Cernobyl, un disastro mai archiviato

Sono passati 27 anni, ma dell'incidente alla centrale nucleare di Cernobyl si parla purtroppo ancora parecchio. E non solo perché il 26 aprile è il triste anniversario del tragico evento, uno dei due incidenti più gravi (l'altro è quello recente, avvenuto a Fukushima nel marzo del 2011) mai accaduti a una centrale nucleare.


È di poche settimane fa infatti, l'allarme lanciato dall'Istituto Zooprofilattico dell'Asl di Vercelli dopo il ritrovamento di 27 esemplari di cinghiali contaminati da Cesio 137. Questi valori, fuori dalla norma, sarebbero attribuibili ai funghi della Valsesia. I funghi, cibo occasionale degli animali, sono veri e propri recettori di radioattività. Già in passato, tracce di cesio 137 erano state trovate anche nel latte bovino e di capra degli alpeggi cuneesi. E non c'è da stupirci se tra 300 anni i nostri pronipotitroveranno ancora tracce dell'isotopo radioattivo fuoriuscito dalla centrale russa nel 1986 e che si è depositato nel terreno del nostro paese. 

E torniamo a quel 26 aprile del 1986 alle ore 1:23 circa, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (all'epoca parte dell'URSS), a 3 km dalla città di Pryp'jat' e a 18 km da quella di ?ernobyl vicino al confine con la Bielorussia. Durante un test di sicurezza, già eseguito senza problemi sul reattore n°3 si determinò un brusco e incontrollato aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore n°4 della centrale. Spiegano gli esperti: "questo determinò la scissione dell'acqua di refrigerazione in idrogeno ed ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l'aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, lo scoperchiamento del reattore ed un vasto incendio dello stesso".
Fu così che una nube di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore per ricadere su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione di circa 336.000 persone. 
Nei giorni successive le nubi radioattive, spinte dai venti hanno raggiunto vastissimi territori fino al Nord America. Per capire la gravità e la vastità dell'incidente, basti sapere che lunedì 28 aprile 1986, le correnti d'aria portarono la radioattività verso Nord Ovest, investendo dapprima la Svezia e la Finlandia e poi la Polonia, la Danimarca, i Paesi Bassi, il Mare del Nord, il Regno Unito e la Scozia. In un secondo tempo, da martedì 29 aprile a venerdì 2 maggio, l'area depressionaria del Mediterraneo, spostandosi a Sud richiamò un flusso d'aria da Nord Est che investì la Cecoslovacchia, l'Ungheria, la Slovenia, la Croazia, l'Austria e l'Italia settentrionale, poi la Svizzera, la Francia di Sud Est e la Germania e in seguito l'Italia centrale. 
Da domenica 4 maggio a martedì 6 maggio, il vento spinse poi le nubi verso l'Ucraina, la Russia meridionale, la Romania e la Moldavia, la Penisola Balcanica, fino alla Grecia e alla Turchia. L'emissione di vapore radioattivo cessò sabato 10 maggio 1986.

Nel nostro paese le prime reazioni delle fonti ufficiali all'incidente nucleare, tesero a minimizzare il possibile impatto della nube radioattiva sul territorio italiano. Ma la rivista La Nuova Ecologia e la Lega per l'Ambiente, ai primi di maggio, resero invece noti durante una conferenza stampa i dati che documentavano la presenza preoccupante di radionuclidi su molte aree del paese. Nei giorni successivi le autorità vietarono perciò il consumo degli alimenti più a rischio come latte e insalata. Il 10 maggio a Roma una grande manifestazione popolare a cui parteciparono più di 200 mila persone segnò il primo passo verso il referendum che l'anno successivo portò all'abbandono dell'energia nucleare in Italia. 

Quante sono state le vittime dell'incidente di Cernobyl?
Il rapporto ufficiale, redatto da agenzie dell'ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre), conta 65 morti accertati e stima altri 4.000 decessi dovuti a tumori e leucemie lungo un arco di 80 anni che non sarà possibile associare direttamente al disastro. Ma questi dati ufficiali sono contestati da associazioni antinucleariste internazionali, fra le quali Greenpeace, che presenta una stima di fino a 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro. 
Forse le vittime sarebbero state di meno se l'informazione fosse stata data con tempismo. E invece il governo sovietico inizialmente cercò di tenere nascosta la notizia dell'incidente nucleare. 


L'allarme scattò la mattina del 27 aprile, nella relativamente vicina Svezia, quando venne registrata della radioattività nei pressi della centrale di Forsmark. Si suppose, visto l'elevato livello dei dati, che vi fosse una falla all'interno della centrale e i responsabili cominciarono immediatamente a fare controlli in tutti gli impianti. Assicuratisi che le loro centrali erano perfettamente in sicurezza, cominciarono a cercare altrove la fonte delle radiazioni e giunsero così fino in Unione Sovietica. Fu solo così, quando la pressione del mondo intero si fece insopportabile, che il governo di Mosca ammise le sue colpe. Nel frattempo migliaia di lavoratori, vigili del fuoco, soldati e residenti della zona furono esposti, il più delle volte inconsapevolmente, a radiazioni altissime. 

L'agenzia dell'Onu, UNSCEAR ha affermato: "Fino all'anno 2005, tra i residenti della Bielorussia, la Federazione Russa e l'Ucraina, ci sono stati più di 6000 casi di tumore alla tiroide in bambini ed adolescenti che sono stati esposti al momento dell'incidente, e più casi sono da aspettarsi nei prossimi decenni. Indipendentemente dall'incremento delle misure di prevenzione e screening, molti di questi casi di tumore sono molto probabilmente da attribuirsi all'esposizione alle radiazioni". 


Nell'agosto del 1986, si è tenuto un processo a porte chiuse, che ha attribuito la responsabilità dell'incidente interamente agli operatori dell'impianto: dieci anni di lavori forzati per l'imputazione di "negligenza criminale" vennero dati a Viktor Bryukhanov direttore della centrale nucleare e a Nikolai Fomin, ingegnere capo, 5 anni per "abuso di potere" a Anatoly Dyatlov, vice-capo ingegnere e a Boris Rogozhkin, capo della vigilanza notturna, 3 anni a Alexander Kovalenko, supervisore del reattore 4, 2 anni per Yuri Laushkin, ispettore nella centrale nucleare della compagnia Gosatomnadzor. In seguito, una nuova indagine condotta nel 1991, ha attribuito invece la responsabilità interamente ai progettisti, che sono il capo progettista della centrale Viktor Bukanov e gli esecutori dei difetti strutturali eseguiti con l'avallo di V.T. Gora e del responsabile del gruppo di costruzione, IU. L. Matveev.

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”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA

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