Un esperto in Officina. Affrontare una malattia in famiglia

La malattia di un familiare è una di quelle difficili situazioni della vita che vedono i genitori interrogarsi su quanto e come sia più giusto parlare ai figli di ció che sta accadendo.

Abbiamo chiesto un parere alla psicologa Anna Laura Boldorini, rivolgendole alcune domande.


Esiste un “momento giusto” per spiegare ai propri figli la presenza di un malato in casa, e le possibili conseguenze?

Non esiste un momento giusto, esiste un momento necessario. Una malattia grave in casa arriva ad alterare le dinamiche normali della famiglia, a creare un clima verosimilmente diverso, dove allarme e pesantezza diventano palpabili, dove il famigliare malato può non essere più disponibile e presente come prima, dove gli altri adulti appaiono distanti, preoccupati, indaffarati. E ancora, esistono spesso dei ritmi precisi della malattia, visite, medicazioni, telefonate, consulti, che tolgono il tempo a tutte quelle attività e svaghi che solitamente caratterizzano la vita di casa. Ecco, non è possibile che questo cambiamento non venga spiegato, raccontato, condiviso, anche coi più piccoli.
È noto che il fattore che crea più disagio in un individuo è l\'incertezza, il non sapere, il dover immaginare e prevedere da soli quello che sta accadendo e quello che accadrà. Un bambino ma anche un ragazzo in una situazione simile potrebbe trovarsi a sviluppare ansia, paura, e a dipingere nella sua mente scenari drammatici, senza poter usufruire della rassicurazione e del sostegno da parte degli adulti che lo circondano. Quindi la cosa più opportuna da fare, quando lo stadio della malattia è tale da provocare i mutamenti suddetti in casa, è parlare nel modo più chiaro possibile, adeguando naturalmente il linguaggio all\'età dell\'interlocutore, spiegare cosa sta succedendo e perchè, e, nei limiti del possibile, anche quello che succederà in seguito. Questo potrebbe comprensibilmente generare uno stato di sofferenza nei piccoli di casa, e allora sarà compito degli adulti aiutarli a sopportare, ad elaborare, ad adattarsi alla situazione, ma non si sentiranno soli come succederebbe col silenzio.

A quale età un bambino può comprendere cosa significhi essere malati gravi (o malati cronici)?

Nel bambino il senso del tempo si sviluppa gradualmente e arriva a compimento solo intorno ai 12 anni, momento in cui la capacità di astrazione è già piuttosto sviluppata (si completerà intorno ai 14 anni). Già dai 3 anni si ha una vaga cognizione del passato, ma bisogna aspettare i 5/6 perchè si faccia strada l\'idea di futuro entro dei limiti prestabiliti: prima di allora per un bambino il dopo può significare domani come tra un mese o un anno. Per questo motivo anche la malattia, grave o cronica, può iniziare ad avere un significato secondo questi tempi. Per un bambino piccolo è ben chiaro cosa si prova quando ci si fa male, ma sa anche che nel giro di poco tempo il male passerà e verrà dimenticato. Appropriarsi invece del concetto di malattia come stato cronico o degenerativo è processo molto più complesso che non può essere compreso prima dei 5/6 anni o oltre, e comunque solo in modo inizialmente parziale. Questo non significa che prima di quell\'età non sia possibile parlare con un bambino di quello che sta accadendo, ma sicuramente la sua comprensione non sarà completa, è consigliabile parlargli in modo operativo e funzionale “oggi andiamo a trovare la mamma in ospedale”, “adesso il papà deve riposare perchè non sta bene”, “domani non possiamo uscire perchè viene il dottore”, in questo modo si mette in condizione il bambino di comprendere i rapporti di causa effetto tra malattia e avvenimenti presenti, senza la necessità di cogliere la prospettiva della malattia.

La domanda più frequente di un bambino che riceve questo genere di notizia è: \"guarirà?\" Non sempre è facile o possibile rispondere in maniera realistica ad una domanda simile, dove trovare la forza e le parole? In altre parole è giusto mantenere comunque viva la speranza del bambino o spiegare la verità per quanto dolorosa?


Credo che non sia mai facile rispondere a una domanda del genere, ma è doveroso farlo.
Il problema del dove trovare le forze è reale, e va affrontato con coscienza: qualora risultasse troppo difficile per un genitore affrontare personalmente l\'argomento è meglio chiedere aiuto a un\'altra persona che abbia comunque rapporti stretti con il bambino come uno zio, un nonno, un fratello grande. Questa scelta va fatta solo se si pensa di non riuscire a dare queste risposte senza essere sopraffatti dalla disperazione che spaventerebbe e angoscerebbe profondamente il bambino. Ricordiamo infatti che più del contenuto quando comunichiamo noi trasmettiamo il nostro stato d\'animo, potremmo quindi anche scegliere di dare informazioni lievi e attenuate ma la nostra disperazione direbbe esattamente il contrario. Laddove fosse possibile la cosa migliore sarebbe che fosse lo stesso famigliare malato a rispondere a certe domande. Questo perchè arriverebbe al bambino un duplice forte messaggio: sono malato ma sono qui, sono malato ma ti sto parlando, sono malato ma puoi ancora fare affidamento su di me. Questo, sia pur nella tristezza, arginerebbe il senso di smarrimento e di perdita legato a una notizia del genere.
Sull\'opportunità di dire tutta la verità o meno non esiste una regola valida per tutti, ogni famiglia ha un suo funzionamento che va assecondato con il buon senso. Inoltre molto dipende anche dall\'età e dalla personalità dei bambini. A un figlio particolarmente ansioso o che già presenta autonomamente segni disforici dell\'umore è probabilmente più opportuno fornire una verità edulocorata e molto graduale al fine di non provocare precocemente un\'esacerbazione dei sintomi. In linea di massima comunque una buona mappa da seguire è quella di dare delle informazioni il più possibile aderenti al reale per quanto riguarda lo stato e le conseguenze della malattia, soprattutto quelle che ricadranno in qualche modo sul bambino, senza però togliergli completamente la speranza, fosse anche flebile, fosse anche piccolissima, ma resterebbe qualcosa a cui guardare nei momenti più difficili. Quindi riassumendo al “guarirà?” o al “morirà?” la risposta più equilibrata potrebbe essere “potrebbe non guarire” o “potrebbe succedere”. Questo naturalmente solo ed esclusivamente nei casi dove l\'esito letale o gravemente degenerativo di una malattia sia certo e verosimilmente prossimo.


Coinvolgere un ragazzo e raccontare gli sviluppi della malattia, nel bene o nel male, può essere utile?

No, in linea di massima no. L\'obiettivo principale anche in una famiglia dove sia presente un malato grave o cronico dovrebbe essere quello di rendere la vita di un figlio il più “normale” possibile compatibilmente con quello che sta accadendo. Coinvolgerlo attivamente negli sviluppi della malattia invece significherebbe richiamarlo costantemente allo stato delle cose appesantendolo senza alcuna utilità per lui. In certe situazioni anzi sarebbe molto più utile il contrario, ossia favorire la sua vita sociale fuori casa in modo da consentirgli di allontanarsi senza sensi di colpa magari in certi momenti particolarmente critici della vita famigliare (per esempio una fase acuta della malattia). Naturalmente poi come sempre sarà il buon senso e la conoscenza dei propri figli a far scegliere una possibilità o l\'altra, ci sono per esempio alcuni ragazzi che stanno meglio “controllando” la situazione da vicino, partecipando in modo attivo alle cure, informandosi sugli esami, sentendosi insomma parte fondante del meccanismo della malattia e della cura, ma questo di solito è più frequente in ragazzi già in età adolescenziale. E anche in questi casi si deve fare attenzione a non generare un\'adultizzazione precoce.


È sempre auspicabile un aiuto esterno (psicologico o di altro tipo)?


No, sicuramente non sempre. L\'individuo è provvisto di risorse personali che in molti casi sono più che sufficienti per affrontare ed elaborare eventi anche molto negativi. A queste risorse interne si aggiungono quelle esterne sotto forma di sostegno e aiuto di parenti, amici, insegnanti ecc. Svariate ricerche dove il campione era composto da individui che avevano subito un trauma (catastrofi naturali, aggressioni, stati di guerra) evidenziano come a distanza di tempo la maggior parte di loro non presentasse segni di disturbo post traumatico malgrado l\'assenza di un intervento specialistico. Un aiuto esterno deve essere richiesto solo nei caso in cui si rilevi che il bambino manifesta dei sintomi di disagio persistenti e non presenti prima della notizia della malattia del genitore. I sintomi di disagio nell\'età evolutiva possono essere molti, ma i più comuni riguardano disturbi del sonno, dell\'alimentazione, enuresi ed encopresi, sfoghi cutanei. Oltre a questi segnali è bene anche prestare attenzione ad eventuali cali di rendimento scolastico o sportivo e, naturalmente, al tono dell\'umore. Una prassi invece abbastanza frequente e consigliabile, laddove se ne senta la necessità, è quella di una consulenza specialistica richiesta però in modo indiretto dal genitore in modo che possa ricevere delle indicazioni specifiche per sostenere i propri figli in questo difficile percorso.

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Genitori Manipolatori. Riconoscere e fuggire l'amore malato

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In effetti non è facile capire dove sta il limite tra un normale sbotto genitoriale, un momento di debolezza o insicurezza educativa e un comportamento persistente di maltrattamento emotivo. La differenza sta nella frequenza e nei modi impiegati per esercitare il proprio potere, instillando sensi di colpa con comportamento spesso insensati e ingiustificati. I genitori di questo tipo sono "manipolatori" patologici, sono quelli che in psichiatria vengono definiti con personalità narcisistica.

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"Parlano russo, indiano, swaili o spagnolo. Sono confusi ed intimoriti, a volte sono introversi e persi nel loro mondo, a volte sono inquieti ed irrequieti. Hanno sei anni e ne dimostrano quattro, emotivamente poi sembrano ancor più piccoli. A sette e otto anni non hanno idea di quel che sia una scuola, un libro... Sono i figli dell'adozione internazionale.

Nella loro vita ci sono due madri, due famiglie, possono avere un passato segnato da traumi, possono aver vissuto per anni in un istituto, possono aver viaggiato da un continente all'altro, hanno sempre viaggiato o da un prima ad un dopo, molto diversi tra loro, per avere una famiglia stabile e serena.

Arrivano in classe con le loro lingue, le loro culture, i tradimenti degli adulti, il loro aver trovato una famiglia attraverso l'adozione. Arrivano in classe con i nuovi genitori, genitori a volte stanchi, ansiosi, desiderosi di trovare nelle insegnanti delle alleate che li aiutino nei primi bellissimi e faticosissimi mesi di formazione di una nuova famiglia.

Raramente gli operatori della scuola conoscono le realtà, le storie dei bambini, le procedure, le vicissitudini burocratiche, le attese e le avventure dei genitori adottivi. A volte sembra che manchino i canali per parlarsi e che scuola e famiglia siano due mondi che non riescono a raggiungersi.

La scuola accogliendo in sé - attraverso i bambini - le moltissime istanze del sociale, può oggi farsi promotrice di una cultura della convivenza civi­le dove ogni differenza trovi modo di esprimersi per quanto ha di ricco, nuovo, stimolante per tutti noi. È per questo che desideriamo creare un'alleanza tra genitori e maestre, un'alleanza dentro cui i bambini cresceranno serenamente, i genitori si sentiranno sostenuti e le insegnanti vedranno riconosciute al meglio le proprie capacità."

autore: Anna Guerrieri, M. Linda Odorisio

editore: Armando Editore