Significati dell’abbigliamento in adolescenza

Vivere il periodo dell'adolescenza vuol dire subire una notevole metamorfosi fisica e psicologica; l'individuo si allontana dal mondo spensierato dell'infanzia per percorrere la faticosa strada della crescita ed entrare così nell'età adulta.

I rapporti tra i genitori ed i figli adolescenti sono spesso conflittuali a causa dei cambiamenti di ruolo che si verificano fra i due soggetti in questa fase, mentre acquista notevole importanza il rapporto con i coetanei. L'amicizia a questa età è fondamentale, poiché attraverso il confronto quotidiano e diretto con gli amici, l'adolescente si conosce e si costruisce un percorso di crescita in modo autonomo, distanziandosi dall'ambiente familiare. Il gruppo degli amici può rappresentare per l'adolescente anche un ulteriore banco di prova, dove imparare, mettendosi contemporaneamente in discussione grazie alle critiche e ai giudizi degli altri.

 

La costruzione dell'identità personale in questa fase della vita comincia con l'identificazione in un gruppo di coetanei. Solo dopo esserne diventati membri a tutti gli effetti, è possibile il passo successivo, che è quello di trovare la propria identità in modo più originale. In adolescenza negare assolutamente ai ragazzi di avere elementi distintivi e caratterizzanti del gruppo cui hanno scelto di appartenere non può che suscitare reazioni infuocate, perché questa è una battaglia che fa parte della crescita, a cui dedicano molte energie; ne hanno bisogno per rendere evidente un'appartenenza: non averli significa essere tagliati fuori. La pettinatura, i jeans, le scarpe, sono scelti con cura e selezionati in base a precise regole. I genitori rimangono sbalorditi e confusi quando, di fronte ad un meraviglioso capo di abbigliamento acquistato per il proprio figlio, si sentono rispondere: «Non posso mettermi quella roba!».

I riferimenti culturali e il look sono svariati: emo, metallari, hip-hop, punk, happy hour, no logo, indie/vintage. Scegliere cosa indossare, per un ragazzo, non dipende dalla qualità o da altre caratteristiche intrinseche del capo, ma dalla funzione che quel paio di jeans o quello zaino sono destinati ad avere nella sua vita. L’abbigliamento e gli accessori servono principalmente ad ottenere l’approvazione sociale, e vengono quindi utilizzati come lasciapassare per entrare nel gruppo dei pari, per non sentirsi diversi dagli altri, per non essere isolati, ricercando quel bisogno di sicurezza, che si esprime esteriormente come desiderio di omologarsi ad uno stile condiviso e approvato dalla collettività, o come segno di appartenenza ad un gruppo ristretto, solidale e quindi protettivo. Anche con segni visibili ottenuti attraverso tatuaggi o body piercing, il corpo dell’adolescente perde progressivamente la sua valenza estetica per assumerne un’altra, legata alla comunicazione di se stesso, più immediatamente percepibile dei comportamenti e delle parole. Un tatuaggio che da immagine diventa simbolo: di sofferenza, di conflitto famigliare, di appartenenza, di ribellione, di nuova identità. Questi fenomeni, in generale, non devono allarmare i genitori, portandoli a considerare i figli “devianti”, ma al tempo stesso, non vanno nemmeno banalizzati o accompagnati da sole parole di rimprovero.

E allora, quale occasione migliore per conoscere meglio i nostri adolescenti, per trovare strumenti di relazione e confronto?

Come genitori ed educatori, dobbiamo conoscere il loro mondo, accompagnarli nel cammino che li porta alla costruzione della propria identità, che al di là delle mode, resta unica ed irripetibile. Oggi, più che in passato, i ragazzi possono sperimentare variazioni di look, per sancire un cambiamento nel percorso di crescita o nelle relazioni. Personalizzazione, transitorietà, ludicità, creatività sono gli ingredienti che permettono agli adolescenti di elaborare e rielaborare costantemente il loro universo simbolico. La diversità dell’adolescente diventa un valore. Mai dare per scontato il significato del vestiario, dei gesti e delle parole dei ragazzi, anzi, ricordiamo che quei segni, quei comportamenti, quei simboli sono parte di identificazione e al tempo stesso uno strumento di comunicazione nei confronti degli adulti.

 

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Il banchiere dei poveri

Muhammad Yunus vive in uno dei paesi più poveri del mondo. Ad arginare gli effetti devastanti delle calamità naturali, della malnutrizione, della povertà strutturale, dell'analfabetismo e della alta densità di popolazione, in Bangladesh, non sono bastati i trenta miliardi di dollari degli aiuti internazionali.

E' difficile, quindi, immaginare che l'Occidente abbia qualcosa da imparare da questo paese. Eppure, è nata qui la Grameen Bank e con essa un'idea per far sparire la povertà dalla faccia della terra. Il professor Yunus ha trovato il modo, accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra, di fornire al 10% della popolazione - bengalese (dodici milioni di persone) gli strumenti per uscire dalla miseria, e di trasferire poi la sperimentazione del microcredito dal Terzo mondo ai poveri di altri paesi.

La banca presta denaro, a tassi bonificati, solo ai poverissimi: in questo modo coloro che non potevano ottenere prestiti dai tradizionali istituti di credito (e sono state in maggioranza donne) vengono messi nella condizione di affrancarsi dall'usura, di allargare la propria base economica e di prendere in mano il proprio destino. 

Segnaliamo un articolo su Muhammad Yunus scritto dalla redazione di Officina Genitori

autore: Muhammad Yunus
editore: Feltrinelli

Genitori Manipolatori. Riconoscere e fuggire l'amore malato

Sappiamo tutti che colpevolizzare i figli, insultarli o denigrarli in pubblico sono azioni abominevoli, che intaccano l'autostima dei ragazzi, rendendoli insicuri delle proprie sensazioni. Ma a nessuno viene in mente che ciò significhi non amare i figli, né tanto meno essi hanno la percezione di subire un sopruso. 

In effetti non è facile capire dove sta il limite tra un normale sbotto genitoriale, un momento di debolezza o insicurezza educativa e un comportamento persistente di maltrattamento emotivo. La differenza sta nella frequenza e nei modi impiegati per esercitare il proprio potere, instillando sensi di colpa con comportamento spesso insensati e ingiustificati. I genitori di questo tipo sono "manipolatori" patologici, sono quelli che in psichiatria vengono definiti con personalità narcisistica.

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