Auschwitz e Birkenau 2 gennaio 2013

Arriviamo ad Auschwitz il secondo giorno dell'anno. 
Nevica, intorno a noi è tutto bianco e gelato. 
Siamo tantissimi: ci sono centinaia di persone suddivise per nazionalità in attesa della loro guida. Noi italiani siamo forse i più numerosi, circa 150, e veniamo smistati su due guide. Siamo dotati di cuffie e ci viene comunicato il canale su cui sintonizzarci per ascoltare la nostra guida. 
Compatti oltrepassiamo il cancello con la scritta "il lavoro rende liberi" ed entriamo all'inferno. 



La prima cosa che ci viene in mente è che noi siamo avvolti dai nostri piumini, abbiamo guanti e scarponcini caldi. Loro no. Loro avevano solo un pigiama a righe, nei casi più fortunati una giacchetta e un paio di scarpe. 
"La morte comincia dalle scarpe". Così scriveva Primo Levi. Perché non si può immaginare di stare in quel posto scalzi e scoperti. 
Il perimetro è delimitato da una doppia rete di filo spinato in cui scorreva corrente ad alto voltaggio. Su quelle reti si sono date la morte decine di persone.
Il campo è ordinato, le costruzioni sono in mattoni rossi, suddivise in piccoli "blocchi" contrassegnati da un numero. Ogni blocco racconta una parte delle storia del campo nel quale sono stati internati ebrei polacchi, tedeschi, italiani, francesi ma anche zingari e dissidenti politici di ogni nazionalità.
Ci sono i registri con i nomi degli internati nel campo: se ne contano solo 400 mila contro le centinaia di migliaia che di lì sono transitati ma che non compaiono su nessun documento ufficiale, così che ai posteri rimangano meno indizi possibili sulla realtà di quel posto.
Una volta entrati ad Auschwitz il nome non ha più importanza, si diventava un numero. Era l'inizio dell'operazione di annullamento della persona in quanto individuo. Non c'era più legge, nessun diritto, non si era più considerati esseri umani ma solo manovalanza a costo zero da utilizzare fino allo sfinimento.
I prigionieri arrivavano a migliaia nel campo e in modo ordinato veniva loro chiesto di abbandonare tutti i bagagli contrassegnandoli col nome, di spogliarsi e di indossare la divisa. Nessuno di loro poteva immaginare che quello era l'inizio della fine. Ognuno conservava la speranza di essere lì temporaneamente in attesa di ricevere informazioni sulla destinazione finale. Le donne separate dagli uomini e poi le madri dai loro bambini. Che utilità poteva avere un bambino? Era solo un peso inutile per il campo, una "noia" da risolvere nel più breve tempo possibile. 
Nei blocchi si ritrova tutto questo: tonnellate di valige, di scarpe, effetti personali come pennelli da barba, pettini, bambole, montature di occhiali e montagne di capelli che venivano tagliati talvolta all'ingresso del campo, talvolta dopo il passaggio nelle camere a gas, prima che i cadaveri venissero gettati nei forni, perché i capelli si potevano vendere, venivano compattati in grosse balle e spediti ad aziende tessili che li trasformavano in tessuti.
La guida racconta e noi talvolta non vorremmo ascoltare. 

Nonostante le persone siano tantissime non c'è confusione; la gente non ha parole, non commenta, osserva e passa all'orrore successivo. Persino quei ragazzi che prima, fuori dal campo, scherzavano, si facevano foto a vicenda e si davano pacche sulle spalle adesso sono statue di cera. 
Si può fotografare quasi ovunque nel campo ma più si va avanti e più passa la voglia di documentare. 
L'apice dell'orrore si raggiunge nel blocco 11, quello del tribunale, delle sentenze immediate e delle prigioni. È concepibile che un campo di detenzione possa avere prigioni? Cosa ci può essere di peggio dopo aver varcato quella porta? Ebbene, il peggio ad Auschwitz esisteva. Qui furono condannati e immediatamente giustiziati migliaia di dissidenti politici, per la maggior parte polacchi. Una volta a settimana si riuniva un tribunale che aveva già deciso e comunicava la sentenza agli imputati. Il condannato veniva condotto nella stanza a fianco, fatto spogliare e obbligato a riporre ordinatamente i suoi vestiti su un bancone, poi doveva scendere nel cortiletto attiguo dove lo aspettavano altri prigionieri. Una volta raggiunto il numero medio di 10/15 prigionieri, li si disponeva contro il muro e semplicemente gli si sparava. Giusto il tempo di rimuovere i cadaveri e si ricominciava da capo. 
Quel cortile gela il sangue e lì ho visto gente piangere e pregare. 
Nei sotterranei del blocco 11 ci sono le prigioni. Sono in realtà camere di tortura perché si tratta di celle piccolissime, dove le persone venivano lasciate a morire in maniera raccapricciante, di fame, sete o per soffocamento.
Si attraversano cortili dove si sono svolti appelli anche di 19 ore sotto la neve e al gelo perché il conto dei detenuti non tornava. I nazisti avevano una contabilità ferrea: a sera, tra cadaveri e detenuti, il saldo doveva sempre quadrare.
La visita alla camera a gas sotterranea e attiguo forno crematorio (l'unica rimasta perché tutto il resto è stato distrutto nell'imminenza della resa) l'ho quasi rimossa. Ci si arriva alla fine del percorso, dopo aver attraversato infiniti corridoi con le foto dei detenuti schedati, con la data di ingresso al campo e la data di morte. Le due date, soprattutto nel caso delle donne, sono sempre vicinissime.
Rimbambiti da 3 ore di orrore, dove ormai si è perso il senso della realtà perché non c'è logica, ideologia né follia collettiva che possa giustificare quello che abbiamo visto e quanto ci è stato raccontato, attraversiamo queste due stanze in religioso silenzio. 
È difficile da spiegare. Personalmente ho affrontato quei luoghi quasi in apnea e velocemente, come se non volessi dare tempo al mio cervello di memorizzarli, per non avvertire la reale portata del dolore e della disperazione che quelle pareti ancora emanano. È la parte del percorso che ricordo meno, che ho cercato di vivere meno intensamente.
Dopo l'adozione della "soluzione finale" della questione ebraica è risultato evidente che il campo di Auschwitz non bastava più, così i prigionieri sono stati impiegati in massa per la costruzione di Auschwitz II, meglio noto come Birkenau.
Ormai crediamo di aver visto quanto di peggio la mente umana possa aver concepito e stancamente ci avviamo al secondo campo.

Esiste qualcosa di peggio dell'inferno? E' Birkenau dopo Auschwitz.
Qui non c'è tanto da vedere se non l'immensità del campo con le sue baracche di legno che sono in realtà prefabbricati di stalle importati dalla Germania e l'ingresso stesso del campo, quella costruzione minacciosa con la sua bocca spalancata pronta ad inghiottire i treni con il loro carico di umanità. Non ci sono più le torri con le ciminiere dei forni; i blocchi della morte sono stati distrutti dai nazisti il giorno prima della resa. 
Eppure è questo il campo che più mi ha impressionato. Perché qui si passa tanto tempo ad ascoltare la guida che parla ininterrottamente per quasi un ora e mezza. 
La luce comincia a calare, le ombre si allungano, non c'è illuminazione artificiale e tutto diventa più cupo. 
Il primo gruppo di baracche è il quartiere della quarantena, dove venivano stipati i nuovi arrivati, quelli che non venivano spediti direttamente alle camere a gas. 
La prima baracca che visitiamo è una latrina: un enorme stanzone attraversato da doppi canali di scolo su cui poggiano assi di legno forate a distanza regolare. Nessun divisorio, nessun rispetto per la dignità umana. 
La baracca successiva è un dormitorio pieno di letti a castello. I "letti" non sono altro che assi di legno. Una coperta ogni 4 persone. La baracca ha ampie fessure e al centro una stufa che non scalderebbe neanche uno stanzino. La temperatura poteva arrivare anche a meno 30 gradi d'inverno. 
Qui la nostra guida ci ha invitato a riflettere su cosa poteva dare una madre ai suoi figli in un posto simile. Ci ha chiesto di immaginare quelle madri che, dopo un viaggio massacrate su un vagone merci durato anche 10 giorni, si ritrovavano in quella stanza, al freddo e senza nulla da mangiare. Se il diavolo non aveva ancora strappato loro i figli, queste madri erano condannate a vederli morire di fame o malattia. 
E poi la guida ripete i racconti dei sopravvissuti che spesso, soprattutto negli anni passati, sono tornati ai campi e hanno accompagnato le guide nelle visite. Sono tutti racconti strazianti che parlano di vite spezzate o interrotte anche per quelli che si sono salvati perché dopo l'orrore vissuto in quei campi la vita non può più essere la stessa. Come per Shlomo Venezia, autore di "Sonderkommando" che non ha più provato gioia nella sua vita, nonostante la benedizione di un'esistenza ancora lunga e serena accanto a moglie e figli.
La visita a Birkenau termina al memoriale costruito sulle rovine dei forni crematori, tomba simbolica per più di un milione e mezzo di esseri umani che tra Auschwitz e Birkenau hanno perso la vita e dove in più di 20 lingue viene espresso un monito all'umanità: che mai più abbia a ripetersi una simile follia. 

La visita ai campi di sterminio è un'esperienza profonda, radicale, sconvolgente. 
Nessun libro o film può preparare all'orrore di quei campi. E per quanto si avrebbe voglia di non entrarci, di non esporsi a tanta sofferenza, credo invece che sia doveroso farlo. Che soprattutto i giovani sappiano e vedano con i loro occhi di cosa è capace l'uomo, che riflettano su questa recente parte della nostra storia, nella speranza che possano trarne insegnamento e siano domani adulti consapevoli.

I campi si trovano a circa un'ora e mezza di viaggio da Cracovia, nel paese di O?wi?cim. Ci si può arrivare con gruppi organizzati o liberamente, tramite bus o treno. Anche la visita al loro interno può avvenire con l'ausilio di una guida o liberamente, ma ritengo che senza guida si perda tantissimo. Sono disponibili sia guide di gruppo sia guide private che vanno però prenotate per tempo o si rischia di non trovarne di disponibili nella propria lingua.
Auschwitz dista da Birkenau 3 km, percorribili con navetta gratuita che fa servizio non-stop.
Complessivamente, tra viaggio e tempi di permanenza ai campi, la visita occupa un'intera giornata. 

Riferimenti:

Museo Nazionale di O?wi?cim (Auschwitz.altervista.org)
Il museo di Auschwitz ammette le visite tutti i giorni della settimana nei seguenti orari:
08:00 - 15:00 Da Dicembre a Febbraio
08:00 - 16:00 in Marzo e Novembre 
08:00 - 17:00 in Aprile e Ottobre 
08:00 - 18:00 in Maggio e Settembre
08:00 - 19:00 in Giugno, Luglio e Agosto
Gli uffici degli Archivi, delle Collezioni, della Biblioteca, dell'Amministrazione e gli altri dipartimenti sono aperti dalle 08:00 alle 14:00 da Lunedì a Venerdì. Il museo è chiuso il primo dell'anno, a Natale, nella domenica di Pasqua e in caso di eventi particolari che sono annunciati nel sito ufficiale.

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Nebbia di streghe

Nebbia di streghe, una bella fiaba avventurosa, avvincente e allo stesso tempo commovente, che aiuta i giovani lettori a comprendere la separazione tra genitori. 

Carletto è il protagonista di questo libro, ha sette anni e vede fra i sui genitori una nebbia grigia, che con il passare del tempo, diventa sempre più fitta, al punto tale che non riescono quasi più a parlare e ad incontrarsi.

La nebbia l’ha mandata la strega Cunegonda, perché Carletto non ha accettato di seguirla nel suo castello, dove lei lo ha invitato per una grande festa di bambini.
Carletto, rendendosi conto che la nebbia fra i genitori peggiorava decide di seguire la strega, con la speranza che questo possa servire a farla svanire.

Giunto al castello, Carletto scopre che insieme a lui ci sono tantissimi altri bambini e comincia un avventura che li porterà a sconfiggere le streghe, colpevoli di voler trasformare i bambini in streghe e streghi, e a fuggire dal castello.

Al suo ritorno a casa la gioia dei genitori è immensa ma dopo pochi giorni la nebbia ritorna, a quel punto Carletto è convinto che quello che sta succedendo accade solo per colpa sua.
Per fortuna trova il coraggio e si confida con la mamma, la quale gli spiega che a volte fra i genitori cala una nebbia che rende difficile la loro convivenza, al punto tale che non riescono nemmeno più a rivolgersi la parola.
La colpa non è certamente di Carletto, lui non c\'entra niente, può succedere che i genitori smettano di amarsi, e anche se ciò accade non smetteranno mai di voler bene ai loro bambini.
La mamma spiega a Carletto che l’unico modo per far si che la nebbia vada via è che la mamma e il papà non vivano più sotto lo stesso tetto.
Carletto è spaventato perché non sa che fine fanno i bambini che hanno i genitori che si separano, la mamma lo rassicura immediatamente, abbracciandolo teneramente e spiegandogli che i bambini staranno un pò nella nuova casa della mamma e un pò in quella del papà, in modo tale che quell’orribile nebbia non torni più.

autore: Giulio Levi

editore: Falzea Editore

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L’autore: Raymond Bean è un insegnante di quarta elementare (la classe di Jack!). Questo è il suo primo libro. Uscito come un’autoproduzione, Jack il Puzzone ha scalato le classifiche ed è stato già tradotto in cinque Paesi. Raymond ha sempre sognato di scrivere libri. Nato a New York, nel Queens, prima di insegnare e scrivere, ha lavorato in produzioni televisive e cinematografiche. Ama ridere. Sposato, con un figlio, vive a New York.

autore: Raymond Bean

editore: Il castoro