La vita va avanti

In Officina Genitori abbiamo molto a cuore il tema della comunicazione e del confronto: come trovare le parole e le risorse per affrontare con i propri figli momenti difficili e temi spinosi.

Accanto alle Bibliografie, che suggeriscono letture adatte a spiegare ai bambini argomenti spesso tabù o che per loro stessa natura sembrano lasciarci senza parole e disarmati come genitori, si è deciso di dare spazio anche al punto di vista di chi, alcune di queste situazioni, le ha vissute in prima persona.

L'articolo che segue è il racconto di una madre che si è trovata ad affrontare con i figli il lutto di una persona molto cara: il loro papà.


Sembra sempre che certe situazioni a noi non accadranno mai, poi un giorno ci si trova immersi fino al collo e si annaspa.

Da anni io e mio marito convivevamo con i controlli periodici e l'ansia relativa ai risultati, poi la spensieratezza di un figlio, uno sguardo aperto sul futuro, ci aveva rasserenato, poi la seconda figlia ed un esito incerto che richiedeva maggiori approfondimenti.
È cominciata così, ed è finita nel peggiore dei modi: mio marito è morto.
Non so come ho fatto, da dove mi sia venuta la lucidità per affrontare tutto ciò con i bambini, parlandone poi mi sono resa conto di aver messo in secondo piano mio marito, so di non averlo abbandonato e di essergli stata accanto sino all'ultimo, lo so perché c'ero e perché lui si è sentito incoraggiato, spronato ed amato ma è così: l'istinto mi ha portato a pensare alla serenità dei bambini, al garantirgli tranquillità e la loro sicura quotidianità.

Durante i mesi trascorsi in ospedale, quando la situazione lo permetteva, li ho sempre portati dal papà, con l'intento di fare compagnia a lui, di avere un pensiero nei suoi riguardi, mai con il pensiero della sua scomparsa.
E forse questa forma di incoscienza o di auto difesa è stata quella che mi ha portato fino ad oggi, e che ancora mi aiuta, passo dopo passo, giorno dopo giorno.
Il fatto di averlo spesso visto ricoverato e poi dimesso, di nuovo a casa, ha fatto sì che comprendessero che il papà era malato e che all'ospedale ci si cura, ed ha anche fatto capire loro che si va all'ospedale ma poi si torna a casa.
Certo non era una situazione semplice, il papà se anche era a casa spesso non stava bene ed era costretto a letto o comunque non era in grado di giocare come sempre. Tommaso, il più grande dei due, è passato attraverso diverse fasi, per un periodo abbiamo avuto quel che chiamavamo l'angolo della tristezza. Ogni qualvolta qualcosa non andasse, andava a sedersi in fondo alle scale, in questo angolino, aspettando che uno di noi lo raggiungesse e lo coccolasse un po'. 
Quando ho ricoverato mio marito, la sera è tornato senza trovare il padre e senza poterlo andare a trovare per dieci giorni era arrabbiato con me, aggressivo e polemico.

È accaduto un venerdì mattina, i bimbi erano al nido ed alla materna. Fabiana avrebbe compiuto due anni dopo due mesi, Tommaso ne avrebbe compiuti sei dopo tre.
Con Fabiana, che oggi ha cinque anni, ho affrontato poche volte il discorso, da qualche tempo però lei cerca il papà, vorrebbe giocare con lui e fare "oppa", andargli in braccio e allora le parlo e le spiego di come il papà sia in ogni istante accanto a noi, ma non possa prenderla in braccio e al posto del papà lo faccio io o qualcuno dei tanti amici che vengono a trovarci: cerca sempre la compagnia di mio cugino, carissimo amico di mio marito e suo testimone al nostro matrimonio, e questi zii come li chiamiamo noi sono il suo amore che continua e che ci raggiunge attraverso di loro.

Con Tommaso ho parlato subito, sono andata a prenderlo alla materna e ci siamo seduti ai giardinetti, un luogo aperto, allegro e gli ho spiegato che i medici non avevano trovato la cura giusta per la malattia del papà e che il suo cuore non batteva più.
La prima reazione e' stata quella di sentirsi responsabile dell'accaduto: è il semplice modo, o il modo semplice, con cui ragionano i bimbi – se succede qualcosa c'è una causa scatenante, ed occorre rassicurarli il più possibile sulla loro non responsabilità, sul loro assoluto non coinvolgimento. Ho dovuto spiegarglielo più volte che non era colpa sua e che non era nemmeno colpa mia, non c'era nessuno a cui dare la colpa; ed il mio non piangere davanti a lui ha fatto sì che nemmeno lui piangesse e la sua richiesta inaspettata di voler vedere il papà è stata proprio un colpo al cuore.
E siamo andati insieme, io e mio figlio per mano, ed ha provato a chiamarlo ed accarezzarlo e poi sì, ha voluto andar via e finalmente ha pianto, un breve pianto colmo di dolore… Li ho portati poi entrambi a dare un ultimo saluto al papà ed ho spiegato al grande cosa sarebbe accaduto durante la cerimonia funebre, i tanti amici che ci sarebbero stati e i tanti volti tristi o in lacrime che avrebbe visto, ed ha deciso di non partecipare. 
Si sente spesso dire che è meglio che i bambini non partecipino a certe cerimonie, io non ho saputo decidere, mi sono affidata a lui, e da lì ad oggi mi sono affidata a lui tante volte, trovando sempre un bambino maturo che sa affrontare la vita.

Nei giorni, o forse mesi, successivi, raramente i bambini mi hanno visto piangere fino a che non ho capito che se non piangevo io non avrebbero pianto nemmeno loro, soprattutto Tommaso, per quella sorta di delicatezza ed amore che solo un bimbo può avere; così abbiamo pianto insieme, in modo silenzioso e composto ma il mio dolore ed il suo erano una cosa sola e per lui è stato un bene, ha capito di poter piangere ogni volta che ne sente il bisogno ed ha capito che avrà sempre e comunque la mia comprensione ed il mio appoggio. Io ho capito quanto grande sia il cuore di un bambino che si preoccupa di un adulto e lo segue con attenzione per controllarne il volto ed il morale.

Dopo breve tempo mi sono rivolta ad una psicologa infantile perché fino lì ero arrivata ormai ma non sapevo come procedere né cosa aspettarmi: i bambini possono manifestare disagio in svariati modi, da regressioni psicologiche al deperimento fisico.
E di pessimo umore durante un incontro le ho portato dei disegni di Tommy, tra i quali uno mi aveva proprio rattristata, Tommaso non aveva disegnato il papà, invece è stato definito un disegno bellissimo, un bell'albero con un grande tronco e io ed i bimbi sotto, protetti da questa specie di quercia, sulle nostre teste un uccello grande, dalle ali spiegate , ben definito, il becco e le piume... Il papà. Il papà che non è più qui con noi ma c'è, e con le sue grandi ali ci protegge, una presenza forte e sentita.
Tommaso ha perfettamente capito ed affrontato la scomparsa del padre e per quanto doloroso e difficile sia stato, ed ancora è e sarà, è comunque un bene. Sono uscita dallo studio della psicologa in lacrime, ma con il cuore leggero. Nulla è mai come ci si aspetta che sia.

A distanza di qualche anno i miei bambini sono sereni e contenti, socievoli e positivi, sempre con un sorriso per tutti ed aperti al mondo. Devo dire grazie a quel sesto senso che solo un genitore ha, l'avergli fatto comunque vivere in modo filtrato la malattia del padre li ha accompagnati nell'affrontare la questione giorno per giorno; l'essermi appoggiata ad una persona esterna ed esperta di psicologia infantile ha aiutato me ad essere più serena nell'affrontare le loro non facili domande; nonni e amici che riempiono spesso la nostra casa con confusione, risate ed affetti sono un vero e proprio toccasana. 
La sera guardiamo le stelle e la stella più bella e che brilla di più sulle nostre teste è il papà che ci osserva e che brilla per noi!
Questa è solo la mia esperienza, non voglio né ho le capacità di insegnare qualcosa a qualcuno, ma i bambini hanno bisogno di affrontare la realtà e superarla, sono capaci di guardare oltre e di affrontare qualsiasi cosa, serve solo un genitore accanto, che riesca ad essere solido quando tutto intorno vacilla… Come poi stiano, questi solidi genitori, beh, è un'altra storia…. Ma la vita va avanti e noi con lei.

Una mamma per Officina Genitori

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L'avventura di crescere - una guida per i genitori di oggi

Dal risvolto di copertina:
"L'avventura di crescere, un libro che descrive lo sviluppo infantile a partire dalla nascita attraverso le tappe fondamentali: la scoperta del mondo, la conquista, gli altri, la famiglia, la scuola, l'adolescenza, l'appetito, il sonno, la paura, la violenza, la censura, la religione, il danaro, lo sport ...
Con la sensibilità di chi ha trascorso molto tempo a fianco dei genitori e dei bambini, Bernardi ci aiuta ad affrontare con responsabilità e coerenza, ma soprattutto con elasticità e apertura, tutte le tappe della crescita, ricordando che insieme al bambino anche il genitore cresce.
Un libro generoso e attento, scritto da un medico autorevole, amico dei genitori, fermamente convinto che alle sfide di oggi si possa rispondere puntando sull'educazione, la tolleranza e l'indipendenza del pensiero, rifiutando la violenza e il consumismo, fino alla difficile conquista della libertà".

Un libro di facile lettura, da leggere un pezzo alla volta a seconda delle necessità, o tutto di un fiato (ma sono quasi 500 pagine!). Scritto in un linguaggio accessibile a tutti, molto pratico, rassicurante e anche divertente.
Perchè crescere è una grande avventura, non solo per il bambino, ma anche per il genitore che attraversa con lui territori inesplorati.

Un brano tratto dal libro, sul "valore dell'ostacolo"

La "guerra di indipendenza" del bambino non ha soste. Egli si impegna di continuo a fare da sé, nel mangiare, nel vestirsi e nello spogliarsi, nell'igiene della persona, e non perde occasione per dimostrare che non ha più bisogno di nessuno. Qualche volta, anzi molto spesso, va oltre i limiti dell'opportunità e della prudenza. Allora scattano i provvedimenti restrittivi, le limitazioni, i divieti, gli impedimenti posti dai genitori, e lui, il bambino, può andare su tutte le furie e abbandonarsi a quella serie di reazioni esplosive che abbiamo visto prima. Direi che non è un male, se i genitori ce la fanno a mantenere la calma. Le proibizioni, le frustrazioni in generale, oltre alla tutela dell'integrità personale del bambino, hanno una doppia specifica funzione: quella di fornire al bambino l\'esperienza di un ostacolo cui far fronte, e quella di fargli capire che si può anche perdere una battaglia senza per questo rinunciare alla guerra. Mi direte che all'età di due anni queste cose non si possono imparare. Certo, non impararle nel senso che diamo noi a questa parola, ma si possono "sentire" e accumulare dentro di sè come preziosa esperienza. Un ragazzino che le abbia sempre tutte vinte, che non trovi mai nessuno che gli dica di no, che viva tra persone terrorizzate dalla possibilità della sua protesta, probabilmente crescerà con una personalità piuttosto fragile e disarmata. A combattere si impara presto, o non si impara mai.

Tuttavia, in questo come in ogni altro campo, conviene stare molto attenti a non esagerare. Ho detto che le frustrazioni e le proibizioni, fra l'altro spesso inevitabili, costituiscono un'utile esperienza, ma se un ragazzino subisce decine di proibizioni al giorno, se si sente dire di non fare questo e quello ogni volta che si muove, se è costantemente bersagliato da una pioggia di "no", allora delle due l'una: o si rassegna a subire tutto, a rinunciare a tutto, a sottomettersi a tutto, e andrà incontro a una vita grama di gregario, di suddito, di servo o di padrone e di "caporale", che è la stessa cosa; oppure deciderà che i divieti non hanno alcun valore e rappresentano soltanto una fastidiosa e molesta intrusione, in presenza della quale è meglio far finta di niente e comportarsi da ciechi e sordi.

Occorre dunque, da parte dei genitori, un adamantino autocontrollo. Occorre dare delle proibizioni soltanto quando servono davvero, quindi molto di rado, e occorre che le proibizioni siano sensate e coerenti. E comunque civili e rispettose. Solo in questo caso sono utili. Solo in questo caso aiutano il bambino a crescere come uomo e non, diceva Totò, come caporale.

A conclusione di questo capitoletto, potremmo dire che nel secondo anno di vita del bambino il suo mestiere è quello di dire di no il più spesso possibile, il mestiere dei genitori è quello di dire di no il meno possibile. Paradosso? Non tanto. La parola NO, come si è detto e ripetuto, è per il bambino affermazione di se stesso e della propria indipendenza. Ma non è solo questo. È anche resistere alle pressioni e alle seduzioni dell'ambiente, del costume e della moda, è anche coraggio di mettere in discussione il potere, è anche capacità di scorgere una "seconda dimensione" delle cose e quindi un passo avanti per conquistare una seconda dimensione di se stesso. È un\'avanzata trionfale verso il consolidamento della propria dignità di uomo. Speriamo che il nostro piccolo combattente conservi dentro di sè per sempre la facoltà di dire di no. Certo, nel futuro sarà un "no" diverso da quello che scaglia ora contro i genitori, sarà un "no culturale", un "no" all'ingiustizia, alla sopraffazione e all'egoismo. Non sarà più soltanto opposizione e provocazione, sarà spirito di civiltà e libertà.

autore: Marcello Bernardi

editore: Fabbri Editore

Facili da amare difficili da educare

autore: Becky A. Bailey
editore: Apogeo

Noi genitori amiamo i nostri bambini, ma non sempre il loro comportamento. E talvolta neppure la nostra reazione al loro comportamento.Così ci sforziamo di trovare modi o strategie per far sí che i nostri figli facciano esattamente ciò che ci aspettiamo, o desideriamo o riteniamo più giusto per loro, spesso con risultati scarsi o nulli, o a costo di conflitti e sensi di colpa.

Leggi tutto...

”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA