Riflessioni su autismo e genere

Leggendo questo interessante articolo di Nicola Clark sono emerse in me due riflessioni, le condivido nella speranza che possano stimolare un confronto.

Il problema dell’accettazione del proprio modo di essere considerato, nell’ottica dello “specchio” che il mondo esterno ne restituisce. L’autrice condivide il senso di sollievo provato alla conferma della diagnosi che ha implicato un lungo processo emotivo che l’ha portata fino al raggiungimento della risposta.

Essere diagnosticata a 40 anni significa non aver trovato una dimensione interna ed esterna veramente accettabile, non aver smesso di cercare risposte a domande nate dall’osservazione delle differenze, attività che accompagna il lungo percorso della consapevolezza di sé dall’adolescenza in poi.  

 

Mi chiedo: Nicola Clark era una persona diversa senza l’etichetta dello spettro? La considerazione delle sue peculiarità, del suo funzionamento cerebrale è cambiata di fronte alla diagnosi conclamata? A cambiare è stata la considerazione che lei ha raggiunto di se stessa e di conseguenza quella del suo microcosmo nei suoi confronti.

La seconda riflessione è legata, come si evince dalle parole dell’articolo, al genere.  
Donne nel mondo dello spettro autistico: quanto sono riconosciute, quanto si chiede loro di essere omologate alle aspettative?

Gli standard da raggiungere per le donne, considerati essenziali dalle donne stesse, nella gestione delle difficoltà, dell’organizzazione e del problem solving sono alti. Le varie generazioni si sono caricate la responsabilità operativa delle soluzioni per poi lasciare l’illusione della guida ai compagni.

Questo risulta evidente ad esempio se si pensa alla capacità di delegare. In generale le donne non sanno delegare realmente e quando lo fanno si assicurano, nella maggioranza dei casi, che vengano comunque seguite tutte le loro indicazioni come se ci fosse un modo solo di fare le cose. È un’interiorizzazione di un modello arcaico che arriva dalle loro madri e nonne. Si chiede alle donne di fare ma di non comparire, il mondo sommerso possibile solo con la complicità silenziosa del genere femminile edotto alla sottile arte di decidere tutto lasciando tuttavia al marito, compagno o partner, l’illusione di aver guidato e non di aver percorso un tracciato già progettato, che raramente prevede alternative.

Basandoci quindi su questi parametri, una donna “strana” e diversa non trova la giusta collocazione non già nel meccanismo organizzativo del lavoro ma nella considerazione del microcosmo che ospita questo meccanismo. Comprensibile quindi che la diagnosi rappresenti una sorta di assoluzione che rimette nelle giuste caselle ogni elemento.

Ugualmente comprensibile che la diagnosi possa essere tardiva perché l’input continuamente ribadito è: autonomia operativa ed emotiva quanto prima possibile. Questo porta a nascondere le difficoltà.

Dopo la diagnosi però le cose cambiano: un individuo difettoso è accettato nella società molto di più di un normotipico originale, lo stravagante integrato, diceva Sacks, con cui comunicare è più complesso perché il suo uscire da schemi prevedibili, restituisce un senso di precarietà destabilizzante.  

Ovvero potrebbe la diagnosi trasformarsi in un pretesto per giustificare comportamenti non condivisibili o antisociali avendo così la sicurezza dell’assoluzione?

La vera evoluzione allora sarebbe riuscire ad accettarsi come si è, non cercare di raggiungere a tutti i costi gli standard richiesti da una maggioranza di individui non sempre attenti alle sensibilità altrui. Da una consapevole accettazione di sé, e solo da lì, potrebbe partire la modifica dell’ambiente circostante e rendersene conto costituisce già un obiettivo.

 

L'articolo "Autismo e Genere" è stato tradotto da “I was diagnosed with autism in my 40s. It’s not just a male condition” di Nicola Clark

Link: https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/aug/30/diagnosed-autism-male-condition-women-misdiagnosed?CMP=fb_gu

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