Dov’è finita l’infanzia? Ad ognuno la sua età

C’era una volta un’età fatta di spensieratezza, ingenuità e innocenza. Era un periodo ben scandito da fasi o tappe alle quali pedagogisti e psicologi hanno dedicato buona parte dei loro studi.

Se in passato, infatti, era semplice indovinare gli anni che poteva avere quel bambino o quella bambina visti per strada, adesso lo si fa con non poca fatica.

 

Sappiamo bene quanto sia diverso lo sviluppo dei due generi, mentre i bambini sviluppano più tardi e quindi tendono a mantenere il loro ruolo di infanti fino alla pubertà, tutta un’altra questione è quella che riguarda l’universo delle bambine.

Oggi è cosa ormai frequente incontrare ragazzine alle quali è difficile attribuire un’ipotetica età perché indossano un abbigliamento decisamente “esagerato”, da grande, per il gusto di imitare non tanto la propria madre, ma solitamente un personaggio visto in tv. Se a qualcuno questo eccesso può suscitare ammirazione e orgoglio perché la propria figlia di dieci anni cammina e si atteggia come una teenager, sappiate, cari genitori, che uno smalto alle unghie, un rossetto, o peggio ancora, un paio di scarpe con i tacchi non faranno di vostra figlia una stella dello spettacolo, ma renderanno ridicola un’età dove di innocenza ne è rimasta ben poca.

Il “gioco simbolico”, il “far finta di”, tanto caro a Piaget è una fase dello sviluppo infantile che accompagna, per un periodo di tempo piuttosto limitato, i bambini. Esiste però una sostanziale differenza tra questo gioco, perché sempre di un’attività ludica si tratta, e lo scimmiottare la vita adulta di molte bambine moderne. Mentre nel primo esiste la consapevolezza che andrà a finire nel giro di poco tempo, come pettinare una bambola allo stesso modo della madre che pettina la figlia, il “far finta di” che coinvolge le ragazzine di oggi è molto diverso perché poggia sulla convinzione di quella nuova identità, il tutto giustificato dall’approvazione dei genitori e, soprattutto, dalle madri.

Questa mancanza di rispetto dell’infanzia porta automaticamente ad un’altra conseguenza, ovvero ad un’“adultizzazione” sempre più precoce dei piccoli e ad una “infantilizzazione” dei grandi.

È da qualche anno ormai che il dovere di appartenere alla propria età sta letteralmente sfuggendo di mano. Quotidianamente si vedono madri e padri che a quarant’anni, cinquant’anni e,  perché no, anche a sessant’anni, assumono atteggiamenti da ragazzini postando sui vari social foto e commenti da adulti poco seri e responsabili, solo perché convinti di essere, in questo modo, genitori moderni.

Per non parlare di quegli adulti che spingono i propri figli a crescere in fretta, a renderli sempre più precoci e indipendenti prima di essere veramente pronti a spiccare il volo.

Essere autonomi, comportarsi da grandi o bruciare le tappe può sicuramente rendere orgogliosi i genitori, ma un figlio, è bene ricordarlo, non è un trofeo da esporre.

L’essere al centro della pista o il crescere con l’idea di essere migliori degli altri porta a conseguenze che a lungo andare possano danneggiare il corretto sviluppo psico-emotivo del bambino. Ciò comporta, infatti, problemi legati all’ansia e agli attacchi di panico già da piccoli, quando, invece, per anni questi disagi sono stati diagnosticati sempre a partire dalla tarda adolescenza.

Si può andare incontro, inoltre, a disturbi depressivi, alimentari o all'aumento di suicidio e all’uso di psicofarmaci tra i giovanissimi. Tutto questo per stare al passo con i tempi, per seguire le mode del momento, per proiettare i propri figli in attività da grandi e per vederli semplici caricature degli adulti.

Va bene imitare il proprio personaggio preferito, ma spetta ai genitori far capire ai propri figli che Carnevale dura, in realtà, solo pochi giorni.

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Autore: Torey L.Hayden

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