Educare alla disobbedienza: un concetto ancora attuale?

Può sembrare paradossale, in un'epoca in cui i bambini sembrano disobbedire in tutto, parlare di educazione alla disobbedienza. Prima ci sono i terribili two, in cui pare che la parola predominante sia il NO! urlato, poi c'è la scuola in cui i bambini non stanno seduti, non fanno i compiti, poi la vita a casa, dove non mettono in ordine la stanza, fino all'apoteosi della disobbedienza: l'adolescenza. Eppure, educare a disobbedire alle ingiustizie fin da bambini, sembra un consiglio talmente ovvio ai fini della buona crescita che chiunque cerca di metterlo in pratica.
Se però è facile disobbedire a quella che tutti ritengono un'ingiustizia, molto più difficile diversificarsi da tutti gli altri e ribellarsi di fronte a un pensiero unico stabilito da un'autorità, non necessariamente associata a una persona.

Innanzitutto occorre stabilire la differenza tra obbedienza e conformità. L'obbedienza è sempre verso un'autorità, mentre la conformità è riferita al gruppo di pari.
Se l'influenza dell'autorità è diretta e cioè il soggetto non si sente responsabile dell'azione comandata, quella del gruppo è indiretta e il soggetto pensa di aver agito o scelto in piena autonomia. Spesso la conformità è ciò che rende possibile la disobbedienza, questo spiega il successo delle rivoluzioni(1).

Erano gli inizi degli anni '60 quando Millgram con i suoi esperimenti dimostrò che la grande maggioranza dei soggetti (il 70% ) non avrebbe esitato a far del male a una persona di fronte a una richiesta di una persona autorevole. Poi c'è stato il '68, tanti maestri e pensatori hanno fatto della disobbedienza una virtù, da Don Milani a Bernardi, a Rodari, a Mario Lodi. Tutti educatori che hanno teorizzato l'importanza di una formazione non più su base autoritaria.

Ora tutto questo pare interiorizzato, i nostri figli sono diversi dai nostri genitori: lo dice lo stesso Charmet che sono ragazzi che guardano l'insegnante come se fosse un privilegio per lui averli in classe. Altro che autorità!
Eppure i nostri ragazzi così capaci di dire no a scuola, ai genitori, difficilmente vanno controcorrente: cercano di adeguarsi, cercano di piacere, soprattutto ai pari ma anche all'autorità, forse più subdola, che non è in cattedra; eppure si vantano di essere trasgressivi! Crollano, sanno disobbedire solo alle regole.
Il più grande fraintendimento, infatti è quello di far coincidere l'educazione alla disobbedienza semplicemente con il non far nulla, lasciando che si trasgrediscano le regole, non si rispettino gli altri, l'ambiente, essere maleducati verso i famigliari o gli insegnanti.
Ma Bernardi, Dolci (disobbediente che finì in carcere), Lodi, Neill non predicavano affatto la disobbedienza alle regole. Tutti erano maestri ed educatori molto ligi e severi.

La differenza è che le regole sancite in maniera democratica e condivisa, vengono interiorizzate e rispettate, perché diventano parte del soggetto stesso. Dunque educare alla disobbedienza vuol dire aiutare i ragazzi a essere liberi, rispettando le regole che essi stessi hanno interiorizzato fin dalla più tenera età e che rispetteranno anche se un'autorità ordinerà loro di trasgredirle. Il rispetto di se stesso e degli altri, dell'ambiente, verranno prima di tutto, anche dell'autorità. Educare alla disobbedienza è allora educare alla libertà.
Questi concetti così "vecchi", che sanno di '68 non sono affatto scontati. C'è maleducazione, è vero, ma stiamo pure certi che se l'autorità (la moda? il mercato? la tv? non certo la scuola o gli insegnanti, a quelli è facile disobbedire!) sancisce qualcosa tutti si allineano immediatamente. Perché difficilmente un ragazzino o una ragazzina sono così sicuri di sé da ribellarsi, ci sarà sempre un amico, un traino a cui è facile affidarsi. E allora si ricade nell'esperimento di Millgram, in cui basta che uno abbia un camice bianco per infliggere ordini anche crudeli che l'uomo medio degli anni '60 o del terzo millennio si prodiga a obbedire.
In un momento in cui la maleducazione regna sovrana e si invoca a più voci il ritorno a una severità di altri tempi, la risposta è nelle parole non affatto datate dei maestri, quelli che come Korczak hanno predicato il rispetto del bambino, l'importanza del suo ascolto. Perché ascoltando i bambini si impara anche come aiutarli a diventare adulti migliori, la cui disciplina interiore è salda e obbedisce soltanto alla propria coscienza morale.


Bibliografia:
1. Stanley Milgram, Obbedienza all'autorità. Uno sguardo sperimentale Einaudi (2003)
2. Don Lorenzo Milani Lettere di don Lorenzo Milani. Priore di Barbiana ed. san Paolo (2007)
3. Alessander S. Neill, I ragazzi felici di Summerhill Edizioni Red! (2012)
4.Mario Lodi, INSIEME. Giornale di quinta elementare Ed. Il nuovo politecnico (1974)
5. Marcello Bernardi, Educazione e libertà Fabbri (2002).
6. Korczak, Il diritto del bambino al rispetto Luni (2004)
7. AAVV, RIbellarsi è giusto. Teorie e pratiche della disobbedienza civile Ed. dell'Asino.

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