Affrontare il lutto di un allievo in classe

L'articolo che segue nasce dall'esperienza diretta di un'insegnante amica di Officina Genitori che ci ha voluto raccontare come è stato affrontato in una delle sue classi la morte del papà di un'allieva: il dolore della ragazzina, le reazioni dei compagni adolescenti, il valore del gruppo di amici anche in questa esperienza così dolorosa, l'osservazione e le considerazioni del mondo degli adulti.

E' successo così, all'improvviso, durante le vacanze di Natale… un infarto, fulminante, e quel papà buono, che non avevo mai incontrato di persona ma solo attraverso i racconti di Michela nei suoi temi, ha lasciato improvvisamente la famiglia: la moglie, minuta e coraggiosa, la figlia e un bimbo piccolo, alla scuola dell'infanzia.

Nemmeno il tempo di pensarci, di provare a immaginare le parole da dire… il funerale è stato celebrato durante le vacanze, molti i bambini, compagni di scuola, soprattutto del piccolo, con i loro grembiulini e un fiore bianco… tante le ragazze, compagne di scuola, strette attorno a Michela, così coraggiosamente forte, così dolorosamente forte, senza una lacrima, per proteggere il fratellino, per sostenere la mamma, per confortare i nonni. Un donnino di 13 anni, con una responsabilità non sua, con un dolore immenso...

Al ritorno dalle vacanze il banco era vuoto, si era presa qualche giorno per stare in famiglia e capire come reagire. Così ho potuto parlare con i compagni, già grandi per capire l'evento ma ignari, per loro fortuna, delle emozioni della compagna. "Non vuole piangere" mi ha confidato l'amica più cara...

E nel parlare con loro, in momenti così dolorosi, scoperchi abissi che non immagineresti, anche se li hai davanti agli occhi ogni mattina… Molti non immaginano la loro vita senza i genitori, senza uno di loro (in genere la mamma, ma non è detto), altri invece, crudamente, ci fantasticano su, e ti sembrano pericolosi, cinici mentre sotto sotto hanno paure e cicatrici profonde, lasciate da botte prese o viste prendere, da lunghe assenze, non sempre solo fisiche, da separazioni non accettate, dal loro essere in continua evoluzione alla ricerca di una identità ancora in fieri.
Ma poi ragioni con loro, e scopri che la morte, se non ha mai fortunatamente sfiorato un loro caro, è ancora una entità astratta, è il "per sempre" dei bambini che ancora non comprendono, non tutti perlomeno, il significato dell'eternità. 

Poi Michela è tornata, troppo doloroso e inutile stare a casa, troppa la voglia di reagire, di essere brava "per il papà che mi vede da lassù". E le accarezzi la testa mentre passi tra i banchi, ed eviti testi troppo vicini al suo recente dolore ("O cavallina, cavallina storna…") e affronti argomenti alla lontana per lasciare che si apra. Ma gli adolescenti sono restii a parlarne con un adulto e di fronte ai compagni, sono pudichi sul dolore, sono riservati...

Finchè un giorno Michela ha cominciato un lungo racconto, ricordando un episodio in cui era stato coinvolto il padre, e ha buttato fuori il suo dolore, lasciando trapelare solo cose belle del suo generoso padre. E i compagni hanno raccontato solo episodi belli dei loro papà, tralasciando per una volta le acredini dell'adolescenza. 

E poi viene il momento delle domande, dei perché… e lì non c'è risposta, non ho la soluzione, non so che dire… per l'ingiustizia della morte non c'è risposta, se non la fede, per chi ce l'ha… 
Sarebbe facile parlare di ineluttabilità, del ciclo della vita, del destino di ciascuno. Facile ma inutile, in quel momento. Sono riflessioni che si affrontano dopo, quando il dolore pian piano si stempera un po', anche se non passa mai. 
Ed è difficile condividere il dolore di una persona, a te cara, che piange una persona a lei cara ma che tu non hai conosciuto. Non hai ricordi comuni, non hai agganci. E a 13 anni si ha solo tanta rabbia dentro, tanto vuoto, tanta sofferenza.
E poi trovi confermi che i ragazzi hanno risorse inaspettate, voglia di continuare a vivere, a ridere (senza sentirsi in colpa), a scherzare, anche se sono più maturi e più sofferenti dei loro compagni.

Ecco, tanto, ma proprio tanto a questa età fa il gruppo degli amici: sia compagni di classe che magari sbagliando, inciampando in errori e gaffe, li fa sentire di nuovo "uguali", anche se uguali non sono più; sia amici e compagni di sport, di catechismo, di coro, di musica… è il ritorno alla quotidianità che serve, il non sentirsi più osservati da tutti perché "poverina, sai..."
E l'insegnante è lì, che li guarda tutti, pronta a raccogliere un pianto in antibagno e ad affrontare discussioni talvolta anche surreali (sapendo benissimo che a volte sono intavolate per evitare l'interrogazione di Storia).

Un insegnate delle medie per Officina Genitori

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