Le donne in manicomio durante il Fascismo

Una Mostra nella Casa della Memoria e della Storia di Roma racconta con documenti e immagini la vita delle donne che erano internate nel Manicomio di Sant’Antonio Abate di Teramo prima e durante il Ventennio fascista. Fotografie, lettere, diari e cartelle cliniche sono state recuperate dall'Archivio dell'Istituto psichiatrico da due ricercatori, Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, ed esposte al pubblico con il titolo: I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista.

 Cosa nascondevano i volti, segnati dalla sofferenza, che come foto segnaletiche accompagnavano le cartelle cliniche di quelle donne? Alle spalle sicuramente delle famiglie che non le hanno volute. Si trattava infatti per la maggior parte di “ricoveri coatti”, regolamentati dalla Legge numero 36 del 1904 (Giovanni Giolitti) rimasta in vigore fino al 1978 nella quale si fissava un procedimento quasi automatico di internamento-interdizione che marginalizzava il malato e lo escludeva da qualsiasi contatto con l’esterno. Si legge in una lettera di un fratello: “Non voleva essere rimproverata…Mamma non vuole più sentirla nominare perché ne ha abbastanza… e poi noi fratelli altrettanto”.

Avere un componente della famiglia in manicomio era motivo di grande vergogna e quindi queste sorelle, figlie, madri, mogli e fidanzate venivano dimenticate in questo luogo e qui perdevano ogni diritto, anzi il regime fascista le includeva anche nel casellario giudiziario. Licenziate dai luoghi di lavoro, perdevano i diritti civili e la qualifica di elettori. I loro diari e le lettere private, che le più alfabetizzate scrivevano, ma che mai venivano recapitate alle famiglie, sono la parte più straziante di queste vite , perché parlano di “agonia”, “digiuni”, “prigionia”, “solitudine”, “soprusi”, “giornate interminabili” e preghiere alle famiglie di riportarle a casa. “ Ti prego per l’amore di Papà e fratelli di venirmi a salvarmi da questo brutto luogo che lo odio non ci voglio stare nemmeno a morire". “Io trovarmi in questa sezione, tra malate d’ogni genere, tra le sofferenti, tra le asmatiche, tra le dementi, con visi stravolti, con il fetore della notte, da sentirmi difficile la respirazione; oh, questo è troppo, troppo”.

Ma erano veramente malate? Molto ci dice il Diario clinico delle sintomatologie:

 quadro clinico

La devianza femminile assumeva all’epoca dei connotati sociali, non era legata cioè ad un effettivo disturbo psichico; veniva stigmatizzato il comportamento anomalo, cioè non accettabile dal punto di vista della rigida morale e dagli stereotipi culturali dell’epoca. “In famiglia è assolutamente incompatibile, intollerabile e intollerante di tutto e di tutti”.

Erano giovani contadine che provenivano da condizioni di miseria estrema nelle quali si era inserita la guerra ad ampliare la dimensione del disagio, donne che avevano messo al mondo 10-12 figli, indigenti e malnutrite che non riuscivano più a svolgere il loro “dovere” di mogli e madri premurose; ma anche madri cosiddette “snaturate” che non potevano o non volevano più mettere al mondo dei figli traumatizzate dalla tragedia del primo conflitto mondiale. Elisa T. che, a causa dei dispiaceri provati per la presenza di alcuni figli in zona di guerra, aveva iniziato a manifestare “disturbi della psiche”: da parecchi mesi era insonne, debole, non accudiva colla volontà di una volta alle proprie incombenze”, era trascurata, piangeva facilmente e si lamentava di continuo. Anche le ribelli venivano internate, quelle che manifestavano i loro desideri sessuali o che volevano una vita diversa da quella imposta dalle figure patriarcali della famiglia: “Fin da fanciulla si mostrava strana, da giovinetta poi ben presto si manifestò il suo carattere stravagante, girando continuamente per il paese senza badare alla sua famiglia e non curando punto i rimproveri dei parenti”. Diagnosticate ovviamente come “isteria” o “immoralità costituzionale” mostrano i seguenti sintomi: «erotiche, bugiarde, furbe, rosse in viso».

“Idiozia” scrivevano i medici nelle cartelle delle bambine internate e destinate a morire qui in giovanissima età, non appartenenti alla “buona razza” che le avrebbe volute ubbidienti, docili, feconde e brave massaie. Elena R. 13 anni, contadina, IDIOZIA, entra nell’agosto 1927 (su ordinanza del podestà) muore nell’ottobre 1942 per enterite cronica di natura non infettiva. Dantina D. 7 anni, IDIOZIA, entra nel luglio 1936 (su ordinanza del podestà) muore nell’agosto 1943 per marasma.

Nicola Serroni, direttore del Dipartimento di salute mentale di Teramo, nel catalogo della mostra ammette: «Sfogliando le cartelle delle donne ricoverate sono rimasto profondamente colpito dalle diagnosi, che spesso nulla avevano a che fare con problematiche psicopatologiche reali; rimandavano soprattutto a problemi legati alla moralità o ad altro tipo di devianza, vagabondaggio sessuale, turpiloquio, rifiuto del lavoro domestico-familiare, rifiuto dell’accudimento dei figli, rottura o messa in discussione “anomala” del rapporto di coppia. E tutto ciò conferma che i manicomi in moltissimi casi venivano usati per fini repressivi, per affermare nella vita di tutti i giorni la subordinazione e l’inferiorità della donna».

Quelle donne espulse dalla società e dalla vita e dimenticate da tutti ci vengono restituite e possono finalmente riacquistare attraverso la memoria quella dignità che è stata loro negata.

La mostra ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le attività culturali, della Regione Abruzzo.

I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista.

14 settembre - 18 novembre

CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA

Via San Francesco di Sales, 5 – Roma

Lun-ven ore 9.30-20.00 – Ingresso libero

Tel. 060608 – 06.6876543

www.comune.roma.it/cultura

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Guida al consumo critico

"Il consumo critico e grandi campagne di sensibilizzazione hanno indotto varie imprese a imboccare la strada della responsabilità sociale e ambientale. Ma ancora troppe continuano a violare i diritti umani, sfruttando i piccoli produttori del sud del mondo, volendo imporre gli organismi geneticamente modificati, sostenendo regimi oppressivi, finanziando guerre, rifornendo eserciti. Ecco la necessità di informarci per fare sentire alle imprese tutto il nostro peso di consumatori che dicono no a comportamenti irresponsabili. Questa guida aiuta a stabilire su quali prodotti far ricadere le scelte d’acquisto, per indurre le imprese a comportamenti migliori, perché il consumo ha su di esse potere di vita o di morte."

Autore: Centro Nuovo Modello di Sviluppo
Editore: EMI

Intelligenza emotiva per un figlio

Questo libro è l'applicazione all'educazione dei figli della teoria che Goleman illustra nel suo famoso saggio "Intelligenza Emotiva".

L'intelligenza emotiva è una facoltà il cui quoziente intellettivo si fonde con virtù morali quali l'autocontrollo, la pervicacia, l'empatia e l'attenzione per gli altri e che, opportunamente coltivata, può permettere a tutti di condurre una vita migliore.

A prima vista può sembrare un manuale, visto che si propone di insegnare ad essere dei buoni "allenatori emotivi" per i figli. In realtà ci sono molti spunti interessanti e informazioni molto utili riguardo le varie fasi dell\'età evolutiva. Gottman divide schematicamente i genitori in quattro categorie: il genitore "censore", modello autoritario per intenderci; il genitore "noncurante", quello che si disinteressa delle emozioni del figlio; il genitore "lassista", che nonostante comprenda il figlio non offre indicazioni di comportamento né aiuta il figlio a risolvere il problema; il genitore "allenatore emotivo" che oltre a comprendere e a rispettare le paure e sentimenti del figlio riesce a porre dei limiti e aiuta a risolvere i problemi.

autore: John Gottam con Joan De Claire (tradotto da A. Di Gregorio e B. Lotti)

editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA