Se l’8 marzo non è una festa…

Partiamo da un distinguo fondamentale, l’8 marzo non è la festa della donna ma la Giornata internazionale della donna. C’è una bella differenza, tra la ricorrenza popolar-carnevalesca tipo San Valentino, la Festa della mamma o del papà alla quale alcuni vorrebbero relegarla, e quella che dovrebbe essere ed è veramente: una giornata di riflessione su quello che è l’essere donna oggi. Per questo servono meno mimose e più leggi che garantiscano quella effettiva parità che ancora non è stata raggiunta.  

L’8 marzo deve essere tutti i giorni. Tutti i giorni vale la pena di lottare per i diritti sul lavoro, per i diritti delle donne buttate sulla strada e sfruttate come mero oggetto sessuale. Bisogna lottare perché non una donna di più venga ammazzata dal marito o dal fidanzato.

C’è ancora tanta strada da fare per arrivare a una effettiva parità in Italia dove, dobbiamo ricordare che il voto alle donne è stato concesso solo nel 1946, 70 anni fa. Quando in Nuova Zelanda le donne andarono al voto nel lontano1893 e nelle più vicine Belgio, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Irlanda, Islanda, Olanda… le donne votavano già dagli anni ‘10 del secolo scorso.

Dicevamo che di strada da fare ce n’è ancora tanta. Una indagine condotta nel settembre del 2014 evidenzia come, nonostante la società e il mondo del lavoro si stiano evolvendo verso un maggior equilibrio di ruoli, i dati, nazionali confermano la bassa presenza di donne nei ruoli di vertice sia nel settore privato che pubblico, anche se le donne hanno un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini, fenomeno peraltro globale. La disparità è ancora forte in Italia e lo è ancor più a livello generale nei confronti con l’estero. Le donne sono sempre le prime ad essere lasciate a casa quando una azienda va in crisi e sono ancora discriminate per la loro funzione materna.

Per questo c’è ben poco da festeggiare.

Ma non è finita.

Nonostante le numerose iniziative e campagne di sensibilizzazione in materia di violenza sulle donne, il fenomeno continua a mietere vittime innocenti, soprattutto tra le mura domestiche.

Nel “Secondo rapporto sul femminicidio in Italia” realizzato dall’Eures emerge come il 2013 sia stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, in pratica una vittima ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14%. E nel 2014 le cose non sono andate meglio.

“Come ormai da diversi anni – si legge sul rapporto - in 7 casi su 10 (68,2%, pari a 122 in valori assoluti) i femminicidi si sono consumati all'interno del contesto familiare o affettivo, in linea con il dato relativo al periodo 2000-2013 (70,5%). Con questi numeri, il 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% dei morti ammazzati (179 sui 502), "consolidando - sottolinea il dossier - un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell'omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l'11,1% delle vittime totali". 

Per questo l’8 marzo non c’è nulla da festeggiare, ma tanto da riflettere e soprattutto, da far riflettere.

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