La legge sui Nidi

Nel dicembre del 1971 la Gazzetta Ufficiale pubblicava la legge 1044. Così si apriva un nuovo capitolo per la storia del paese con la creazione dei nidi d'infanzia. 
Mettendo i piedi nei nidi d'infanzia e allargando lo sguardo all'esterno, si potrebbe raccontare la storia del paese. Da questo strategico luogo d'educazione e formazione dove le novità sono sposate per obbligo, si possono tracciare più percorsi, almeno rispetto a tre macro temi: il sociale, l'educazione e l'economia. 

Procediamo con ordine. La legge è stata fortemente voluta da una donna, l'allora parlamentare del Pci Adriana Lodi che ancor prima di portare la legge all'approvazione ha aperto i primi nidi a Bologna: era il 1968. La volontà e la partecipazione erano salde. I nidi d'infanzia erano fortemente voluti dal basso, dai cittadini e naturalmente le prime a volerli furono le donne. 
La mentalità che l'apertura del servizio andava ad intaccare era radicata e si può riassumere così: il bambino è a carico delle madri. Brutale sintesi che però rende l'idea. 
Lo scontro in parlamento per l'approvazione della 1044 fu grande e carico di ideali. Nel solo anno '71 si approvarono tre leggi fondamentali: sulla maternità, quella sui nidi e quella sulla famiglia. Fu un anno eccezionale di radicali cambiamenti legati soprattutto al ruolo della donna nella società e della famiglia in generale. In breve questo è lo scenario sociale che ci si para di fronte. Nell'attualità la famiglia è cambiata radicalmente ma in modo del tutto differente da nord a sud. Spieghiamo per dati. 

La diffusione dei nidi in Italia 
Oggi la diffusione si attesta attorno al 26% rispetto alla domanda. Questo 26% non è uniforme per più motivi, poi vedremo quali. Due regioni d'esempio: l'eccellenza dell'Emilia-Romagna con una diffusione del 31% contro la Campania con un 2,6%. Incrociamo ora con i dati dell'occupazione femminile, in Emilia-Romagna ci si aggira attorno ad un 63,5% (tra le più alte a livello nazionale, in linea con l'Europa) contro 26% della Campania. Le donne non occupate nel sud hanno meno possibilità di inserire i propri figli al nido, con minori possibilità di collocarsi o rientrare nel mondo del lavoro. Insomma è il classico gatto che si morde la coda. 

Come sono cambiati i servizi in quarant'anni al loro interno? 
Moltissimo. La legge 1044 intanto andava a cambiare qualcosa di già esistente. Prima dei nidi c'erano gli Omni (Opera nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia). Qui i bambini venivano accolti in una prospettiva di cura e assistenza. Gli Omni furono istituiti durante il fascismo e le esigenze, visti i tempi, erano: dare da mangiare, curare l'igiene e fare attenzione che i bimbi non si facessero male. Non si pensava certo all'educazione. Dall'istituzione degli asilo nido ad oggi il pensiero educativo e la pedagogia, che nel frattempo è passata a scienza dell'educazione, ha fatto passi da gigante. 
Oggi al centro dell'impegno educativo c'è il bambino che viene stimolato tramite attività psicomotorie e viene accudito ponendo particolare attenzione al legame affettivo. 
Il nido si configura come il primo luogo sociale ed educativo per il cittadino di domani. L'importanza della frequentazione al servizio è stata tracciata, stabilita in più studi e da più studiosi con diverse competenze: economisti, pedagogisti (Studio del Boca Pasqua, Fondazione AgnelliStudio della Comunità Europea).
A fronte dell'evoluzione educativa e di crescita in qualità c'è stata una trasformazione della domanda. 

Come cambia la domanda 
All'origine la richiesta al servizio era di circa il 3%, oggi è cresciuta moltissimo e sembra non conoscere battute d'arresto. I dati Istat del 2009 raccontano uno scenario di questo tipo: le famiglie che richiedono un aiuto, cura e assistenza per il bambino si aggirano attorno al 36,7% In forte aumento ad esempio rispetto a dieci anni prima, quando la cifra si attestava al 30,5%. 
Crescono anche le percentuali di chi si rivolge ai servizi pubblici mentre rimane stabile la percentuale delle famiglie che si rivolgano a baby-sitter o servizi privati. In breve negli ultimi dieci anni i bambini che frequentano i nidi d'infanzia sono raddoppiati: da 140 mila si è passati a 250 mila e oltre. 
Secondo un'indagine sulle famiglie del 2008 chi frequenta il nido lo fa per questioni educative e di socializzazione e non solo per semplice cura. I dati sulla valutazione di qualità educativa crescono in dieci anni da un 34,9 % ad un 39,1%. Anche questi dati variano moltissimo da regione a regione. Al nord la maggior parte dei genitori crede che il nido sia un ottimo servizio educativo, mentre al centro le famiglie reputano che il nido sia importante per una questione sociale. 
In generale i dati sottolineano due caratteristiche, da una parte l'importante lavoro di qualità che il nido ha svolto al suo interno in tanti anni di affinamento, dall'altra le immancabili differenze di mentalità. 

La legge 
Con la legge 1044 si stabiliva che il servizio doveva facilitare la donna a rimanere o introdursi nel modo del lavoro. In cinque anni si prevedevano le aperture di 3800 strutture attraverso fondi speciali che lo Stato doveva versare alle regioni e le regioni dovevano versare a loro volta ai comuni. 
Questo spostamento di capitale era previsto perché per lo stato investire sui nidi significava investire sul futuro, le regioni avevano e hanno, qui nulla è cambiato, il compito di legiferare per la vita del servizio e infine i capitali dovevano essere investiti dai comuni che sono i diretti responsabili del servizio. Ancora oggi questa trafila non ha conosciuto mutamenti. È il comune che spende, è il comune che gestisce. 
Nel 1983 i nidi diventano servizi a domanda individuale. Passaggio fondamentale perché così anche la famiglia partecipa alla spesa. E sempre negli anni ottanta c'è un'altra novità, si affiancano ai nidi altre servizi detti integrativi che hanno anche altre competenze rispetto a quelle educative come quelle ludiche o di aggregazione. 
Nascono così centri famiglia, micronidi, piccoli gruppi educativi, nidi aziendali, tages mutter, di recente in uno studio di mappatura nazionale si contano oltre sessanta diverse diciture per indicare servizi rivolti ai bimbi. (monitoraggio del piano nidi). 
Facciamo un balzo e arriviamo al 2007 con il piano straordinario d'investimento varato dal governo Prodi detto piano Bindi 2007-09. L'unico investimento statale in tutta la storia dei nidi. Questo piano economico aveva la funzione di poter avvicinare la copertura del servizio a quel 33% richiesto dalla comunità europea. Ad oggi che il piano si è concluso il servizio si aggira al 23% e non si sono previste altre risorse, almeno al momento. 

La distribuzione 
È davvero difficilissimo fare un ritratto dello scenario nazionale per la frammentazione legislativa e non solo, anche per le diverse realtà che ogni territorio presenta, storia nota anche per molte altre questioni. Possiamo però dire che secondo gli ultimi dati (2007) in Italia ci sono 3184 strutture adibite a nidi, e che queste strutture possono accogliere solo il 5% della domanda totale. Le disparità tra regione e regione sono importantissime con una concentrazione del servizio al nord e centro del 81% circa. 

Le rette 
La spesa dei nidi grava fin dalla nascita sui bilanci comunali e dal '83 anche sulle famiglie. Dire in che percentuale grava su una e sull'altra è molto difficile perché, come ormai stiamo vedendo da più punti di vista, varia da territorio a territorio e la retta da comune a comune. Possiamo stabilire che ci sono regioni nella media in media la retta si aggira attorno ai 360 euro mensili (nord) e la più bassa,sempre in media, risulta essere la Calabria con una retta di 120 euro mensili. 
La maggior parte delle rette è calcolata in base all'Isee, alcuni si attestano sul reddito e pochi sono quelli che applicano la tariffa unica. 
Altro dato certo, secondo un recente Studio targato Uil, le rette sono aumentate molto negli ultimi anni con delle punte d'impennata ad esempio a Bologna, città dove la retta era ferma da dieci anni, è aumentata in un anno del 33%. 

In conclusione 
I problemi che dovranno affrontare i nidi d'infanzia sono moltissimi. Ad una crescita di strutture dovuta anche al piano Bindi, non ci sono stati altri investimenti, l'aumento delle rette per quanto paradossale potrebbe aiutare il servizio nella sua stabilizzazione della diffusione. Dato che non è pensabile attualmente aumentare l'offerta, la riduzione della domanda potrebbe aiutare la classe dirigente e politica dare una risposta sulla questione. Altra questione rimane che il nido può offrire con la sua diffusione una maggiore possibilità d'impiego alle donne e che la forza lavoro femminile potrebbe aumentare la capacità di ripresa del paese in generale. 

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