Un esperto in Officina. Adolescenti e critiche.

Adolescenti: come si fa a criticarli senza che si sentano mortificati?

 

Quando si parla di comunicazione la critica risulta molto spesso essere il tasto più dolente. Questo, che vale a qualsiasi età, dalla prima infanzia alla senilità, si acuisce in adolescenza dove ogni emozione è amplificata.

Prima di tutto è necessario comprendere se e quando la critica all'adolescente è davvero necessaria e in questo siamo noi genitori ed educatori a doverci porre delle domande. 
Perché il tale comportamento, abbigliamento, discorso, pensiero ci dà così fastidio o ci è così inaccettabile da dover essere oggetto di critiche? È qualcosa di effettivamente negativo o semplicemente non piace a noi? 

Non possiamo dimenticare infatti che l'adolescenza è un periodo molto critico per entrambi "i lati della barricata": figli e genitori. Se i ragazzi devono attraversare gli anni del cambiamento fisico e psichico con tutto quello che comporta in termini di faticosa costruzione dell'identità, dall'altra parte i genitori assistono più o meno inermi al divenire dei loro figli che non sempre segue gli schemi e i percorsi attesi e desiderati. 

Una sensazione molto frequente nei genitori di adolescenti è quella di non riconoscere più il loro ex-bambino, di perdere i parametri di relazione e di regolamentazione che avevano funzionato fino a poco prima, di dover rivedere a loro volta credenze e convinzioni. 
Ecco che allora può accadere che quel ragazzo che gira per casa non piaccia più così tanto, che non piaccia come veste, come parla, come si comporta. E di conseguenza, dietro l'angolo, spunta la critica. 
Questa critica è davvero necessaria? 
Ogni genitore dovrebbe cercare di comprendere di volta in volta quando si renda davvero doveroso richiamare e rimproverare il figlio e quando invece doveroso diventi il rispetto del suo cambiamento, del suo sperimentarsi, del suo differenziarsi da noi. Criticare una pettinatura, un tipo di musica, un gergo linguistico, un interesse, un comportamento, un'amicizia potrebbe significare criticare quello che il ragazzo sta provando a diventare, ma soprattutto quello in cui lui si sta identificando. La critica in questo senso arriva diretta al cuore dell'identità e mortifica, ferisce, allontana. 

Quindi, regola prima per il genitore, fare un passo indietro. Fare un passo indietro che consenta di osservare in questa chiave di lettura le sperimentazioni del proprio figlio e astenersi dal giudizio ogni volta che effettivamente la spinta alla critica è dettata più da una frustrazione e disapprovazione personale piuttosto che da una reale nocività di quello che l'adolescente sta mettendo in atto. Traducendo nella pratica per esempio è la differenza che passa tra un colore o taglio di capelli e invece un tatuaggio, tra il non voler raccontare più ogni cosa in casa e l'agire comportamenti aggressivi in famiglia, tra il non avere i voti alti come priorità e il non aprire più libro, e così via.

A questo punto, una volta individuati i casi in cui la critica si rende davvero necessaria, bisogna scegliere il modo migliore di utilizzarla, e questo è sicuramente rappresentato dalla critica costruttiva. La critica costruttiva è tesa al miglioramento e all'aiuto dell'altro a differenza della critica distruttiva che ha come scopo, anche inconsapevole, la sua squalifica come persona. Per muovere una critica costruttiva è necessario prima di tutto separare il comportamento dalla persona: è la sostanziale differenza tra il "sei uno stupido" e il "ti sei comportato da stupido". Inoltre, una volta evidenziato il comportamento criticabile, è utile e appunto costruttivo spiegarne il motivo e mostrare quale possa invece essere il modo per correggersi. Esemplificando, una critica distruttiva davanti a un compito andato male è: non hai capito o studiato niente, questo compito è un disastro; quella costruttiva diventa invece: hai fatto molti errori in questo compito, è chiaro che non avevi studiato o capito abbastanza, devi concentrarti e studiare di più se vuoi recuperare.

Il genitore non si aspetti che l'adolescente accetti sempre con serenità, gratitudine e buon umore la critica costruttiva naturalmente, il suo "mestiere" è quello di lamentarsi, arrabbiarsi o disperarsi, ma in realtà intravedendo la possibilità di correggersi e i confini del proprio errore non sarà così mortificato, ferito e scoraggiato come davanti a una critica distruttiva, anche se magari non lo ammetterà coi suoi genitori...


Risposta a cura della Dottoressa Anna Laura Boldorini, Psicologa

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L'avventura di crescere - una guida per i genitori di oggi

Dal risvolto di copertina:
"L'avventura di crescere, un libro che descrive lo sviluppo infantile a partire dalla nascita attraverso le tappe fondamentali: la scoperta del mondo, la conquista, gli altri, la famiglia, la scuola, l'adolescenza, l'appetito, il sonno, la paura, la violenza, la censura, la religione, il danaro, lo sport ...
Con la sensibilità di chi ha trascorso molto tempo a fianco dei genitori e dei bambini, Bernardi ci aiuta ad affrontare con responsabilità e coerenza, ma soprattutto con elasticità e apertura, tutte le tappe della crescita, ricordando che insieme al bambino anche il genitore cresce.
Un libro generoso e attento, scritto da un medico autorevole, amico dei genitori, fermamente convinto che alle sfide di oggi si possa rispondere puntando sull'educazione, la tolleranza e l'indipendenza del pensiero, rifiutando la violenza e il consumismo, fino alla difficile conquista della libertà".

Un libro di facile lettura, da leggere un pezzo alla volta a seconda delle necessità, o tutto di un fiato (ma sono quasi 500 pagine!). Scritto in un linguaggio accessibile a tutti, molto pratico, rassicurante e anche divertente.
Perchè crescere è una grande avventura, non solo per il bambino, ma anche per il genitore che attraversa con lui territori inesplorati.

Un brano tratto dal libro, sul "valore dell'ostacolo"

La "guerra di indipendenza" del bambino non ha soste. Egli si impegna di continuo a fare da sé, nel mangiare, nel vestirsi e nello spogliarsi, nell'igiene della persona, e non perde occasione per dimostrare che non ha più bisogno di nessuno. Qualche volta, anzi molto spesso, va oltre i limiti dell'opportunità e della prudenza. Allora scattano i provvedimenti restrittivi, le limitazioni, i divieti, gli impedimenti posti dai genitori, e lui, il bambino, può andare su tutte le furie e abbandonarsi a quella serie di reazioni esplosive che abbiamo visto prima. Direi che non è un male, se i genitori ce la fanno a mantenere la calma. Le proibizioni, le frustrazioni in generale, oltre alla tutela dell'integrità personale del bambino, hanno una doppia specifica funzione: quella di fornire al bambino l\'esperienza di un ostacolo cui far fronte, e quella di fargli capire che si può anche perdere una battaglia senza per questo rinunciare alla guerra. Mi direte che all'età di due anni queste cose non si possono imparare. Certo, non impararle nel senso che diamo noi a questa parola, ma si possono "sentire" e accumulare dentro di sè come preziosa esperienza. Un ragazzino che le abbia sempre tutte vinte, che non trovi mai nessuno che gli dica di no, che viva tra persone terrorizzate dalla possibilità della sua protesta, probabilmente crescerà con una personalità piuttosto fragile e disarmata. A combattere si impara presto, o non si impara mai.

Tuttavia, in questo come in ogni altro campo, conviene stare molto attenti a non esagerare. Ho detto che le frustrazioni e le proibizioni, fra l'altro spesso inevitabili, costituiscono un'utile esperienza, ma se un ragazzino subisce decine di proibizioni al giorno, se si sente dire di non fare questo e quello ogni volta che si muove, se è costantemente bersagliato da una pioggia di "no", allora delle due l'una: o si rassegna a subire tutto, a rinunciare a tutto, a sottomettersi a tutto, e andrà incontro a una vita grama di gregario, di suddito, di servo o di padrone e di "caporale", che è la stessa cosa; oppure deciderà che i divieti non hanno alcun valore e rappresentano soltanto una fastidiosa e molesta intrusione, in presenza della quale è meglio far finta di niente e comportarsi da ciechi e sordi.

Occorre dunque, da parte dei genitori, un adamantino autocontrollo. Occorre dare delle proibizioni soltanto quando servono davvero, quindi molto di rado, e occorre che le proibizioni siano sensate e coerenti. E comunque civili e rispettose. Solo in questo caso sono utili. Solo in questo caso aiutano il bambino a crescere come uomo e non, diceva Totò, come caporale.

A conclusione di questo capitoletto, potremmo dire che nel secondo anno di vita del bambino il suo mestiere è quello di dire di no il più spesso possibile, il mestiere dei genitori è quello di dire di no il meno possibile. Paradosso? Non tanto. La parola NO, come si è detto e ripetuto, è per il bambino affermazione di se stesso e della propria indipendenza. Ma non è solo questo. È anche resistere alle pressioni e alle seduzioni dell'ambiente, del costume e della moda, è anche coraggio di mettere in discussione il potere, è anche capacità di scorgere una "seconda dimensione" delle cose e quindi un passo avanti per conquistare una seconda dimensione di se stesso. È un\'avanzata trionfale verso il consolidamento della propria dignità di uomo. Speriamo che il nostro piccolo combattente conservi dentro di sè per sempre la facoltà di dire di no. Certo, nel futuro sarà un "no" diverso da quello che scaglia ora contro i genitori, sarà un "no culturale", un "no" all'ingiustizia, alla sopraffazione e all'egoismo. Non sarà più soltanto opposizione e provocazione, sarà spirito di civiltà e libertà.

autore: Marcello Bernardi

editore: Fabbri Editore

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