Crescere e cambiare da adulti

Tema: mettersi in discussione e cambiamenti di vita

Attività: pausa riflessiva

Età: per genitori

Opera: A painting too real (Un dipinto troppo realistico)

Autore: Erik Johansson

 

Sono stata latitante per un po’, lo ammetto. Mi ero illusa che fosse semplicemente per mancanza di tempo, con due lavori, i bambini, l’università il ‘tempo per me stessa’, ma mi sono resa conto che era in realtà una pausa riflessiva, un momento interiore complesso. E lo è ancora, ma mi sto forzando a venire allo scoperto.

Poco più di un anno fa mi sono separata, dopo 14 anni di convivenza, quasi 13 di matrimonio, due figli e una miriade di altre cose, belle, brutte e così così. Non mi soffermo sui dettagli né sulle motivazioni di questo cambio di rotta, ma rivolgo l’attenzione alle mie riflessioni di queste settimane.

 

In questo ultimo anno, non solo ho dovuto mettere e rimettere in discussione le scelte di una vita, le relazioni, i ruoli, i ritmi e le routine quotidiane, ma anche e soprattutto ho dovuto stravolgere e ricostruire a poco a poco (ci sto ancora lavorando!) la mia identità, l’immagine che avevo di me stessa. Come persona in generale, come donna, come mamma e per tutti gli altri ruoli che impersoniamo nella vita di tutti i giorni.

 

In educazione e pedagogia l’attenzione è quasi sempre rivolta allo sviluppo dei bambini o alle problematiche dell’adolescenza. Raramente ci si sofferma a riflettere in modo consapevole sull’impatto che le vicende di vita da adulti hanno sulla nostra esistenza. Sui continui sconvolgimenti e riassestamenti del Sé, del senso della propria vita, dell’immagine che ognuno ha di sé e della propria personalità.

Eppure io inizio a percepire l’essere adulti come una costellazione di crisi adolescenziali!

Mi piace pensare all’educazione come quel processo che permette all’individuo di essere sempre protagonista della propria esistenza. Ma che cosa significa davvero? Essere sempre presenti a sé stessi? Essere sempre consapevoli delle proprie scelte? Riuscire a non essere sbatacchiati di qua e di là dalle vicende della vita?

Non lo so. Me lo sono chiesta spesso e ripetutamente. Soprattutto in quest’anno passato a costruire ed inventarmi una nuova (almeno in parte) vita ed identità. Penso che significhi semplicemente essere consapevoli di ciò che ci accade, evitare atteggiamenti passivi e cercare, seppur nelle difficoltà, di percorrere il sentiero che pensiamo sia giusto per noi. Non significa sempre ‘fare la cosa giusta’, o sapere sempre e comunque quale sia la cosa giusta. Significa essere in grado di interrogarsi costantemente ed avere il coraggio di virare, cambiare rotta se necessario.

Tutto questo a livello personale, come individui. Ma ovviamente è qualcosa che ha fortissime ripercussioni anche sul nostro ruolo genitoriale. Le dinamiche relazionali cambiano. Mutano i punti di riferimento e di conseguenza anche gli atteggiamenti. Si delineano nuovi assestamenti ed orizzonti di senso.

Sto cercando di imparare a relazionarmi con i miei figli in modi nuovi, ho messo in discussione tutto, facendo i conti con quello che c’è stato prima e quello che vorrei ci fosse nel futuro, per me e per loro, cercando sempre di tenere in vista i valori ed i principi educativi ed esistenziali che hanno sempre guidato il mio essere genitore.

La mia nuova vita potenzialmente è un quadro, un interessante paesaggio di mare. Di fatto però questa nuova vita a volte fa acqua da tutte le parti. Sorreggo la cornice, ma l’acqua straborda, cade ed esce incontrollabile, senza che io ci possa fare molto. Proprio come nell’opera di Johansson, surreale, bizzarra, ma estremamente metaforica.

Erik Johansson è un giovane fotografo che combina una sofisticata sensibilità fotografica con una spiazzante poetica surrealista. Il risultato sono delle immagini estremamente suggestive, capaci di prendere alla sprovvista lo spettatore e catturarne l’immaginazione nella loro bizzarra, pulita complessità.

A metà tra ambientazioni Escheriane ed atmosfere Magrittiane, le sue fotografie parlano di disorientamento, metafore di sensazioni ambivalenti e di una pluralità di scenari possibili. Piccoli stralci di poesia visiva che fanno riflettere.

Nessuna attività questa volta. Un po’ per non banalizzare questo tema, e un po’ perché a volte non c’è molto da fare, se non fermarsi ad osservare, riflettere, appendere il quadro e semplicemente aspettare che l’acqua sul pavimento si asciughi...

  

Consigli di approfondimento:

Sito dedicato alle foto di Erik Johansson: Link 

Demetrio Duccio "Elogio dell'immaturità. Poetica dell'età irraggiungibile" Cortina Raffaello Editore

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cnadia ha risposto alla discussione #2 05/08/2016 10:46
Ho letto solo adesso questo interessante pezzo di cui cito un estratto.

In educazione e pedagogia l’attenzione è quasi sempre rivolta allo sviluppo dei bambini o alle problematiche dell’adolescenza. Raramente ci si sofferma a riflettere in modo consapevole sull’impatto che le vicende di vita da adulti hanno sulla nostra esistenza. Sui continui sconvolgimenti e riassestamenti del Sé, del senso della propria vita, dell’immagine che ognuno ha di sé e della propria personalità.

Anche io, come l'autrice, ho l'impressione di aver vissuto tutta una serie di crisi adolescenziali che ogni volta mi hanno lasciata svuotata, ma anche ripulita per un nuovo inizio.

Per quanto mi riguarda il problema fondamentale è il voler mantenere il controllo della rotta, mentre a volte semplicemente è impossibile, a volte bisogna lasciarsi andare al vento e limitarsi a dei piccoli aggiustamenti per non finire contro gli scogli.

Io sono convinta che non si smetta mai di crescere, di imparare, di formarsi. La nostra psiche è qualcosa di mutevole e malleabile, e quando si è genitori si cresce assieme ai figli.

A volte effettivamente ci sarebbe bisogno di fermarsi un attimo, mettere i remi in barca, e riflettere su chi si è, dove si va, e soprattutto come, e con chi, ci si vuole andare.

Ma ho l'impressione di non riuscire a vedere da nessuna parte un approdo sicuro, e quindi sono sempre qui in balia del vento che mi sbatacchia di qua e di là, per ora scogli non ne ho presi, almeno non abbastanza grossi da far affondare la nave, ma ho l'impressione di vagare senza meta.
teresina ha risposto alla discussione #3 07/08/2016 09:39
Quando il nostro castello di Lego crolla ci ritroviamo prima spaesati e poi nasce l'esigenza di rimetterlo su.....ma come? Se ci si fossilizza sul tentativo di ricostruirlo più o meno com'era prima, perchè questo ci dà scurezza, penso che commettiamo un grosso errore. Rinnovarsi non è mai facile, le certezze di ieri, anche se alcune volte sono scomode e non ci aggradano completamente, rappresentano la comoda pantofola che ci siamo creati. Ricreare è uno stimolo vitale, io sono una di quelle che fa fatica.....ma poi basta iniziare e mi accorgo che posso percorrere nuovi percorsi

Mettersi alla prova....a volte anche nelle piccole cose del quotidiano possiamo apportare cambiamenti che ci permettono di accettare che si può cambiare....senza la necessità di approdare Cnadia ;) forse l'errore sta nella ricerca del l'approdo sicuro....e parlo anche per me

”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA

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