Testati in Officina. Educazione di genere

"Sono sempre stata una convinta sostenitrice del fatto che le differenze di genere siano prevalentemente causate dall'educazione e che nella prima infanzia sia possibile (e giusto) educare in modo neutrale, però mia figlia di due anni è irresistibilmente attratta da tutto quello che è rosa e brillantinato. È una fase?"

Noi madri che abbiamo subito questa divisione netta di generi, in cui le bambine venivano scoraggiate nei giochi e nelle letture ritenuti maschili, in cui se usavano il lego doveva essere solo per costruire casine e i ruoli di gioco erano quelli di mamma o di bella principessa, rimaniamo disarmate di fronte alla richieste delle nostre figlie che invece pare prediligano ciò che noi ostentatamente rifiutiamo.

 

Ma allora, non è tutta cultura, c'è qualcosa di innato? Non è possibile scindere l'influenza genetica da quella culturale. Sono tante le influenze che i bambini subiscono fin da quando sono nella pancia della mamma, e indirettamente anche le madri passano dei messaggi che a loro volta hanno ereditato senza saperlo; non è così facile liberarsi dagli stereotipi, perché anche la nostra mente risente di un'educazione che, nonostante la consapevolezza acquisita, è radicata nell'ambiente circostante.
Se da una parte, come in Francia, si vietano in alcuni asili i giochi che ingabbiano in ruoli predefiniti(1) , dall'altra si continuano a veicolare pubblicità, letteratura per l'infanzia e giochi che incoraggiano le differenze di genere fin dalla più tenera età, così che è normale che una bimba di due anni chieda i lustrini o lo smalto sulle unghie come le amiche all'asilo.

Sotto sono riportate le esperienze di alcune mamme di Officina, per riflettere insieme.

  • Sono sempre stata una convinta sostenitrice del fatto che le differenze di genere siano prevalentemente causate dall'educazione e che nella prima infanzia sia possibile (e giusto) educare in modo neutrale. Poi però i figli fanno quello che gli pare.
  • Mia figlia è il mio esatto contrario: ama trucchi belletti tacchi gonne ed è inguaribilmente romantica. Io non mi trucco, non metto gonne, tacchi e cosi via... e lei mi dice che mi vesto come un uomo. Non so se è stata cosi condizionata dalle altre bambine (tv non ne guarda mai, se non dvd che scegliamo noi e sono di genere unisex perchè li guarda con il fratello). Quindi secondo me nel suo caso c'e' qualche gene: io avevo due nonne molto molto ambiziose, che tenevano tantissimo all'aspetto.
  • Un bel libro sull'argomento è questo: Pink Brain, Blue Brain: How Small Differences Grow Into Troublesome Gaps -- And What We Can Do About It. Interessante, perché mostra quanto la cultura influenza in realtà la natura, molto più di quello che pensiamo. Quello che mi ha colpito è stato un esperimento: hanno fatto fare una prova di abilità a un gruppo di bimbi di circa 18 mesi maschi e femmine (arrampicarsi su un piano inclinato) e hanno chiesto alle mamme di stimare il grado di abilità che avrebbero raggiunto i loro pargoli. Ebbene, le mamme delle femmine sottostimavano le abilità delle bambine, mentre quelle dei maschi il contrario! Da dove nasce, dunque la nostra mancanza di autostima? Le condizioniamo forse ancora prima di quanto pensiamo, probabilmente.
  • Non sono solo i compagni, ma tutto l'ambiente che influenza: quasi sempre, ad esempio, dopo aver avuto maschietti le mamme vestono la nuova bimba con gonnelline fin dal nido, è ovvio che le altre piccole lo notano, si identificano e lo vogliono anche loro! Avete fatto caso come le sorelle minori di maschietti siano spesso più "femminili" nel vestire che le coetanee figlie uniche o con sorelle?
  • Io mi pongo moltissimo il problema dell'educazione di genere, non tanto sui vestiti (anche perché ormai ha quasi 17 anni e un suo meraviglioso gusto personale) quanto sull'atteggiamento verso la vita, il lavoro, l'indipendenza economica, le sue potenzialità.
  • Posso dirvi che non tutto è influenzabile da noi? Mia figlia ha sempre adorato il rosa e la cosa è perdurata fino ai suoi 12 anni, non esce mai di casa se non è perfettamente a posto, è capace di intrattenermi per ore su argomento borse. In compenso sono certa che si consideri in tutto e per tutto almeno alla pari degli uomini (ma forse anche superiore), che nel suo futuro non si vede mogliettina dipendente ma anzi. Forse cambierà molto rispetto a ora. Non lo so. Di certo ho educato entrambi i miei figli senza assolutamente dare impronta di genere.
  • Ci sono passioni o attitudini che non dipendono da noi né dall'educazione trasmessa, la differenza però la fa l'apertura mentale a tutto, l'esempio, la coerenza nelle scelte, il dialogo.
  • Molte donne e bambine nel passato non erano ritenute capaci dalle loro madri o scoraggiate in giochi e compiti ritenuti maschili. Educazione di genere è soprattutto questo.
  • Io sono stata cresciuta da una mamma la cui peggior critica era "è frivolo". Risultato: da anni non indosso una gonna... e non è un gran libertà nemmeno questa. Non era vietato, solo che mi sarei sentita una piccola sciocca.
  • L'importante è la libertà di scelta.
  • La parità di genere non si misura da queste cose. Avrà una vita per portare i segni sulla sua pelle della lotta, per arrivare a vederla riconosciuta.

 

(1) http://parla-con-noi-d.blogautore.repubblica.it/tag/bambole/

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Il segreto della resistenza psichica

Quante volte ci siamo detti che sarebbe bello avere una corazza dell’anima, una difesa contro le pressioni lavorative, le forti richieste che arrivano dalla famiglia, dai figli, da questa vita che sembra diventare sempre più stressante. Sarebbe bello avere fiducia in se stessi, così da farci scivolare via le critiche che spesso sentiamo su di noi, oppure avere le risorse per superare le crisi, avere le energie necessarie per affrontare non solo i piccoli problemi quotidiani, ma le inevitabili grosse difficoltà che la vita ci pone davanti. Ci sono persone che hanno tutte queste caratteristiche:  sono le persone resilienti.

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi

Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili.

“Una rabbia infantile cela il più delle volte una situazione di conflitto e di sofferenza psicologica. Quando un genitore si trova di fronte a tali manifestazioni spesso si sente in un tunnel: vede che il piccolo sta male ma non riesce a individuare i reali motivi che si nascondono dietro il disagio e la sofferenza del proprio figlio.

Se riusciamo a capire che un bambino si arrabbia perché sta soffrendo per qualcosa che impedisce il suo naturale processo evolutivo, è più facile anche per noi adulti cercare dentro di noi delle strade diverse per aiutarlo a sciogliere i suoi nodi.

Attraverso l’uso di favole, che prendono spunto da storie reali, questo libro offre alcuni suggerimenti per aiutare gli adulti a comprendere meglio le rabbie infantili.” 

 

autore: Alba Marcoli

editore: Mondadori (collana Oscar saggi)