Educare alle differenze contro gli stereotipi

"Non piangere che sei un ometto!"
"Stai composta!"
"Mio figlio gioca con le bambole mi devo preoccupare?"
"Le bambine sono più pettegole, i maschi più irruenti."

Fin dalla scuola materna i bambini e le bambine sono sottoposti a un martellamento di questo tipo, ed è quasi inevitabile adeguarsi, almeno esternamente. Tutto ciò si evidenzia nei giochi, in famiglia, e più tardi, nella scuola. L'istruzione e l'educazione, infatti, sono ancorate da sempre alla trasmissione di stereotipi e pregiudizi di cui sono colmi i libri di testo e i contesti educativi.

Gli stereotipi rappresentano giudizi schematici che rendono indifferenziato il proprio ruolo all'interno di un gruppo o categoria e ne immobilizzano i ruoli, rendendo indistinguibili desideri, modi di pensare o di essere.(1) Ad esempio, nei libri scolastici I bambini sono rappresentati per lo più in attività all'aria aperta, le bambine entro le mura domestiche. La disobbedienza, l'intraprendenza sono considerate tollerabili nei maschietti mentre sono caratteristiche negative nelle bambine. I ragazzi emotivi, paurosi, sensibili vengono chiamati "femminucce". Gli stereotipi, infatti, colpiscono anche il mondo maschile: così come le ragazze e le donne sono viste sempre come angeli del focolare o oggetti di seduzione, gli uomini risentono di una schematizzazione altrettanto rigida: sono rappresentati come manager, uomini in carriera o di potere, con un aspetto forte e vincente.
I bambini assorbono questi modelli e vi si adattano fin dalla più tenera età. Non si salva quasi nulla neppure nella letteratura per l'infanzia e l'adolescenza, nelle riviste, non solo nei classici, ma anche nei fumetti più recenti.
Questa è una gabbia da cui non si esce facilmente, i ruoli sono immutabili e dato che ci viviamo dentro sembra impossibile uscirne: ci adattiamo, quando sentiamo dire che le donne non sono razionali, e dunque non sono portate per la tecnica o la matematica, o che sono emotive e sono più capaci di capire le emozioni rispetto agli uomini, amplificando un aspetto che è solo culturale: ragionare per schemi non fa che frustrare i singoli individui, che inevitabilmente possono non riconoscersi in figure generali e standardizzate ma a cui spesso ci si adegua per convenzionalità.

Cosa è natura, cosa, invece è culturale? La bambina fin da piccola si specchia nella mamma: ne imita i gesti, i comportamenti, assorbe le parole che non sempre si accordano con i pensieri che a loro volta risentono di condizionamenti da cui è difficile liberarsi. La stessa cosa vale per il bambino; da sempre i maschietti sono incoraggiati ad essere più intraprendenti, ma anche loro si adeguano alle etichette confezionate, quando sentono le mamme che ironiche e fiere nello stesso tempo dicono: "ma è un maschio, cosa possiamo aspettarci da lui?"
Già, cosa possiamo aspettarci? Sono discorsi che non fanno che perpetuare queste schematizzazioni e rendono più difficile un effettivo cambiamento. Nessuno vuole negare che queste caratteristiche siano effettivamente osservabili in famiglia o a scuola, solo che non sono affatto innate.
Infatti la maggior parte delle ricerche sulle differenze sessuali mancano di rigore scientifico ed epistemologico in quanto gli stereotipi influenzano i risultati stessi; questo è evidenziato dal fatto che le differenze nelle attitudini scompaiono proprio nei paesi in cui si è raggiunta una parità di diritti e di suddivisione dei compiti(2).

Educare alla differenza rispettando quelle che sono le vere inclinazioni individuali, al di fuori di quello che ci si aspetta dal ragazzo o dalla ragazza vuol dire predisporre un tessuto culturale libero da condizionamenti, insegnare a riconoscere i modelli preconfezionati, sviluppando un senso critico che ne prenda le distanze, eventualmente, anche se non vanno demonizzati, l'importante è non esserne vittime inconsapevoli(3). Senza tornare sulle ovvie considerazioni della pubblicità e del mercato, i quali, si sa, non fanno che rispecchiare l'ambiente circostante e riproporre i vecchi schemi culturali di sempre, occorre che la scuola e l'educazione per prime attualizzino i libri di testo: presentare bambine e bambini in tutte le attività ludiche e sportive, proporre donne e uomini in tutti i campi lavorativi; offrire agli alunni contenuti in cui appaia in modo esplicito il contributo storico delle donne allo sviluppo economico, sociale e culturale dell'umanità, focalizzandosi sulla descrizione di tutte le attività umane e non solo di quelle orientate alla realizzazione di un prodotto economicamente redditizio. (4)

Solo un'attenta educazione alle differenze può innescare un meccanismo virtuoso che fa bene non solo alle donne e alle ragazze, ma anche ai futuri padri. Le forme di conciliazione, infatti, falliscono se non sono accompagnate da mutamenti culturali: le leggi sui permessi di paternità ottengono risultati sempre modesti, soprattutto a causa delle culture e comportamenti secolari che li ostacolano, dato che si stenta a legittimare socialmente e culturalmente quelli che sanno rendersi più liberi dallo stereotipo della maschilità tradizionale. Come sono visti nelle aziende i lavoratori che osano fare i padri davvero? Cambiare modo di pensare è il primo passo per aiutare i nostri bambini e le nostre bambine a essere più liberi di essere se stessi e nello stesso tempo creare una società migliore in cui prendersi cura dei bambini, e più in generale delle persone, diventi un valore universale e non soltanto femminile.


Bibliografia

(1) Rosaria Longo, Donne e lavoro Bonanno editore, 2006
(2) Raffaella Rumiati, Donne e Uomini , il Mulino 2010
(3) Barbara Mapelli, Rosa$Azzurro. Genere, differenza e pari opportunità nella scuola Genere e generazioni a cura di Chiar Serra, Rosenberg &Sellier, 2003
(4) V. Burr, Psicologia delle differenze di genere, il Mulino, Bologna 2000

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