consumo virtuale, cioè l'acqua nascosta nel cibo, nell'abbigliamento e in altri beni è 30 volte superiore e raggiunge quasi i 6500 litri! 

Il problema è che molti dei prodotti con cui importiamo acqua virtuale vengono da zone del mondo in cui ci sono già oggi grossi problemi idrici. In una camicia di cotone che proviene dal Pakistan o dall'Uzbekistan, per esempio, si nascondono 2.700 litri di acqua provenienti dal fiume Indo o da altri corsi d'acqua che alimentano il Lago di Aral nell'Asia Centrale: gli eccessivi prelievi per l'irrigazione dei campi di cotone hanno significato per il Lago di Aral una perdita d'acqua dell'80 per cento negli ultimi 40 anni, con conseguenti danni alle comunità locali (l'azzeramento della pesca e dei commerci per nave nell'Aral) e alla biodiversità (il delfino d'acqua dolce presente nell'Indo corre il serio rischio di estinguersi).

Ecco quindi un altro buon motivo per preferire prodotti locali tutte le volte che questo è possibile.

Per calcolare la propria impronta idrica e per saperne di più sui consumi d'acqua si può visitare il sito del Water Footprint Network
Per approfondire le tematiche del risparmio idrico si può visitare il sito dellaCommissione Europea

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