Belgio, le classi DASPA

La scuola dove insegno si trova nello stesso Comune di uno dei centri di accoglienza per richiedenti asilo. La specificità di quel particolare centro è di accogliere ragazze incinte e in generale minori non accompagnati.

Questi ragazzi e ragazze vengono ovviamente scolarizzati nella locale scuola pubblica, appunto quella dove insegno.

 

Secondo Fedasil, l’Agenzia Federale per l’accoglienza dei richiedenti asilo, attualmente in Belgio ci sono circa 30.000 richiedenti asilo ospitati nei vari centri. Quello di cui parlo si trova in uno dei Comuni più ricchi della Vallonia, con un’altissima concentrazione di industrie ad alta tecnologia, senza parlare di tutte le persone che lavorano a Bruxelles per le varie istituzioni europee. E la cosa, se ci pensate, ha una sua logica: mettere un centro rifugiati in una periferia depressa e sovraffollata, scarsa di servizi, ovviamente scatenerà il putiferio, metterlo invece in un quartiere di villette immerse nel verde, servito e tranquillo, renderà sicuramente le lamentele meno numerose.

Torniamo ai ragazzini sperduti e alle ragazzine incinte. Parlo ovviamente di minorenni, i maggiorenni hanno sorte diversa e sono meno protetti.

Questi studenti vengono in un primo momento inseriti in una classe DASPA (dispositif d’accueil et de scolarisation des élèves primo-arrivants) suddivisi per livello. Quelli che non hanno nemmeno idea di cosa sia una scuola o addirittura un alfabeto, li mettono nel primo gruppo. Quelli che sono già stati scolarizzati, ma in contesti troppo diversi (magari sanno leggere e scrivere e far di conto, ma non riconoscono le lettere dell’alfabeto latino…) nel secondo gruppo e via dicendo, fino ad arrivare a quelli che hanno solo qualche problema di lingua, ma bene o male si ritrovano nel sistema.

Alcuni potrebbero inorridire all’idea degli stranieri messi in classi ghetto: mi ricordo che in Italia se n’era parlato e c’era stata una levata di scudi. Non ricordo come fosse il progetto in Italia, ma qui hanno optato per queste classi temporanee, o passerella, prima di inserire gli studenti in una classe regolare. Si parla comunque solo di stranieri richiedenti asilo, non di quelli cosiddetti “economici”, i quali possono iscriversi un po’ dove vogliono e non vanno in classi speciali. Parlerò dopo anche di questi.

L’idea delle classi DASPA è di dare la possibilità a questi ragazzi, che arrivano a volte da realtà totalmente diverse, di potersi poi inserire in un corso di studi normale e prendere un diploma. Molti passano nelle classi normali anche durante l’anno, alcuni rimangono in queste classi speciali tutto l’anno, ma seguono alcuni corsi che si ritiene siano in grado di seguire, per altri invece un anno non è sufficiente. Il destino di questi ragazzi dipende anche dall’esito della loro domanda di asilo, inoltre nel momento in cui diventano maggiorenni la loro frequenza scolastica non è più assicurata dallo Stato. Fino a quando sono minori tutto è pagato, compreso l’asilo nido per le neomamme, dopo invece dipende se hanno ottenuto il permesso di soggiorno: in quel caso passano nelle mani dei servizi sociali (che qui funzionano abbastanza bene), altrimenti devono restare nel centro, e alle mamme maggiorenni non è pagato il nido, quindi purtroppo si trovano costrette ad interrompere la frequenza, a meno di non trovare un altro tipo di aiuto.

Le classi DASPA non sono solo classi per imparare il francese e il funzionamento di una scuola belga, ma per molti sono delle vere e proprie scuole di educazione civica, di "europeizzazione". Sono classi separate, ma dentro una scuola normale: alcuni corsi (una volta imparate le basi linguistiche) li seguono assieme agli altri studenti, poi c’è la mensa, la ricreazione, le varie attività comuni, oltre alle attività appositamente pensate dagli insegnanti per questo tipo di studenti. Attività che possono sembrare banali, ma sono invece fondamentali per chi ha vissuto solo in mezzo alla guerra o in fuga o in un campo profughi: fare la spesa in un centro commerciale, andare al cinema e comprare i biglietti, andare in piscina, andare in un parco di divertimenti rispettando le regole del vivere civile… Cose banali, ma probabilmente più importanti del saper coniugare un verbo.

Non tutte le scuole possiedono i DASPA, in effetti queste sono classi concepite per i rifugiati, anche se, nelle scuole dove queste classi esistono, spesso ci mettono anche il ragazzino tedesco o marocchino, arrivati in Belgio per il lavoro dei genitori.

In generale gli studenti con regolare permesso di soggiorno seguono un iter diverso dei richiedenti asilo. Fino alla fine della scuola primaria vengono inseriti nella classe corrispondente all’età e il tipo di aiuto che ricevono dipende un po’ dalla scuola: ci sono quelle più attrezzate, con insegnanti appositi per insegnare il francese, altre meno attrezzate e il ragazzo deve un po’ cavarsela. Nelle scuole secondarie il concetto è simile, solo che per poter essere iscritti come studenti regolari (con possibilità di avere il titolo di studio), bisogna avere un’equivalenza. Questa sarà più facile tra paesi dell’Unione Europea o con paesi con sistemi scolastici simili. In assenza di equivalenza lo studente dovrà passare un esame per poter essere ammesso alla classe desiderata. Il rischio è che tra una cosa e l’altra perda un anno. Dipende tutto anche dalla capacità, buona volontà e impegno dello studente: tra i miei allievi ho parecchi stranieri arrivati direttamente alla secondaria, alcuni erano nella classe corretta per l’età, altri no…

Nella scuola dei miei figli (scuola primaria), quando li ho iscritti il primo anno, non era prevista una classe DASPA perché non ce n’era bisogno: nella cittadina dove abito ci sono tantissimi stranieri, ma non si tratta di richiedenti asilo. Quando l’ondata dei rifugiati in Europa è aumentata, hanno dovuto attivare una classe speciale anche in quella scuola, in quanto hanno cominciato ad accogliere i bambini di donne sole ospitate in un vicino centro.

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi

Il fanciullo difficile

E' uno dei primi libri scritti dal pedagogista scozzese Neill, ma è già ricco di quelle tematiche rivoluzionarie in campo pedagogico che fecero dell'autore un punto di riferimento per tutti coloro che, nei decenni successivi, vollero cercare strade alternative ad un'educazione autoritaria e repressiva.

Alexander S. Neill è il creatore della scuola di Summerhill, dove i bambini sono liberi di fare quello che vogliono, senza che l'autorità dell'adulto imponga le sue regole di morale e di condotta. A Summerhill non ci sono punizioni per chi si comporta male, e le regole del vivere insieme sono regole sociali, dettate dalla stessa comunità, formata dai ragazzi.

Il libro è scritto nel 1927, può sembrare datato per certi aspetti, ma alcune idee sono davvero interessanti e meritano uno spunto di riflessione. Il titolo "il fanciullo difficile" non tragga in inganno, anche se l'autore prende spunto da casi di ragazzini con problemi le sue riflessioni hanno valenza universale: "[...]non vedo che una via per l'educazione: dire coraggiosamente che noi adulti non sappiamo cosa sia l'educazione; confessare che noi ignoriamo cosa sia il meglio per un fanciullo[...]" e ancora "[...] nessun uomo è tanto buono da poter dire a un altro come deve vivere; nessun uomo è tanto saggio da poter guidare i passi di un altro". 

Il libro è preceduto da un saggio introduttivo di Annalisa Pinter, che fa notare come in quest'opera, ancora più che in Summerhill, l'autore cerchi di costruire una teoria organica. A volte, dice sempre la Pinter, "non vi è molto impegno nel cogliere l'eziologia dei problemi" e certo non fornisce una metodologia di analisi e intervento.

E' chiaro che non è un saggio pedagogico che possa illuminare un genitore in crisi: ma è un arricchimento, anche storico per chi si interessa di tematiche sull'educazione e sulla scuola. Summerhill è lontanissima dal concetto di scuola a cui siamo abituati, ma proprio per questo vale la pena sognare, perché tutti noi, nella nostra infanzia abbiamo sognato una scuola così. Ma la realtà è un'altra cosa.

autore: Alexander S. Neill

editore: La Nuova Italia (collana Classici dell'educazione contemporanea)

[Copertina del libro non disponibile] 

La sottile linea scura

Lansdale Joe R. é un autore americano che spazia dal giallo al western, dall'horror al romanzo storico, dalla satira sociale al romanzo di formazione come 'La sottile linea scura'.

Ambientato nel Texas del 1958 è la storia del tredicenne Stanley, che lavora nel drive-in del padre e mette il naso in un segreto che doveva rimanere celato. In quell'estate avviene "la perdita dell'innocenza" di Stanley, il mondo per lui cambierà per sempre.

La 'sottile linea scura', che segna per lui la scoperta del male, del dolore e della morte insieme con l'esplosione del sesso e la consapevolezza del conflitto razziale, diventa il mezzo con cui l'autore ci fa immergere in quegli anni Cinquanta che sembrano così lontani.

Se avete letto con passione 'Il buio oltre la siepe' di Harper Lee questo è un libro che fa per voi.

Autore: Lansdale Joe R.

Editore: Einaudi