Comunicare con i nostri figli è difficile?

È molto importante riuscire a comunicare in modo corretto con i nostri figli per instaurare un buon rapporto con loro. Mettersi nei panni dei ragazzi senza negare il loro stato d’animo agevola immediatamente la comunicazione, ma molto spesso anche se ci mettiamo tanta buona volontà dopo le prime frasi la “comunicazione” si interrompe perché degenera in “discussione”.

Comunicare è impegnativo.

A tal proposito abbiamo rivolto qualche domanda a Claudio Cecchi e Chiara Mercurio, psicologi e autori del libro  “Comunicare con i nostri figli è difficile? Consigli, situazioni, soluzioni per un dialogo sereno” edito da  A.G. Editions, per cercare di capire come  instaurare un rapporto consapevole coi propri figli.

 

“Molto spesso i figli, soprattutto in età adolescenziale, preferiscono evitare ogni tipo di dialogo che abbia una durata media di 3 minuti. Presi come sono dal ritmo frenetico della realtà virtuale e tecnologica non dialogano. Come possiamo fare breccia in questo muro per applicare quei suggerimenti comunicativi che vengono dati nel testo?”

Claudio: Dal mio punto di vista, non è la durata dell'interazione a determinarne la qualità. È vero, gli adolescenti sono spesso presi dal loro stesso ritmo frenetico e sono frequentemente vittime delle loro convinzioni. Allo stesso tempo, però sono piuttosto facili nel passare da un estremo all'altro, anche relativamente alle proprie credenze: oggi sostengono una causa, domani l'esatto opposto... Di fronte a modalità di pensiero così estreme, non dobbiamo farci scoraggiare, ma non possiamo pensare di poterli gestire adottando lo stesso estremismo di pensiero e di comunicazione, magari in direzione opposta alla loro... Come tutti sanno, i pensieri più forti, più estremi, più radicali sono anche quelli più facilmente minabili. Al contrapporre loro pari forza e pari convinzione, può esser preferibile insinuare qualche piccolo dubbio nelle loro convinzioni. Se vogliamo che un adolescente sviluppi un proprio senso critico, non possiamo contrapporgli o imporgli il nostro. Possiamo aprirlo a considerare altri scenari, andando a minare le proprie convinzioni dall'interno: “Hai ragione a pensarla così e capisco anche perché dici questo. Chissà se può esserci qualcos'altro che non abbiamo considerato...”, oppure “Potrebbe funzionare, messa così. Ma chissà se esiste qualcosa che può funzionare ancora meglio”.


Chiara: A comunicare si impara. Questo significa, da una parte, che è importante insegnare ai propri figli, fin dai primi anni di vita, a comunicare; dall’altra parte, ci suggerisce che “nulla è perduto”, in fondo di imparare non si finisce mai! Anche se per vari motivi non siamo riusciti ad instaurare un rapporto comunicativo con loro fin da piccoli, ciò non significa che non avremmo mai la possibilità di dialogarci costruttivamente.
Certo non si potrà pretendere che improvvisamente nostro figlio ci comunichi le sue aspirazioni, emozioni e pensieri se raramente gli abbiamo dato la possibilità di farlo. Allora, come in ogni relazione, anche in questo caso le parole chiave sono rispetto, per i suoi tempi, la sua riservatezza, le sue intenzioni e accoglienza, che significa accettare lui come individuo a sé, unico e irripetibile e non una nostra proiezione. Questo implica mostrarsi apertamente ed essere disponibili al dialogo, comunicargli che siamo interessati a lui, alla sua vita, a ciò che desidera, alle sue paure senza giudizi e manipolazioni. Questa attitudine all’apertura deve partire dall’adulto. In fondo, anche noi, ci sentiremmo maggiormente disposti a confidarci con chi sappiamo ci giudicherà o piuttosto con chi ci accoglierà? Ugualmente ciò avviene nei nostri figli.


“Le regole troppo rigide non funzionano, le prediche ripetute nemmeno, il rimprovero esagerato può provocare paure, genitori perfetti non esistono si sa, ma quando un ragazzo per esempio rifiuta di andare a scuola, esprimendo un forte disagio interiore, a parte l’aiuto psicologico che gli va dato, come dobbiamo comunicare?”


Claudio: Innanzi tutto, lasciatemi dire una cosa: imparare a comunicare, molto spesso, è già di per sé un buon “aiuto psicologico”. Come avrete visto nel libro, la comunicazione assume frequentemente la valenza di comportamento. Di fronte ad un ragazzo che si rifiuta di andare a scuola, dobbiamo innanzi tutto capire che cosa lo sta bloccando: paura di essere interrogato e/o di fare brutte figure davanti alla classe? Ansia da prestazione? Un comportamento di natura oppositiva? Ecc... Senza capire di che natura è il disagio interiore a cui avete fatto riferimento, non possiamo dare una risposta univoca. In generale, posso dire questo: qualunque paura, da quella che possiamo considerare “sciocca” a quella più legittima, si supera solo se affrontata in prima persona. Nessuna “stampella” genitoriale, così come nessun farmaco, può affrontare le nostre paure al posto nostro. È ovvio che, per poterle superare, bisogna sapere come affrontarle.


Chiara: La ricetta è universale: amore, ascolto, accettazione, pazienza, compassione e apertura. Attenzione però. A volte, nel giusto e comprensibile tentativo di voler aiutare nostro figlio, ci può capitare di non dargli ciò di cui ha veramente bisogno, perché partiamo dal presupposto che ciò che va bene per noi vada bene anche per lui. Se non teniamo di conto l’altro, diverso da noi, la comunicazione risulterà unidirezionale e l’aiuto inefficace. Ci può capitare di “asfissiare” nostro figlio perché parli e ci dica assolutamente qual è il problema. Ovviamente, neanche far finta che vada tutto bene è la strategia più utile. Ricordiamo, invece, che molto spesso la sola presenza non giudicante, un abbraccio, una carezza, che esprimono tutta la nostra comprensione e vicinanza, possono fare più di tante parole. Detto questo, teniamo a mente che non siamo gli psicologi dei nostri figli, né gli insegnanti (anche se abbiamo l’esperienza tecnica per farlo). Rimaniamo nel nostro ruolo: dopotutto di professionisti se ne trovano ma di genitori ci siamo solo noi! Accettiamo di chiedere aiuto a chi ha competenza, riconoscendo che prima di tutto il cambiamento deve avvenire in noi genitori, e non lasciando il figlio al professionista “perché lo aggiusti”.


“Ora la comunicazione e le relazioni avvengono tramite i social. Non crede che esista anche un problema di comunicazione non solo tra genitori e figli, ma anche tra ragazzi?”


Claudio: Assolutamente sì. La tecnologia ha accorciato le distanze ed ha reso molto più immediata la comunicazione. Il problema è che, a furia di utilizzare tali strumenti, stiamo perdendo la dimensione umana della relazione. Siamo sempre più pieni di ragazzi, nonché di giovani adulti, che hanno difficoltà a parlare in pubblico o ad approcciarsi nel corteggiamento amoroso e che privilegiano un'interazione “protetta” dietro ad uno schermo. Fenomeni come cyberbullismo, dipendenze patologiche, ecc. sono in costante crescita.


Chiara: La risposta è affermativa e ciò è testimoniato, purtroppo, anche dalle sempre più frequenti problematiche che interessano la sfera relazionale degli adolescenti (vedi bullismo, cyberbullismo, ecc.).
La comunicazione quotidiana tra le persone è costituita non solo da parole, come abbiamo sottolineato nel testo, ma anche dall’elemento non verbale (mimica facciale, tono della voce, ecc.), e ciò non rappresenta un accessorio ma una parte essenziale e costitutiva. Nelle “comunicazioni social” questa parte viene a mancare, e non può essere sostituita dalla emoticons! La comunicazione risulta così claudicante, ricca di incomprensioni e non detto.


“Come è possibile educarli all’affettività, alla consapevolezza del sé, ai sentimenti, se si parlano, si prendono, si lasciano, si amano e si odiano attraverso whatsapp?”


Claudio: È possibile se rendiamo il nostro dialogo con loro funzionale e piacevole. Ma quanti genitori oggi riescono veramente a mettersi in ascolto e a dialogare con i propri figli? Dalla casistica che osservo, mi sembra che la maggior parte degli scambi comunicativi tra genitori e figli siano perlopiù di rimproveri o di domande che si avvicinano spesso ad una sorta di “interrogatorio”.
Come possiamo rendere allora il nostro dialogo migliore? Consentitemi un piccolissimo suggerimento: ognuno di noi avrà certamente un suo stile comunicativo e genitoriale. C'è chi è abituato a fare domande, chi mostra apparente indifferenza, chi ha poco tempo perché preso da mille impegni, chi tende ad adottare regole severe, chi si mostra troppo “amico” dei figli, ecc... Bene, alla luce di questo, se non stiamo riuscendo ad avere il dialogo che vorremmo, chiediamoci: “In che modo potrei peggiorare il dialogo con mio figlio, anziché migliorarlo? In che modo potrei continuare a fallire con lui?”. Dietro a questa domanda apparentemente semplice ci sono tutti i nostri tentativi fallimentari su cui forse dovremmo cominciare a lavorare.


Chiara: A parer mio, sembra emergere la necessità di aiutare le nuove generazioni “tecnologiche” a vivere maggiormente nella realtà, quella non virtuale. Per questo è fondamentale che già dalle prime fasi di vita venga data maggiore rilevanza alla relazione e comunicazione vis a vis. Credo sia importante far vedere ai minori (e non solo) che la tecnologia e i social in genere, sono un utile e potente strumento di comunicazione, ma che non può sostituire quella nella realtà concreta, molto più ricca di elementi e dettagli. Educare si può! E questa educazione si fonda sui presupporti finora sottolineati: i primi ad esserne responsabili sono i genitori, la famiglia, cioè il primo luogo dove il bambino comincia a relazionarsi con il mondo esterno, poi la scuola, gli educatori, ecc. E, infine, tutti noi che facciamo parte della società siamo responsabili di come le future generazioni intenderanno e sapranno discernere tra realtà e “virtualità”.


“C'è una domanda che non vi abbiamo fatto e alla quale avreste voluto rispondere?”


Claudio e Chiara: Si, molti ci chiedono se “Parla con me” sia un libro per soli genitori. La risposta è assolutamente no. “Parla con me” è un testo che consigliamo anche a tutti gli insegnanti, ai pedagogisti, agli animatori di contesti educativi e ricreativi, agli educatori e a tutti coloro si interfacciano con i ragazzi. Se, come scritto nel libro, non possiamo non comunicare - in quanto non esiste il non-comportamento – ci rimangono solo due possibilità: subìre la nostra e l'altrui comunicazione, o divenirne attivi protagonisti, per poter instaurare con tutti i nostri ragazzi un dialogo veramente sereno.

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L'aggancio

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La loro relazione è sostenuta all'inizio da una forte attrazione sessuale che è quasi l'unico linguaggio comune tra due mondi assolutamente diversi. Ma la loro storia si rafforza al punto che, quando le autorità obbligano Ibrahim a tornare nel suo paese, Julie sorprende la famiglia, gli amici e soprattutto se stessa decidendo di seguirlo come moglie.

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