Vajont - 50 anni dalla tragedia

"Il 9 Ottobre 1963 circa 260 milioni di metri cubi di terra si staccarono dal Monte Toc, formando un'enorme frana e andarono a finire nell'invaso della Diga del Vajont.

La diga resse all'impatto ma si formò una tripla onda che scavalcando la diga fini per abbattersi nella sottostante valle del Piave, colpendo duramente i paesi situati a fondovalle e cancellando completamente il paese di Longarone e le sue frazioni.
La geografia della zona venne mutata completamente.
Fu la più grave tragedia ambientale dovuta dall'uomo in tutta Europa e causò 1910 vittime.

Nel cinquantenario della tragedia, diamo spazio ad una testimonianza."

9 ottobre 1963 – 9 ottobre 2013

Non vi è anno che questa data non risvegli in me ricordi e sentimenti contrastanti: compassione e rabbia, sgomento e vergogna.
Cinquant'anni son passati da quel giorno, il 9 ottobre del 1963.

Alle ore 22.39, in pochi minuti, 260 milioni di metri cubi di roccia, case e esseri viventi si staccano dal Monte Toc e precipitano nel lago artificiale della gola del Vajont, creando un'onda di 50 milioni di metri cubi.
Metà dell'onda resta in zona friulana, cancellando l'esistenza di una parte dei paesi sopra il lago, l'altra metà scavalca la diga, passa in Veneto, e in tre minuti raggiunge il paese di Longarone. Tre minuti in cui arrivano prima il vento, poi l'acqua e il fango, le pietre e tutto il resto.

In quella notte quasi 2000 persone cessano di esistere. Donne, uomini, bambini, famiglie intere. In una di quelle famiglie c'erano i parenti di mio padre. Si erano trasferiti a Longarone anni prima. Perché Longarone era sì paesino di montagna, ma era già industrializzato e vi si trovava lavoro. E poi c'era la diga; quella sì che portava lavoro!

Io non c'ero in quel 1963, sarei nata cinque anni dopo.
Ma da quando ho coscienza e memoria ho sempre sentito parlare di Vajont. Mio padre mi ci portava tutti gli anni a veder la diga, in auto: si saliva dalla valle del Piave e, arrivati a Longarone – che in quegli anni si stava ricostruendo – lo sguardo andava a destra e, in un sipario naturale di roccia, appariva la vela gonfiata dal vento: la diga del Vajont.
E lì iniziava la salita ed iniziavano i racconti; la notizia al radiogiornale, l'impossibilità di comunicare, l'unico superstite della famiglia che si era salvato perché era andato a trovar la morosa. Io seguivo con lo sguardo la diga dal finestrino dell'auto, e poi la montagna dopo la diga, che aveva quel segno netto, bianco.

Per anni l'ho vista così, attraverso i miei occhi di bambina prima, ragazzina poi, sino all'incontro nel 1993 con il teatro di Marco Paolini e la sua orazione civile. La ricordo perfettamente quella sera, seduta in platea in terza fila. Sapevo tutto io, del Vajont; sapevo che non era venuta giù la diga, che erano anni che tutti sapevano che non si doveva fare lì, che c'era la frana sul Toc, che toc in veneto significa "pezzo" ma in friulano vuol dire "marcio", tutto questo io già lo sapevo.

Però non avevo ancora capito quanto cinismo e quanta scellerata determinazione avessero portato degli esseri umani a proseguire ad oltranza in un'impresa strabiliante – e la diga è un'opera di ingegneria magnifica – ma devastante. Loro sì che sapevano tutto: lo sapeva la Sade che ha costruito la diga, lo sapeva l'Enek che l'aveva acquistata proprio nel 1963 e che aveva proseguito con la prova di collaudo nonostante fosse stata sconsigliata, lo sapevano gli uomini dello Stato, che hanno tutelato tutto fuorché la vita degli esseri umani.

Ma non è finito tutto quella notte del 9 ottobre 1963. Magari fosse finito tutto lì!
L'accanimento è durato per decenni, con speculazioni di ogni genere. Dalla deportazione in massa degli abitanti di Erto-Casso alle compravendite delle licenze dei montanari per poche lire, in previsione dei soldi per la ricostruzione. Hanno privato una popolazione della loro identità, dei morti su cui piangere, delle loro case, del loro territorio, dei risarcimenti.

Lo Stato ha avuto una parte rilevante in questo evento sia prima che dopo e sono tanti, troppi, gli episodi che fanno di questa tragedia una beffa. Chiunque abbia un po' di curiosità o di senso civico potrà trovare materiale sufficiente per farsi un'idea: ci sono i libri, i documenti ufficiali dei processi, le testimonianze dirette dei supersiti, dei soccorritori.

A me resta questa cicatrice con cui sono nata e che porterò con me.
Continuerò a tornare al Vajont; sul terreno della frana dopo 50 anni ci sono gli alberi e, nonostante tutto, la vita si riprende i suoi spazi.

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