I bambini competenti sono cresciuti

Molti dei nostri ragazzi sono figli di genitori che hanno abbracciato una cultura dell'infanzia molto diversa da quella delle generazioni che l'hanno preceduta. Quella che vede l'educazione come una crescita reciproca, basata sul dialogo e l'ascolto piuttosto che sull'imposizione autoritaria. Ma come si concilia questo con l'adolescenza, dove per forza di cose sembra che ci debba essere una rottura con il genitore per crescere?

 

Uno dei libri che ha avuto un impatto più rilevante sulla nuova visione della genitorialità è sicuramente "Il bambino è competente" di Jesper Juul, che ha contribuito a scardinare i baluardi dell'educazione tradizionale, bandendo le logiche di potere, i ricatti, le punizioni. Insieme a tanti altri ha creato una nuova cultura dell'educazione basata sull'ascolto e sull'empatia piuttosto che sull'obbedienza incondizionata e sulle imposizioni. Ma la cosa più sconvolgente di quel libro, a mio avviso, è stata l'affermazione che nei primi quattro anni di vita del bambino si pongono le basi più importanti della crescita, e che perfino il comportamento e i conflitti nell'adolescenza dipendono dall'atteggiamento dei genitori nei primi anni.

Quest'affermazione torna sempre in mente, soprattutto quando il comportamento dei figli cresciuti ricorda quello di quando erano piccoli, nelle dinamiche, negli atteggiamenti pur con le ovvie differenze di età. Se si annaspava allora - perché il dialogo e l'ascolto spesso rimangono delle teorie - e tutto era più facilmente risolvibile con delle imposizioni nette o con concessioni dovute alla stanchezza e alla difficoltà di dire no, adesso di fronte a ragazzi adolescenti diventa ancora più difficile. Molti discorsi non funzionano più, ci sono le rispostacce, e no, non esiste un modo giusto di comportarsi! Ma sono poi così diversi questi ragazzi da quando avevano due anni e urlavano a squarciagola i primi immotivati no?

C'è stato davvero un cambiamento così profondo rispetto al passato, o non è un altro dei tanti cambiamenti a cui i nostri figli non ci hanno mai abituati?

Non è che forse ora riescono a verbalizzare molto meglio mettendo così in luce tutte le grosse incoerenze che noi abilmente nascondiamo dietro l'alibi "sono adolescenti, è normale che si ribellino".

L'adolescenza, a mio parere, non è una rottura così netta, perché in fondo la crescita è sempre discontinua: ci sono regressioni, periodi di stanchezza e poi all'improvviso uno scatto di autonomia.

E noi "genitori sedicenti consapevoli", siamo cresciuti aborrendo sia l'educazione autoritaria che quella permissiva delle generazioni precedenti; abbiamo creduto fortemente al nostro ruolo leggendo, discutendo, ascoltando. Ci siamo fidati dei bambini, ponendo in loro forse troppe aspettative. Non abbiamo imposto punizioni ma abbiamo cercato di ascoltare. Dunque, dovremmo avere meno conflitti, ora che i piccoli competenti sono cresciuti.

Eppure quelli che abbiamo di fronte sono ragazzi che non conoscono magari il senso di colpa, sembrano forti in gruppo con una alta autostima ma a noi appaiono fragili. E forse lo sono davvero. Mi sono chiesta spesso il perché: non abbiamo forse lavorato tanto sulla loro autostima? Secondo Charmet, proprio per come abbiamo riposto in loro le nostre più alte aspettative, loro hanno più paura di deluderci e forse noi stessi rimproveriamo di non essere come avremmo voluto che fossero. Per questo spesso ci sostituiamo a loro, per evitare di vederli fallire. Non sopportiamo le loro infelicità, per quanto piccole.

E con questo alibi caliamo il velo oscuro del controllo, anche di più di quanto facevano i nostri genitori con noi. Eppure per crescere ci deve essere comunque una rottura: le ribellioni sono sempre andate di pari passo con la ricerca dell'autonomia, così difficile da raggiungere sia per i ragazzi che per i genitori.

Quello che spesso non riusciamo a fare è prendere atto del cambiamento del nostro ruolo. Sembra tutto più difficile, da una parte lo sviluppo tecnologico ci consente un controllo su di loro impensabile fino a pochi anni fa, dall'altro gli stessi mezzi di comunicazione danno un senso di libertà e di espressione che spesso vanno oltre le normali intenzioni dei ragazzi. E dunque sembra naturale tenerli sotto controllo. Insomma, non li riteniamo in fondo così competenti se perfino i voti scolastici passano direttamente dalla scuola alla famiglia tramite il registro on-line, quando fino a poco tempo fa la comunicazione avveniva attraverso il ragazzo o la ragazza.

Del resto, se la strada del controllo porta alla ribellione, come possiamo sperare che una naturale crescita verso l'autonomia non si accompagni con un desiderio di allentare le distanze? Di escluderci?

I giochi sono quasi fatti. Non ci resta che l'esempio, il sano e coerente esercizio dell'esempio nei rapporti intrapersonali, nella comunicazione emotiva, nel dialogo.

Le regole le abbiamo date, se sono poche, meglio: sarà più facile osservarle, se lo facevano anche da piccoli, in modo naturale. Per il resto, credo che sia più utile un appoggio discreto che un ansioso controllo sulle loro vicende; sembra banale ma troppe volte ci viene da intervenire con l'ansia di proteggerli. Perché anche loro ci giocano: sono grandi solo quando fa comodo, non nelle incombenze; viaggiare da soli vuol dire anche programmarsi il viaggio, per esempio. Vuol dire comprarsi i libri scolastici senza che la mamma faccia le code. Vuol dire saper fare delle scelte, vuol dire lasciare che loro facciano le loro scelte e che si dipanino le loro difficoltà.

Secondo me concedere fiducia è la strada migliore per far sviluppare in loro la consapevolezza che li amiamo per quello che sono, anche se sbagliano. Se continuamo a sostituirci a loro i conflitti si esaperano. L'importante è rimanere il loro punto di riferimento, dandogli comunque un appoggio, ma discreto, ricordando che è quando ci siamo presi le nostre responsabilità (anche piccole), quando abbiamo fatto delle scelte che siamo davvero cresciuti.

 

 

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi

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