Il lavoro che sogno

Michele Palazzetti formatore e coach dell' IPSE Istituto Psicologico Europeo, nel suo libro; "Il lavoro senza virgola che sogno. Speranze e paure a 18 anni, in venti temi e cinque disegni", raccoglie venticinque fra temi e disegni fatti da altrettanti ragazzi al quinto anno di scuola superiore, i quali rispondono allo stimolo di uno stesso titolo: "Il lavoro che sogno". 
I ragazzi oltre a permetterci di guardare insieme a loro il futuro, ci hanno offerto uno specchio, in cui noi adulti possiamo vedere in che modo li "orientiamo" al futuro. 


Ne emerge che oltre a non aiutarli a sentirsi al centro del loro mondo, temiamo per loro, al punto che a volte siamo tentati di vivere al posto loro. 

Ecco perché abbiamo colto al volo l'opportunità di rivolgere qualche domanda a Michele Palazzetti, ricordandoci che chiedere ai ragazzi quale futuro sognano, ci farebbe capire quale presente stiamo vivendo, e in particolar modo ci aiuterebbe ad avere il coraggio di lasciare che i ragazzi sognino.

In quanto coach trascorrerà molto tempo con i ragazzi, ha la sensazione che temano il loro futuro?

Prevale la difficoltà a proiettarsi nel futuro, a immaginare il loro futuro. Come avessero prima bisogno di sapere se sono davvero titolari di un presente. 
Durante un incontro con un gruppo di genitori ho proposto un piccolo esempio. Ho messo al centro della sala un cappello e ho consegnato ad un uomo una pallina. Poi l'ho bendato, chiedendogli di andare a mettere la pallina dentro nei due minuti che avrebbe avuto a disposizione. Ho invitato metà uditorio ad aiutarlo dandogli indicazioni su ciò che dovesse fare. Mentre l'altra metà lo avrebbe incoraggiato scandendo il tempo. Al via, come immaginate, si è scatenato il putiferio. L'efficacia del malcapitato non si è avvantaggiata certo della gragnuola di voci che lo subissavano, tutte allo scopo di aiutarlo. Qualcuno urlava anche "concentrati", "tranquillo", "avanti così"!
Credo che spesso i nostri figli sentano di fare il loro viaggio in questa condizione. Non stupisce che abbiano difficoltà a conoscere e sentire se stessi, processo indispensabile perché ci si possa vedere nel futuro.
Con i colleghi dell'IPSE (psicologi, psicoterapeuti, medici) registriamo un impressionante aumento dell'incontro con giovani dalle personalità profondamente asimmetriche: da un lato, l'ipertrofia delle capacità cognitive, con sviluppo di un linguaggio razionalizzante e tecnologico; dall'altro, una clamorosa ipotrofia del linguaggio emotivo-affettivo. È su queste basi che nascono le problematiche di disorientamento, scostamento dalla realtà, insoddisfazione, scarsa resistenza alle sconfitte, mancanza di autenticità.

Cosa dovremmo fare noi genitori per aiutarli a riconoscere la propria "meta"? 

Forse dovremmo occuparci meno del "fare" e un po' più dell'"essere". 
Credo che "orientare" un ragazzo significhi aumentare la sua capacità di scegliere, ovvero di riconoscere ciò che gli fa sentire la possibilità di soddisfare tutto se stesso. Se per orientarsi bastasse sapere quali sono i posti raggiungibili o consigliati, non si spiegherebbe perché i nostri figli, che godono dell'accesso istantaneo all'informazione globale, sembrino smarriti così spesso e così tanto. Per orientarsi bisogna poter stabilire che cosa mi piace che cosa no, che cosa voglio e che cosa no. E per questo serve che io costruisca consapevolezza delle mie abilità e confidenza con le mie paure, che abbia fiducia in me e sappia accettare e superare l'errore, che sappia stare con me stesso e costruire relazione con il mondo.
Come genitori possiamo impegnarci nell'accogliere i nostri figli, nel dare il benvenuto alla loro e alla nostra fragilità. Parlare delle nostre debolezze. Delle nostre emozioni. Prendendoci le responsabilità che ci competono, in scelte, dinieghi, rimproveri, punizioni anche, facendo attenzione che tutto questo non suoni come un giudizio sulla persona. 
In sostanza, credo potremmo occuparci meno di organizzare il viaggio dei nostri figli in questa vita e lasciare emergere una cosa naturalissima, ma non ovvia: che questo viaggio insieme a loro sentiamo il desiderio di farlo.

Perché spesso i genitori hanno paura di vedere i propri figli sognare, eppure da giovani lo hanno certamente fatto anche loro? 

Lo facciamo per una malinteso senso di protezione nei loro confronti. E per la scarsa confidenza che abbiamo con la gestione dell'impalpabile. Dimentichiamo che il mondo del lavoro (per la verità, non solo quello) richiede la capacità di immaginare, di avventurarsi oltre il già noto, di sperimentare.
E poi siamo portati a pensare che occuparci dei figli significhi agire per loro. E noi siamo portati ad agire in aree che conosciamo bene. Mentre i sogni dei nostri figli ci richiedono di entrare in territori sconosciuti. 

È vero che temiamo per il loro futuro, al punto tale che spesso rischiamo di vivere al posto loro, ma, viste le pessime prospettive, come possiamo guidarli serenamente senza interferire con i loro desideri? 

Preferisco provare con un esempio; scelta poco accademica, ma spero ripaghi in chiarezza. In un altro incontro con un gruppo di genitori che mi ponevano questa domanda, ho proposto un esperimento.
Accertatomi che tra i partecipanti non ci fossero persone esperte in tirassegno, ho chiamato una mamma e le ho consegnato una pistola (giocattolo). Ad un'altra ho chiesto di aiutare la prima nello scopo di colpire un bersaglio.
Abbiamo concordato che la situazione, per quanto paradossale, somigliasse a quella in cui ci troviamo noi genitori: non abbiamo un'abilitazione specifica, eppure abbiamo un ruolo-guida nell'esperienza dei figli.
La mamma-istruttrice ha fatto vari tentativi. Guardava il bersaglio, ignorando l'altra donna e cercava di capire cosa avrebbe dovuto fare se fosse stata le stessa a sparare. In seconda battuta ha provato ad essere direttiva, dando ordini asciutti all'altra. 
In entrambi i casi, il vissuto della mamma che doveva affrontare la prova di tirassegno era fatto di confusione, frustrazione, rabbia. 
Se non avessimo paura delle nostre paure, forse più spesso riusciremmo a vivere a fianco dei nostri figli e fare quello che la nostra esperienza ci darebbe l'opportunità di fare: mostrami come faresti, aiutami a capire in che modo ti stai usando per ottenere quello che vuoi; forse posso aiutarti a vedere meglio quello che stai facendo e a capire, a sentire, quali altre possibilità hai.

Redazione Officina Genitori


Per approfondire
"Il lavoro senza virgola che sogno. Speranze e paure a 18 anni, in venti temi e cinque disegni" scritto da Michele Palazzetti, edito da Youcanprint.
Michele Palazzetti è formatore certificato AIF; coach; consulente nelle aree prodotto, comunicazione, formazione. Responsabile IPSE Coaching e Formazione. 

L'IPSE Istituto Psicologico Europeo, Centro di Clinica Psicologica, Formazione e Ricerca Psicosociale, nasce nel 1998 dall'unione di professionalità mediche e psicologiche impegnate nelle aree della comunicazione e della relazione. Oggi conta trenta collaboratori altamente qualificati, operanti nelle sedi IPSE e sull'intero territorio nazionale. 

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