Associazione Racconti della Valle. Laboratori di alfabetizzazione emotiva.

Spazio alle emozioni - laboratori di alfabetizzazione emotiva per adulti e bambini.

Che differenza c'è tra ingiustizia e impotenza? Quand'è che si prova nostalgia, quando malinconia e quando tristezza? Quante emozioni si nascondono dietro la paura o la rabbia? Quanto sono in grado di coltivare la gioia della mia vita? 

Racconti della Valle è un'associazione culturale di Trieste fomata da Agnese Ujcich, Gestalt counselor, Martina Lanottte, insegnante scuola primaria e Luca Saetti, Gestalt counselor. Dall'incontro di queste diverse professionalità è emersa l'esigenza sociale di fornire gli strumenti necessari per la comprensione emotiva, sia agli adulti che ai bambini, in modo da rendere più sano e costruttivo il dialogo tra questi due mondi.

In particolare, Racconti della Valle, ritiene opportuno che in primis l'adoluto sia in grado di leggere le proprie emozioni per riuscire a comprendere meglio quelle dei bambini. Parallelamente assume una grande importanza anche la creazione di uno spazio sicuro in cui i bambini possano esprimere liberamente le loro emozioni ed al contempo essere accompagnati nella conoscenza di ciò che stanno provando.

I laboratori costituiscono un percorso formato da quattro incontri mensili, con cadenza settimanale, della durata di 1 ora e 30 ciascuno. Ogni incontro si sviluppa attorno ad una delle quattro emozioni primarie: rabbia, paura, tristezza e gioia. Bambini e adulti lavorano contemporaneamente in spazi diversi, i primi sono accompagnati da insegnanti della scuola primara, gli altri da Gestalt counsellor. I gruppi sono formati da un massimo di 10 partecipanti, in modo da offrire a ciascuno lo spazio e l'attenzione adeguati.

Adulti: il counsellor facilita l'espressione emotiva dei partecipanti mediante il dialogo collettico e approfondisce la conoscenza delle emozioni anche attraverso materiali didattici (schede, schemi).

Bambini: le insegnanti instroducono i temi attraverso la lettura di fiabe e facilitano l'espressione delle emozioni attraverso giochi di gruppo, attività artistiche (pittura, drammatizzazioni..) e l'uso di schede.

Al termine di ogni incontro, bambini e adulti si riuniscono in un unico spazio per condividere i frutti del lavoro svolto, con il fine di avvicinare questi due mondi appraentemente così distanti.

Per informazioni: https://raccontidellavalle.wordpress.com/

 

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi

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