“Mettersi in gioco” nel rapporto educativo con i bambini.

"…i bambini ci mettono costantemente di fronte a noi stessi: vivere insieme ai propri figli è un'opportunità meravigliosa per imparare a conoscersi." (C.Hehenkamp)


Come si riesce a comunicare, ascoltare i propri figli in modo efficace? 
Credo si debba partire dalla considerazione che il bambino ci parla con una lingua che dobbiamo essere in grado di tradurre: non parla alla nostra parte razionale perché si esprime con la voce dell'istinto e per ascoltarlo veramente dobbiamo farlo con la nostra parte creativa. Non capiremo mai davvero un bambino, non sapremo mai interpretare i suoi messaggi (bisogni, desideri, richieste di aiuto) se non entreremo in contatto con il nostro emisfero destro, se continueremo a pensare che il bambino "ragiona" come noi, sia in grado di adeguarsi alle nostre convenzioni sociali, padroneggiare i suoi bisogni, considerandolo e immaginandolo "adulto".

Il tema dell'ascolto è un processo delicato, molto difficile tra persone che parlano lo stesso linguaggio, figuriamoci quanto diventa arduo se l'altra parte adotta schemi mentali diversi dai nostri!
Ecco quindi che "l' ascolto attivo" diventa per l'adulto una possibilità per diventare uno "specchio rivelatore" per il bambino, partecipando alle sue delusioni, entusiasmi, paure, rabbie senza fornire soltanto risposte, insegnare, fare interrogazioni assillanti; un ascolto che "sa vedere" non solo con le parole ma anche con gli occhi, il cuore, il linguaggio non verbale.

Nello spazio che si crea, trovano la loro collocazione naturale anche il silenzio e la creatività.
Il silenzio contiene a volte tutte le parole più delicate, e la creatività tutti i più bei colori.
Seguendo questo modo di relazionarsi, l'educatore, il genitore, o chi per esso, non si mette solamente nell'ottica di chi vuole insegnare, ma anche di chi vuole imparare, conoscere e magari conoscersi! 

Questo è un aspetto molto significativo nel rapporto con i bambini: l'adulto è bene si disponga nell'atteggiamento di ascoltare, con rispetto e amore. 
Avere il coraggio di guardarsi dentro, "di mettersi in gioco" come persona,riconoscendo il bambino che è stato. 
Non è un viaggio facile, alle volte non lo vogliamo proprio percorrere, ma è l'unico viaggio possibile come sosteneva W.Butler Yeats, per essere più sereni con i propri figli. 
Sapere giocare con noi stessi prima che con i nostri figli!
Ma quante resistenze attiviamo a questo processo? Se ci ascoltiamo, credo tantissime!

Il bambino è un radar sensibilissimo delle emozioni, degli stati d'animo degli adulti e riesce a leggere con chiarezza dentro di noi , riuscendo a vederci come realmente siamo.
Sono i nostri più significativi Maestri Zen. Ci pongono in dialogo inesorabile con le nostre ferite più antiche ancora scoperte.
Lo abbiamo mai sperimentato? 
Non possiamo mentire allo sguardo attento di un fanciullo che ci sembra attraversare, e pare raggiungere le parti più profonde di noi. 
Non possiamo impedirgli di mettersi in risonanza con il nostro universo emotivo.
L'importante è essere consapevoli, noi per primi, di "chi siamo" come persone in crescita, assumendoci la responsabilità della nostra strada. 
Essere adulti è anche questo.
Questo ci fa sentire in contatto con la nostra storia personale e famigliare: le nostre radici.
La linfa del nostro albero familiare, alle volte, fa emergere ciò che non vogliamo vedere di noi, ma non solo! Ci ricorda, anche, le nostre infinite risorse donandoci la forza della terra da cui proveniamo. Questa ricerca, e scoperta del nostro viaggio personale, ci fa essere genitori "grandi" emotivamente.
So quanto è complesso guardare alla propria sofferenza, alla propria esistenza, magari a ritroso.
Più facile quindi dire, quando ci sono delle difficoltà in famiglia :"Il problema è di mio figlio!"
Quando invito i genitori a guardarsi dentro, rimangono perplessi e mi ribadiscono :"Ma il problema non sono io!? Non siamo noi!!" 
Ma come posso chiedere ad un genitore: "Accarezzi, coccoli di più suo figlio" se forse lui per primo non sa cosa vuole dire essere coccolato?
Come posso proporgli: "Usi di più la creatività, si diverta con il piccolo..." se lui stesso non è mai stato capace di giocare, ribaltare certi schemi, perché educato rigidamente?
Capire "dove siamo?" "come si è evoluta la nostra storia personale", ci permette di "comprendere da dove siamo partiti per muoverci verso" (verso dove andremo?). Questo è già di per sé un atto educativo verso noi stessi.
Un autista per viaggiare si muove sempre da una partenza, a seguire, si pone il problema della meta da raggiungere.
Discorsi difficili, complessi da cui ci difendiamo ma che è importante farci ogni volta che guardiamo negli occhi un bambino.

Ascoltare un fanciullo, è sapere ascoltare prima di tutto il nostro universo emozionale! 
Giocare con un bambino è saper giocare con noi stessi! 
Condivido, pienamente, una affermazione di un autore a me caro, Bruno Munari, sostenitore del metodo plurisensoriale nei laboratori con i bambini: "Conservare lo spirito dell'infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare. Ritrovare il fanciullo che siamo stati". 
Non posso prendere per mano un minore e accompagnarlo lungo la strada della vita, se non so io per prima da dove sto partendo; questo vale per tutti coloro che, come me, sono impegnati nel difficile, ma quanto mai costruttivo compito, dell'essere genitori, educatori.

"Mettersi in gioco" per aprirsi alla comprensione del mondo interiore e dell'altro. 

E allora… Buon viaggio a tutti noi!

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