Il potere emotivo racchiuso in una parola

Spesso si da per scontato il potere emotivo racchiuso in una parola. In realtà in base a come viene pronunciata ed a come viene accolta dalla persona che ci ascolta una parola può determinarne le scelte, il modo di essere, il futuro.

Alba Marcoli nel libro il Bambino perduto e ritrovato nella fiaba "Il fiume incontenibile" scrive: "Non ce la faccio a contenermi" si diceva il fiume disperato "e semino solo morte e distruzione. È tutta colpa mia! Sono proprio cattivo!", disperandosi sempre di più, dimenticandosi di quando invece con la sua acqua irrigava i campi. La fiaba prosegue dicendo: "e se uno si sente proprio solo e soltanto cattivo, si comporta proprio solo e soltanto da cattivo!"

Quando fin da piccoli si viene chiamati in un determinato modo, si viene stimolati ad orientarci verso quella direzione. Direzione che può essere allineata con il nostro percorso di vita seguendo inclinazioni e attitudini. Direzione che può subire delle deviazioni che inducono a deviare momentaneamente dal proprio percorso di vita per ritornarci in seguito: pensate agli hobby od alle passioni. Ci sono anche casi dove parole reiterate nel tempo ed ascoltate da bambini hanno fatto deragliare dal proprio percorso di vita. Parole dette da persone che non hanno saputo ascoltare, accogliere il vissuto, l'inclinazione, l'attitudine di quel bambino.

Nella comunicazione si cade facilmente ed erroneamente nell'abitudine di anticipare i contenuti dell'interlocutore senza lasciarlo finire di esprimersi, adducendo che tanto si è già capito! Si sa che cosa vuole dire. Si sa che cosa vuole chiedere.

Si sa già!

In questo passaggio vi è solo una certezza: sappiamo cosa abbiamo in testa noi e presumiamo di sapere cosa ha in testa il nostro interlocutore!
Presumiamo... 
Certo che, limitare la possibilità di espressione dell'altro, equivale a non metterlo nelle condizioni di esprimersi sotto tutti i punti di vista. 
Non lasciarlo esprimere vuol dire, soprattutto se l'altro è un piccolo interlocutore, non fargli vivere l'esperienza della fatica a raccogliere pensieri, idee ed emozioni che accompagnano la richiesta, la riflessione, il parere.
È un po' come avvicinare una palla ad un bambino piccolo: di sicuro con il gesto lo si aiuta, ma se il bambino non aveva chiesto la palla oppure il nostro aiuto gli si insegna a non fare fatica, ad avere quello che non ha chiesto, ad ottenere senza sapere se era proprio quello di cui aveva realmente bisogno.

Quando si parla di deve fare fatica.
La fatica di trovare la parola giusta da dire a quella persona e in quello specifico momento.
La fatica a pronunciare delle parole piuttosto che altre. Pensate al primo "Ti voglio bene" da adolescenti. Rossore, calore, impaccio, brividi, tremore, disagio, euforia sono un tutt'uno nella persona che sta esprimendo quel sentimento.
La fatica di accompagnare nel modo giusto il nostro stato emotivo. Le emozioni vestono le parole di un significato sottile ma nel contempo profondo. L'emozione in una frase è quella che rimane nell'anima della persona che la riceve, mentre le parole si possono dimenticare. L'emozione provata invece rimane.
Le parole dunque hanno una grande responsabilità. Quella di alleggerire l'animo delle persone, ma anche di appesantirle al punto tale da sviluppare malattie, disagi e patologie di vario genere.
Riporto una riflessione di un ragazzo di quattordici anni, invitando il lettore ad ascoltare il testo che segue con la testa, con il cuore e con il corpo.

Mi manca la parola papà
Mi manca la sua voce
Mi sento un vuoto dentro
Mi mancano le sue sgridate
Non ce la faccio a stare solo senza che mi dice: "Come è andata la giornata Marco?!"
Mi manca il suo calore e anche il suo cuore
Io volevo crescere con mio padre e parlare come facevamo tanto tempo fa

Marco Sansone 14 anni

Per gentile concessione della Dottoressa Barbara Camilli 
www.psicologia-utile.it 

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Oggi a scuola è arrivato un nuovo amico

"Parlano russo, indiano, swaili o spagnolo. Sono confusi ed intimoriti, a volte sono introversi e persi nel loro mondo, a volte sono inquieti ed irrequieti. Hanno sei anni e ne dimostrano quattro, emotivamente poi sembrano ancor più piccoli. A sette e otto anni non hanno idea di quel che sia una scuola, un libro... Sono i figli dell'adozione internazionale.

Nella loro vita ci sono due madri, due famiglie, possono avere un passato segnato da traumi, possono aver vissuto per anni in un istituto, possono aver viaggiato da un continente all'altro, hanno sempre viaggiato o da un prima ad un dopo, molto diversi tra loro, per avere una famiglia stabile e serena.

Arrivano in classe con le loro lingue, le loro culture, i tradimenti degli adulti, il loro aver trovato una famiglia attraverso l'adozione. Arrivano in classe con i nuovi genitori, genitori a volte stanchi, ansiosi, desiderosi di trovare nelle insegnanti delle alleate che li aiutino nei primi bellissimi e faticosissimi mesi di formazione di una nuova famiglia.

Raramente gli operatori della scuola conoscono le realtà, le storie dei bambini, le procedure, le vicissitudini burocratiche, le attese e le avventure dei genitori adottivi. A volte sembra che manchino i canali per parlarsi e che scuola e famiglia siano due mondi che non riescono a raggiungersi.

La scuola accogliendo in sé - attraverso i bambini - le moltissime istanze del sociale, può oggi farsi promotrice di una cultura della convivenza civi­le dove ogni differenza trovi modo di esprimersi per quanto ha di ricco, nuovo, stimolante per tutti noi. È per questo che desideriamo creare un'alleanza tra genitori e maestre, un'alleanza dentro cui i bambini cresceranno serenamente, i genitori si sentiranno sostenuti e le insegnanti vedranno riconosciute al meglio le proprie capacità."

autore: Anna Guerrieri, M. Linda Odorisio

editore: Armando Editore

Il banchiere dei poveri

Muhammad Yunus vive in uno dei paesi più poveri del mondo. Ad arginare gli effetti devastanti delle calamità naturali, della malnutrizione, della povertà strutturale, dell'analfabetismo e della alta densità di popolazione, in Bangladesh, non sono bastati i trenta miliardi di dollari degli aiuti internazionali.

E' difficile, quindi, immaginare che l'Occidente abbia qualcosa da imparare da questo paese. Eppure, è nata qui la Grameen Bank e con essa un'idea per far sparire la povertà dalla faccia della terra. Il professor Yunus ha trovato il modo, accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra, di fornire al 10% della popolazione - bengalese (dodici milioni di persone) gli strumenti per uscire dalla miseria, e di trasferire poi la sperimentazione del microcredito dal Terzo mondo ai poveri di altri paesi.

La banca presta denaro, a tassi bonificati, solo ai poverissimi: in questo modo coloro che non potevano ottenere prestiti dai tradizionali istituti di credito (e sono state in maggioranza donne) vengono messi nella condizione di affrancarsi dall'usura, di allargare la propria base economica e di prendere in mano il proprio destino. 

Segnaliamo un articolo su Muhammad Yunus scritto dalla redazione di Officina Genitori

autore: Muhammad Yunus
editore: Feltrinelli

Una sorellina per Paolino

Presto mamma coniglio avrà un piccolo e tutti sono felici...

Tutti tranne Paolino. Il suo amico Robi l'ha avvertito: i neonati sono una vera catastrofe e Paolino, a dire il vero, preferirebbe avere un criceto, piuttosto che un bebè.

Ma, quando nasce la sorellina, cambia tutto...

Una storia piena di umorismo e tenerezza che parla dei dubbi e delle paure di tutti i bambini, quando arriva a casa un fratellino.

Età consigliata: dai 3 anni.

 

autore: Brigitte Weninger, Éve Tharlet (traduzione di L. Battistutta)

editore: Nord-Sud