Giornata mondiale del non acquisto

Tutto ciò che compriamo ha un grosso impatto ambientale, oltre che etico sul mondo. L'acquisto diventa un evento gratificante in sé, e non solo una necessità, soprattutto là dove nascono desideri indotti, di possedere oggetti o cose di cui neppure conoscevamo l'esistenza. Ciò si manifesta in maniera rilevante soprattutto sui ragazzi e i bambini, dove gli oggetti a volte rappresentano un simbolo di appartenenza al gruppo. Non ci sono prediche, né discorsi, e nessuno resiste al "ce l”hanno tutti". L'unica possibilità rimane l'esempio e la riflessione. 



Per questo la giornata mondiale del non acquisto, che si svolge sabato 29 novembre rappresenta un'ottima occasione per ripensare a tutte queste cose. (http://www.buynothingday.co.uk/)
 

Nasce in Canada nel 1992, e cade in genere l'ultimo sabato di Novembre, quando il picco degli acquisti è particolarmente alto, poco dopo la Festa del Ringraziamento e poco lontano da Natale. Secondo Ritzer, poi, nel Nord America il consumo e i centri commerciali hanno preso il posto della famiglia e degli incontri sociali, pertanto passare una giornata senza acquisti può essere anche visto come un modo per ripensare a ciò che ha davvero valore.
 

Può sembrare paradossale, in questi tempi di crisi, aderire alla "giornata del non acquisto", quando per molti tutti i giorni si presenta la necessità di comprare meno, quando non la difficoltà a sostenere qualsivoglia acquisto, ma altrettanto paradossale appare la tendenza a tenere sempre tutto aperto, domenica e feste comprese e non solo nella vicinanza del Natale. Le insegne dei centri commerciali illuminati anche la domenica sera, quasi ci fosse un perenne sabato del villaggio, vogliono ricordarci che "siamo nati per comprare", e che questo è ancora quello che possiamo fare o che un giorno torneremo a fare. Ma sappiamo che non è così, che si deve cambiare. E allora anche la giornata del non acquisto può essere vista come un'ulteriore riflessione su dove vogliamo andare.
 

Abbiamo consumato troppo, ed è ora di rendersene conto: non solo per chi ne è direttamente vittima, le popolazioni del sud del mondo, deboli di fronte ai mercati globali o a un mondo del lavoro privo di diritti, l\'ambiente deturpato e impoverito, ma anche per i nostri figli che dovranno fare i conti in futuro con un mondo che non può più vedere l'acquisto come un valore o un modo - a volte l’unico modo - per passare il tempo.
 
In Italia il sabato del non acquisto coincide da un po’ di anni con la giornata della colletta alimentare (http://www.bancoalimentare.it/), in cui si chiede che si contribuisca a fare la spesa, con generi non deperibili, per chi ne ha più bisogno. I principi che muovono questa iniziativa, non sono molto diversi a mio parere da quelli che ispirano la giornata del non acquisto: è in ogni caso un momento di riflessione sulle cose che contano davvero, "è il tempo della persona", come disse Don Giussani. All’atto pratico, però, come si fa ad aderire ad entrambe? Sarebbe bello che i prossimi anni i due eventi non coincidessero, le occasioni di riflessioni aumenterebbero e sarebbe anche un segnale che di fronte ai valori importanti siamo tutti dalla stessa parte, e cioè quella dell’uomo e del suo diritto a vivere nel miglior mondo possibile.
 

Fonti:
 
http://www.unimondo.org/
 
http://www.buynothingday.co.uk/
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_del_non_acquisto
 
(*) Ritzer George,
 La religione dei consumi,Mulino, 2012 

 

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L'ombra del vento

"Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all'oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro "maledetto" che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell'anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra."

Un'ottima opera prima, di questo scrittore che finora si era cimentato solo nella narrativa per bambini; un libro che, uscito in sordina, è diventato un best-seller grazie al passaparola dei lettori. Un romanzo a tratti inquietante, che mescola mistero, Storia e vita vissuta; e che ha, soprattutto, un grande pregio: è sempre coerente alla trama e ai riferimenti. Ogni rimando, ogni indizio, alla fine trova una sua collocazione, ogni mistero ha una spiegazione, ogni rapporto una sua conclusione. Bellissime le descrizioni di una Barcellona cupa, invernale e lontana dall'idea che si può avere di questa città, vittima di un triste dopoguerra ed un ancor più triste strascico del regime. Ancor più belle, seppur drammatiche alcune, le descrizioni delle coppie: coppie di padri e figli, coppie di amici, coppie di fidanzati, e degli intrecci che li legano.

Da leggere d'un fiato, e rileggere con calma una seconda volta.

autore: Carlos Ruiz Zafon

editore: Mondadori

Città blu città gialla

 

Città Blu e Città Gialla sono vicine e separate solo da un fiume. Una è famosa per i suoi ombrelli variopinti, l’altra per i calzolai che fabbricano scarpe eccezionali.

Gli abitanti hanno sempre vissuto in pace e un ponte permette agli abitanti di passare da una sponda all’altra e tutti andavano d’accordo, finché un giorno non decidono di ridipingere il vecchio ponte che collega le due città: già, ma di quale colore?

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Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione

Una grande Riforma dell’educazione o meglio una vera e propria METAMORFOSI (ultima parola del libro) quella  che auspica il grande pensatore contemporaneo Edgar Morin,  oggetto di analisi anche nei suoi due precedenti saggi:  La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. 

Partendo dalla massima di Rousseau nell’Emilio: “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”,  Morin si richiama anche alla tradizione filosofica greca che insegnava la saggezza della “vita buona” e lo fa proprio  perché individua nell’umanità odierna l’assunzione di un modello di pensiero legato al dominio, alla conquista di potere, all’individualismo sfrenato,  ad un sapere fatto a compartimenti stagni che determina  una iper-specializzazione  che fa perdere la visione d’insieme e ci conduce al mal-essere, all’incomprensione che regna nelle relazioni tra umani.

 

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