Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione

Una grande Riforma dell’educazione o meglio una vera e propria METAMORFOSI (ultima parola del libro) quella  che auspica il grande pensatore contemporaneo Edgar Morin,  oggetto di analisi anche nei suoi due precedenti saggi:  La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. 

Partendo dalla massima di Rousseau nell’Emilio: “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”,  Morin si richiama anche alla tradizione filosofica greca che insegnava la saggezza della “vita buona” e lo fa proprio  perché individua nell’umanità odierna l’assunzione di un modello di pensiero legato al dominio, alla conquista di potere, all’individualismo sfrenato,  ad un sapere fatto a compartimenti stagni che determina  una iper-specializzazione  che fa perdere la visione d’insieme e ci conduce al mal-essere, all’incomprensione che regna nelle relazioni tra umani.

 

 

Errore principale della nostra scuola è quello di aver diviso i saperi attraverso la disgiunzione delle due componenti della cultura, quella umanistica e quella scientifica e quel che è peggio  i bisogni “tecno-economici” della nostra società hanno relegato la storia, la filosofia, la letteratura e le scienze umane nell’angolo degli studi meno importanti  perché non funzionali al dinamismo imprenditoriale e finanziario.(Pensiamo alle famose tre “ i” di morattiana memoria:  impresa, informatica, inglese ndr).

In questo modo  non si insegna ad avere una visione sistemica  e a conoscere la complessità che costituisce la condizione umana moderna.  Già a partire dalle scuole elementari occorre insegnare che l’uomo è un essere biologico, fisico, psichico, sociale, storico, culturale e formare un pensiero che colleghi le diverse discipline. In questo senso bisogna per esempio introdurre le conoscenze ecologiche e cosmologiche che fungono da “operatori di relianza”, riuscendo a cogliere le connessioni e i legami che servono a confrontarsi e a  trattare i problemi globali.

Già dalla scuola primaria abituiamoci a rispondere ai primi interrogativi naturali dei bambini attraverso il racconto dell’avventura cosmica partendo per esempio dal Sole spiegando loro “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”  non dobbiamo temere di far conoscere quanti errori  la scienza e la storia del mondo abbiano commesso e quante volte siano cadute spesso nell’illusione: imparare dagli errori  serve a superarli.  La scienza ecologica andrebbe introdotta in tutti i cicli scolastici poiché è la base del pensiero sistemico, mobilita la geografia, la geologia, la climatologia, la fisica, la chimica , la botanica, la zoologia, le scienze umane, e ci permette anche di affrontare il destino del nostro pianeta.

E qui sorge il problema etico che Morin affronta sottolineando l’importanza di risvegliare il nostro senso di responsabilità  nei confronti delle generazioni future:  “Quale pianeta lasceremo ai nostri figli?” (Hans Jonas);  “A quali figli lasceremo il mondo?” (Jorge Semprùn). Il comportamento etico non nasce in astratto, nasce dalla ricollocazione dell’uomo nella natura, nella consapevolezza di essere individui-società-specie. Cosa può rinvigorire il senso della solidarietà umana che ormai il mondo ha perso di vista?

Gli insegnanti,  come dei direttori d’orchestra appassionati (Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi,  2014) devono insegnare la comprensione, che è capire innanzitutto se stessi e i propri modi di essere che non sono sempre uguali e che spesso si scontrano con gli imprinting subiti nell’infanzia e nell’adolescenza;  è capire  gli altri  e riuscire a provare la stessa partecipata empatia nei confronti dei personaggi che vediamo al cinema, (per cui amiamo il vagabondo Charlot, ma appena usciamo dalla sala ci voltiamo dall’altra parte se notiamo un barbone); è capire il perché dell’incomprensione  evitando le condanne perentorie; è anche favorire il dialogo tra “insegnati” e “insegnanti”.

Virtù fondamentale per un docente è la confuciana benevolenza che viene richiesta a chi esercita una qualsiasi autorità per combattere l’errore “più atroce che un essere umano possa fare ad un altro essere umano: l’umiliazione”. 

Ma chi insegna agli insegnanti? Morin afferma che essi si devono auto-educare con l’aiuto dei loro allievi: “questi insegnanti , potrebbero da sé ampliare la loro cultura e stabilire legami organici per insegnamenti comuni con insegnanti di altre discipline”. E’ fondamentale infatti insegnare a collocare ogni informazione in un contesto e in un insieme e per far ciò occorre apprendere ad apprendere, separando e collegando, analizzando e sintetizzando. “La conoscenza non può essere considerata un attrezzo readymade, che si può utilizzare senza esaminare la sua natura…E’ necessario introdurre e sviluppare nell’insegnamento lo studio dei caratteri cerebrali, mentali, culturali delle conoscenze umane, dei suoi processi e delle sue modalità, delle disposizioni tanto psichiche quanto culturali che fanno loro rischiare l’errore o l’illusione”.

Edgar Morin è una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea. Nato a Parigi nel 1921, filosofo e sociologo ha trattato un’ampia gamma di argomenti. Le sue ultime opere riguardano in particolare una riforma del pensiero che deve essere accompagnata da una riforma dell’insegnamento. In un mondo globalizzato nel quale domina l’incertezza e le sfide sono tante Morin indica un rapporto educativo improntato sul paradigma della complessità. 

 

Autore: Edgar Morin

Editore: Raffaello Cortina Editore

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