Gli uomini ad un certo punto...

Gli uomini ad un certo punto pensarono che educare e istruire i fanciulli avesse senso.

E così fu.

Grandi maestri cominciarono ad insegnare a piccoli bambini.
Questo avveniva nel tempo libero e da qui il termine "scuola" che dal greco skolesignifica proprio ozio e riposo.
Il verbo skolàzein indica lo stare in ozio, l'aver tempo libero da faccende e occuparsi di una cosa per divertimento. Mi riposo dalla fatica fisica e mi dedico ad una ricreazione mentale. Questo concetto di riposo e ozio, di piacevolezza e divertimento si è nei secoli appannato.


Il ricordo di noi tutti del lungo periodo scolastico non è certo di divertimento, e questo è un vero peccato.

Credo nella fatica dello studio, che i latini o i greci vedevano come riposo rispetto alle grandi fatiche fisiche a cui potevano essere sottoposti i ragazzi se non andavano a scuola.
La fatica porta a cose belle: scali una montagna con fatica ma poi godi di un bellissimo panorama.
Lo studio è fatica, ma può essere tanto piacevole. 
Molto dipende dal tuo insegnante. 

Ora farò un breve test: ripensando agli insegnanti che avete avuto nella vostra vita, quanti sono stati significativi in senso positivo? Quanti in senso negativo? Quanti indifferenti?
Ecco, di solito a questo test, in cui i campioni esaminati non sono meno di quindici (medie ed elementari) ma potrebbero raddoppiare in base alla lunghezza dei propri studi, gli insegnanti che si distinguono in positivo sono la minoranza, non più di tre, quelli in negativo ci sono, e non ci dovrebbero essere, gli indifferenti abbondano.

Ecco uno dei motivi perché la scuola non va e non è piacevole. 
Io dovrei avere il ricordo di trenta insegnanti motivati, carichi, contenti di essere lì con me, a fare il tifo per me e per i miei progressi e invece non arrivo a quattro.
Questo credo si sia verificato per quasi tutti gli italiani per tanti motivi, che però non giustificano la mancanza umana ancor prima che professionale dei nostri insegnanti.
Quando si accetta l'incarico dallo Stato o da una scuola privata ci si assume una responsabilità grande; bisognerebbe prendersi del tempo per pensare se si è veramente consapevoli dell'alto compito che si andrà a svolgere.

Io ho frequentato una scuola elementare privata da cui ho ricevuto più che in ogni altro grado di scuola.
Io ho insegnato in una scuola privata per molti anni, poi ho deciso che volevo fare l'esperienza della scuola pubblica.
Io ero sempre la stessa persona, la stessa insegnante cambiavo solo datore di lavoro.
Ho avuto la fortuna di insegnare nelle scuole di bambini ricchi e di bambini poveri, nelle scuole con tanti bambini italiani e con tanti bambini stranieri.
Io ero sempre la stessa persona.

Il punto adesso non è una gara fra la scuola pubblica e quella privata, ma è ritrovare "il senso", il piacere di fare un mestiere benedetto, la voglia di farlo, perché non si va in ufficio dietro ad una scrivania. Davanti alla nostra cattedra ci sono visi pieni di speranze che aspettano un'alternativa, una proposta per la vita.
Che siano i bambini o ragazzi di una scuola privata o quelli di una scuola pubblica, hanno tutti il diritto di essere accompagnati nella scoperta e nello studio del mondo che hanno intorno.
Non tutti i genitori potranno scegliere una scuola privata, non tutti la vorranno scegliere, non tutti penseranno sia giusto favorire il nascere di scuole private, molti lotteranno per la scuola pubblica tutto questo va bene perché ci deve essere le possibilità di scelta, è la legge del commercio, e ormai tutto è commercio, ma la cosa importante è non lasciare nessuno scoperto da un'educazione bella e vera.

Tutti i giovani devono essere accesi invece spesso noi li aiutiamo a spegnersi.
Noi nel senso di riforme, fondi, strutture e anche insegnanti.
Ad un certo punto ho pensato di aprire una scuola, dove non mi sarei dovuta scontrare troppo con norme e colleghi, solo un gruppo di insegnanti motivati e carichi come me per riuscire a stare tutti bene, alunni compresi.
Poi ho deciso che volevo credere nella scuola pubblica, che dovevo provare a fare quello che potevo, perché se uno Stato non ha una scuola che funziona, non serve a nulla che abbia un esercito pronto a intervenire.
Lo Stato deve, per prima cosa, prendersi cura della sua gente. Prendersi cura nel doppio senso di curare se malato e far crescere quando è piccolo.
Una persona qualunque è comunque speciale anche se non passa in televisione e lo Stato deve pensare a lei come al tesoro più grande.

Quello che vorrei è che tutti i colleghi di ogni ordine e grado di scuola sia essa pubblica o privata si chiedessero se vogliano veramente fare questo mestiere nel senso più alto e non perché hai due mesi di ferie all'anno, Natale e Pasqua, o perché è l'unico che si concilia con una famiglia. Queste sono motivazioni pratiche che vengono dopo una scelta a monte, che è quella del ruolo che hai deciso di ricoprire nella società. 

Spesso vedo vacillare la mia motivazione, mi sembra di dover lottare con forze più grandi che vogliono ostacolare il nostro mestiere, è un attimo perdersi e passare dal fare le cose bene al farle in modo indifferente. E' un attimo non rendersi più conto della bellezza, assuefarsi al brutto, alla noia e perdere quel senso di piacevole che greci e latini vedevano come conditio sine qua non per far stare in piedi una scuola.

Ma occorre resistere e restare ancorati alla passione. In caso contrario non è mai troppo tardi per porsi la domanda sulla reale o presunta motivazione che ci spinge a fare questo mestiere, ed avere il coraggio di una scelta convinta e determinata, sia nell'una che nell'altra direzione.
I giovani hanno il diritto ad avere delle guide, dei grandi maestri accanto che non temono la grande fatica e pazienza che occorrono, quindi o ci rimbocchiamo le maniche o togliamo il disturbo lasciando provare a qualcun altro.

Una Maestrapiccola per Officina Genitori

Maestrapiccola è Cristina Petit, autrice di "Maestrapiccola. Diari, spugnature e spensieri di un anno di scuola" edito da Il Castoro, pagine nate dall'omonimo blog.

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Illustrazione di Cristina Petit, perché "Maestrapiccola" oltre ad essere una maestra, una scrittrice, una mamma è anche un'illustratrice.

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Mi hanno ucciso le fiabe. Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli.

Durante l'osservazione del comportamento di alcuni bambini del suo Centro giochi di Masal, l'autrice - nota psicoterapeuta, rimane impressionata dalla seguente conversazione: "Secondo me dovrebbero dare il permesso agli americani di usare la bomba atomica così ne sganciano una su Bagdad ed è finita la guerra". Un'altro bambino risponde "Io penso che sia sbagliato perchè se butti una bomba atomica su Bagdad uccidi tutta la gente e poi anche...come si chiama..Aladino. Così uccidono tutte le nostre fiabe e non ci sono più fiabe". Dialogo surreale che mette in evidenza un problema molto serio: guerre, massacri di innocenti, armi chimiche, attacchi kamikaze ed eventi naturali incontrollabili: le notizie dei disastri colpiscono grandi e piccini e nessun mass media riserva spazi a loro adeguati per aiutarli ad impadronirsi della realtà.

In questo libro Masal Pas Bagdadi ha intervistato bambini e fermato i loro pensieri e le loro emozioni ma soprattutto ci insegna a stare loro vicini, a rassicurarli e a decodificare le loro paure sui grandi temi della guerra e della distruzione. Ci dice come dirglielo e cosa dirgli, cosa fargli sapere e cosa non fargli vedere, ci mette in guardia contro le difficoltà che si possono incontrare e ci suggerisce come affrontarle.

Un libro per entrare in sintonia con i propri figli, per comprendere i loro ragionamenti e percepire le realtà che possono provvedere al loro fondamentale bisogno di sicurezza.

autore: Masal Pas Bagdadi

editore: Franco Angeli

 

I No che aiutano a crescere

A prima vista si può pensare che questo libro presenti il "No" come strumento educativo e non come conseguenza di un normale rapporto tra le persone.

Almeno, così pare leggendo la quarta di copertina:
Un neonato strilla, un bambino vampirizza la madre, un adolescente sta fuori fino a notte fonda. Per paura di frustrarli, i genitori spesso rinunciano a educare i figli, a riconoscere i confini tra l'io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l'ansia, a sopportare le avversità. Nelle famiglie si creano cosi situazioni di disagio per la semplice incapacità di dire un no. Dovrebbe essere ovvio che in certi casi bisogna dire di no, eppure l'opinione comune è che sia meglio dire di sì. Non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto può pero avere conseguenze negative sulla relazione tra genitori e figli, come anche sullo sviluppo della personalità dei bambini.

In realtà, il libro è un'analisi lucida e profonda del comportamento dei bambini dalla nascita all'adolescenza e del loro rapporto con i genitori. I "No" e i limiti non sono solo quelli che il genitore dice al bambino, ma sono soprattutto quelli che il genitore impara a dire a se stesso per favorire la crescita del figlio. Le ragioni del bambino sono sempre tenute in considerazione, come pure l'interazione madre-figlio. I limiti sono anche per la madre, quando non sa accettare che il figlio possa essere diverso da come lei se lo immagina, quando non accetta che possa essere autonomo, o quando interferisce con il ritmo e le sue modalità di apprendimento.

È pieno di ottimi spunti e di buon senso e, a dispetto del titolo, non è affatto un incoraggiamento a una revisione autoritaria del ruolo genitoriale.

autore: Asha Phillips (traduzione L. Cornalba)

editore: Feltrinelli

Libri di Marcello Bernardi

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