Quanto piacciono i bimbi. L'incontro fra aspettative di adulti e infanzia

La macchina va in fila in mezzo a tutte l'altre. Avanza e stoppa in sincrono come tutte l'altre. Con rassegnata marcia. Senza strappi. Senza velleità. Piccola spinta in prima, abbrivio in folle, freno, stop. Piccola spinta in prima, abbrivio in folle, stop. Come una mattina qualunque di feriale intoppo, qui in tangenziale.


Dentro, al volante, una mamma. Dietro, una ragazzina e sul seggiolino, in sicurezza, un bambino. La mamma ha la testa che ciondola a sinistra, forse per la speranza d'intravedere soluzione alla fila. I figli, dietro, simmetricamente bilanciano: una cerca forse un panorama alla destra e l'altro fissa il vetro e basta, a sinistra.
Io sono in coda nella fila a fianco e a tratti vedo bene il marmocchietto. Sta floscio, assonnato, assente. Gli occhioni vacui un poco lacrimosi, lenti e appiccicati, in tono con il traffico intorno.
L'auto che invece ho sul davanti, porta due donne. Hanno avvistato con entusiasmo il broncio del bambino. Lo guardano a ogni altalena delle due file. Fanno ciao ciao a due mani (anche quella al volante), ridono e commentano davvero entusiaste.
Il bimbo ha gli occhi dalla parte loro, ma non credo le veda, o non le mette a fuoco. Le due sembrano conquistate del tutto. Quella che guida, a mio avviso rischia l'innesto contro l'auto avanti, tanto si sporge, si sbraccia, fa facce. L'altra è in crescendo acuto di animazione. Il saluto è passato a frenetico, poi s'è fatto baldanza a saltello, accresciuto da voce (incurante del fatto che il finestrino sia chiuso), da riso, moine, da smorfie. Ogni volta seguita da condiviso entusiasmo con la guidatrice al volante.
Indovino il leit motive: "che bello, che amore, tesoro, magnifico, tenero, cicci, pupazzo, guanciotte, morbido, dolce", in crescendo di apprezzamenti un pò da cannibali. Infine, chissà come, il marmocchio trasale. Nell'indefinito della visuale gli si devono essere materializzate le due, che da dentro la scatola di un'automobile gli fanno ammoina.
Come gli avessero dato corrente si attiva, trasale, alluma, poi stolza, sobbalza, apnea; poi s'ingrugna di brutto, strizza gli occhietti, gonfia le guance, sfodera (minchia!) un'insospettabile lingua da rospo.
E spernacchia, ma tanto. Di forza. Tanto che il vetro risente di spruzzi e di piccoli schizzi. Dura parecchio. C'ha fiato. Le salutatrici sono rimaste inchiodate, come la macchina loro.
Faccio in tempo a vedere che la sorella del pupo s'è girata a guardarlo; che lo spernacchiatore ha ripreso carica e bissa; che l'auto loro ha acceso la freccia di destra e piano diverge su un'altra strada affollata. E che le due donne davanti hanno perso la verve da mammite. Composte. Una guida guardando se il nodo di traffico promette qualcosa di buono. L'altra abbassa il vetro e seria saluta il bambino. Con la mano in avanti. Chiusa a pugno. Tranne il medio, lungo, che spicca in deciso 'fanculo.
Quanto piacciono, i bimbi. 

 

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Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione

Una grande Riforma dell’educazione o meglio una vera e propria METAMORFOSI (ultima parola del libro) quella  che auspica il grande pensatore contemporaneo Edgar Morin,  oggetto di analisi anche nei suoi due precedenti saggi:  La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. 

Partendo dalla massima di Rousseau nell’Emilio: “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”,  Morin si richiama anche alla tradizione filosofica greca che insegnava la saggezza della “vita buona” e lo fa proprio  perché individua nell’umanità odierna l’assunzione di un modello di pensiero legato al dominio, alla conquista di potere, all’individualismo sfrenato,  ad un sapere fatto a compartimenti stagni che determina  una iper-specializzazione  che fa perdere la visione d’insieme e ci conduce al mal-essere, all’incomprensione che regna nelle relazioni tra umani.

 

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La mia mamma guarirà

Questa è la storia di Alvise un bambino di sei anni e della sua mamma Maria.

Alvise racconta di alcuni episodi di vita quotidiana, l'insorgenza e la progressione della malattia della mamma. Quando la mamma ha i primi malori, Alvise è ancora piccolo e va in prima elementare, quindi vede solo i sintomi, non riesce a collegare fra loro i singoli eventi, ma ascolta con interesse e timore le parole dei genitori e dei medici.

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L'ombra del vento

"Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all'oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro "maledetto" che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell'anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra."

Un'ottima opera prima, di questo scrittore che finora si era cimentato solo nella narrativa per bambini; un libro che, uscito in sordina, è diventato un best-seller grazie al passaparola dei lettori. Un romanzo a tratti inquietante, che mescola mistero, Storia e vita vissuta; e che ha, soprattutto, un grande pregio: è sempre coerente alla trama e ai riferimenti. Ogni rimando, ogni indizio, alla fine trova una sua collocazione, ogni mistero ha una spiegazione, ogni rapporto una sua conclusione. Bellissime le descrizioni di una Barcellona cupa, invernale e lontana dall'idea che si può avere di questa città, vittima di un triste dopoguerra ed un ancor più triste strascico del regime. Ancor più belle, seppur drammatiche alcune, le descrizioni delle coppie: coppie di padri e figli, coppie di amici, coppie di fidanzati, e degli intrecci che li legano.

Da leggere d'un fiato, e rileggere con calma una seconda volta.

autore: Carlos Ruiz Zafon

editore: Mondadori