Contro la paura del diverso, impariamo la diversità

Questo ritratto del pittore Matisse è stato fatto dall’amico André Derain. I colori sono stati usati in modo non realistico ed assumono una connotazione espressiva molto particolare, completamente nuova rispetto all’utilizzo dei colori nella tradizione pittorica del passato.

Entrambi i pittori sono stati considerati, durante i primissimi anni del Novecento, parte del movimento Fauve. Il termine, come spesso accade nella storia dell’Arte, era stato usato in modo denigratorio da un critico durante il Salon d’Autumne del 1905 e poi assunto con orgoglio dagli artisti stessi. Il critico Louis Vauxcelles infatti, trovando oltraggiose le loro opere caratterizzate da un approccio cromatico così aggressivo ed insolito, le definì in modo sprezzante “belve” (Fauves, per l’appunto) ad indicare la forte carica espressiva delle immagini. I dipinti di Derain e colleghi avevano aspetti troppo diversi dalla consuetudine, troppo difficili da comprendere ed accettare da parte di un pubblico e di critici tradizionalisti. Vauxcelles non è stato in grado di comprendere questa diversità e addirittura se ne è sentito aggredito. La paura di qualcosa di non conosciuto e diverso dal solito porta spesso alla chiusura ed al rifiuto a priori dello stesso.  

  

“...paura del diverso e del contrario...”

Così recita un verso di una bella canzone di Guccini (passando da arte a musica, includendo perfino un po’ di poesia!) e sono parole che continuano a girarmi in testa insieme ai dipinti fauves, soprattutto in questi giorni in cui il tema dell’immigrazione spopola su tutti i media. Cerco un senso in tutta la sofferenza e le difficoltà e mi interrogo sul concetto di diversità e di “altro” da un punto di vista educativo ed esistenziale. Personalmente sono molto sfiduciata rispetto agli interventi politici “dall’alto”. Troppi interessi in gioco e troppe dinamiche complesse. Credo però che la differenza possa essere fatta dal basso, nella vita di tutti i giorni, attraverso l’educazione e il dialogo, partendo proprio dai nostri bambini. Non sono così naïve da pensare che sia il modo per risolvere le cose, ma sono certa che sia il modo giusto per affrontarle.

È facile sostenere, in via del tutto ipotetica, di non essere razzisti, ma è quando poi ci si scontra concretamente con il diverso – ed il contrario! - che si fanno davvero i conti con la realtà dei fatti.

Ho sempre ritenuto di essere molto sensibile alle tematiche dell’immigrazione e dell’intercultura (avendo lavorato per anni in scuole italiane in cui più della metà dei bambini provenivano da famiglie straniere e conducendo progetti di educazione alla pace, al dialogo ed al confronto), ma non ho mai capito fino in fondo cosa significassero tutti quei concetti. Fino a quando ho vissuto direttamente sulla mia pelle lo status di immigrata. Intendiamoci, niente a che vedere con storie di disperazione tra conflitti armati, traversate del Mediterraneo, barconi e centri di accoglienza-per-niente-accoglienti.

Semplicemente un’occasione di vivere all’estero, nella fattispecie in Inghilterra, per qualche anno.

Carica di aspettative, con una scarsa conoscenza della lingua ed un'erronea sicurezza che bene o male, essendo l’Inghilterra un paese europeo, non mi sarei imbattuta in grandi differenze culturali, ho iniziato l’avventura insieme a mio marito ed ai miei figli.

I primi mesi sono stati meravigliosi. Sembrava di essere sempre in vacanza: esplorare nuovi posti, conoscere gente nuova (se sei straniero porti sempre con te quel non so che di esotico che attrae molto) e scoprire pian piano quello che la nuova vita può offrire.

Poi ti accorgi che la gente non ti comprende e la maggior parte ti tratta come se avessi 4 anni, dato che la tua competenza linguistica è pari a quella di un bambino di quell’età. Fatichi a trovare lavoro, perché dietro ai sorrisi gentili c’è sempre gente che se deve scegliere tra te ed un “locale” sceglie sicuramente il secondo.

E ti imbatti in miliardi di piccole cose della vita di tutti i giorni che sono profondamente diverse da quello a cui sei abituato. O per lo meno, vengono percepite, interpretate ed affrontate in maniera completamente diversa. E non parlo soltanto della mancanza del bidet, della moquette perfino in bagno ed in cucina, dell’inesistenza di finestre in bagno o di persiane alle finestre, dei cucchiaini sporchi di tè e caffè usati più e più volte nella zuccheriera comune (e potrei fare altri mille piccoli esempi di questo tipo!). Ma mi riferisco a sostanziali modi di vedere le cose ed affrontare la realtà.

Il problema nell’incontro tra culture è che partiamo sempre dal presupposto che il conosciuto ed il familiare siano la verità, il giusto, senza nessuna ombra di dubbio. È ciò che abbiamo sempre conosciuto e sperimentato, per cui di conseguenza, per forza di cose, corretto, o per lo meno il miglior modo di fare le cose. E se non lo sperimentiamo questo “diverso”, se non ci entriamo in contatto, se non lo viviamo, non potremo mai davvero fino in fondo comprenderlo. E quindi ci farà paura e cercheremo di tenerlo a distanza. “...che sempre l’ignoranza fa paura...” (per continuare citando Guccini).

Dobbiamo poter sperimentare anche contesti diversi, situazioni in cui il diverso siamo noi.

Se abbiamo la possibilità di incontrarci e sicuramente anche scontrarci, allora avremo nuovi occhi e un nuovo sguardo sulla realtà, costruito proprio a partire dalla doppia prospettiva sperimentata. Non mi interessa stabilire quale sia il modo giusto, perché non c’é IL modo giusto. Sono tutti modi diversi di affrontare le situazioni. Raggiungere questa consapevolezza ci arricchisce incredibilmente, aiutandoci a sviluppare una flessibilità di pensiero e di azione positive per noi stessi e nell’incontro con l’altro.  

Questo è il mio pensiero ed i valori che voglio condividere con i miei figli.

Non faccio ai miei bambini grandi discorsi perbenisti e moralisti sull’importanza di accettare l’altro e non essere razzisti. Cerco invece di offrire loro occasioni per incontrare la diversità ed essere loro stessi a volte la diversità.

Quando le cose si conoscono non fanno più paura ed il concetto stesso di razzismo perde ogni suo significato. E allora non ci sentiremo aggrediti dalle tinte di colore inconsuete e non avremo reazioni violente o indignate, ma semplicemente impareremo a godere di quei colori ed apprezzarne tutto il valore intrinseco, assumendo noi stessi quelle sfumature, in un processo di arricchimento reciproco.

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