Prima elementare: quanta attesa!

È una tappa importante quella che aspetta molti bambini fra pochi giorni, ma a volte i genitori caricano l'evento di un'ansia eccessiva e di troppe aspettative.

Quali sono le principali paure? 

La più importante riguarda il fatto che il bambino possa "non prendere bene" la cosa. 
In realtà per il piccolo è semplicemente un passaggio in più, che vivrà con le sue modalità come a suo tempo avrà fatto con la scuola dell'infanzia. Sarà certo un po' teso, preoccupato, ma l'ambiente in genere non è mai del tutto nuovo, se viene dalla scuola materna, in cui l'avranno certo ben preparato; se poi ha di fianco genitori sereni e fiduciosi il passaggio sarà meno difficile. 

C'è poi la sensazione del salto nel buio: non si conoscono le maestre, né i nuovi compagni. Sarà con quelle che ho chiesto? Avrà l'amichetto in classe? 
Forse avere un amichetto conosciuto in classe può tranquillizzare il primo giorno, ma per quasi tutti i bambini è un'esperienza formativa e positiva quello di essere in un ambiente del tutto nuovo, anche se si giudica il proprio figlio timido e insicuro. La conoscenza degli insegnanti, poi, ha un'importanza relativa. Quasi sempre tale conoscenza è basata sui "sentito dire" di altri genitori o conoscenti; tali voci sono da prendere con le pinze e in genere sono poco fondate. Meglio aspettare di farsi da soli le impressioni, senza lasciarsi influenzare da episodi narrati; per ogni dubbio è sempre meglio rivolgersi agli insegnanti.

Consideriamo, poi, che le nostre impressioni su un determinato insegnante o i metodi di insegnamento che per noi sono preferibili, non sempre coincidono con le esigenze e i "gusti" di nostro figlio. E' importante, quindi, evitare di condizionarlo, ma lasciarlo libero di trovare da solo il modo di vivere al meglio la nuova situazione e le nuove relazioni con insegnanti e compagni.

Altri sentimenti ambivalenti riguardano la preparazione dei bambini. "Sa già scrivere e leggere, forse si annoierà" o viceversa "non sa ancora leggere e scrivere, forse farà fatica". 

Entrambe sono preoccupazioni infondate: il gruppo classe è vario e le insegnanti si accorgeranno presto delle competenze degli alunni e delle necessità di ciascuno di loro. Nella maggior parte dei casi, poi, alla fine dell'anno tutti i bambini raggiungono un livello più o meno simile di preparazione.

Per quanto riguarda la questione pratica su quaderni, diari, grembiuli e cartelle, è inutile premunirsi prima del tempo, perché ogni insegnante ha le sue abitudini e conviene aspettare le istruzioni che daranno. 

La cosa migliore è comunque quella di non crearsi troppe aspettative, ma mantenere una visione elastica. Ogni esperienza è diversa, ma per tutti i bambini è fondamentale che ci sia armonia e condivisione di intenti tra gli insegnanti e i genitori, i quali devono ricordare che non ci deve essere una sovrapposizione di ruoli: dell'aspetto didattico si occupano esclusivamente gli insegnanti, mentre solo i genitori sono responsabili dell'educazione, mai delegabile alla scuola, in nessun caso.

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Anche le cose hanno un'anima

Finalmente una raccolta di racconti per l'infanzia scritta con il cuore. 

"Anche le cose hanno un'anima " di Claudia Volpe non narra di vampiri, fantasmi e mostri spaziali che alimentano gli incubi dei bambini. Solo storie di oggetti comuni, ma con l'anima ed i sentimenti veri di ogni giorno.

Gli oggetti "parlano" ai bambini e così li vedrete giocare e colloquiare, oltre che con i giocattoli, anche con le pentole della mamma, con le mollette, con la frutta Certo, ogni epoca ha dei personaggi particolarmente cari ai bambini e, nel terzo millennio, tra mille sofisticati giochi elettronici e libri che narrano di invincibili eroi spaziali e terrestri e di mostri più o meno spaventosi, io credo che ci sia ancora un po' di spazio per le storie semplici che narrano di buoni sentimenti; passano gli anni, ma il cuore dei nostri bambini rimane sempre lo stesso, in qualsiasi tempo si viva, perché l'essenza più vera dell'infanzia è costituita principalmente di fantasia e teneri affetti. Leggi tutto...

I bambini nascono per essere felici. I diritti li aiutano a crescere

Il termine "diritto", sempre più presente nel nostro vocabolario comune, è alla base del nostro vivere, per questo è fondamentale che anche i più piccoli ne conoscano il significato, che siano consapevoli che in quanto bambini, hanno dei diritti propri, perché anche "da grandi" ne siano veri promotori.

Le parole di Vanna Cercenà e le immagini di Gloria Francella danno qui una reinterpretazione della "Convenzione sui Diritti dell'Infanzia approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall'Italia con legge del 27 maggio 1991 n. 176 depositata presso le Nazioni Unite il 5 settembre 1991".

Data la complessità del testo originale, gli articoli sono stati raggruppati in temi principali: da quelli a carattere più generale a quelli più specifici su identità, famiglia, partecipazione, educazione, protezione, salute, informazione, controllo dell'attuazione. Ognuno di questi argomenti viene sviluppato puntualmente con il riferimento agli articoli - spiegati con termini semplici e comprensibili – e una divertente e arguta filastrocca, di cui le immagini, coloratissime e ricche di particolari, sono il perfetto complemento visivo.

Come gli altri libri-gioco della collana Carte in Tavola, seguendo la numerazione delle schede, si affiancano le immagini fino a formare un'unica grande tavola illustrata: un grande albero su cui "sbocciano" le rappresentazioni dei 20 diritti riportati sul retro.

TEMI TRATTATI: diritto, famiglia, identità, multiculturalità, informazione, gioco, disabilità, salute, uguaglianza, pace, scuola, libertà, genitorialità, Stato.


Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi