Vivian Maier. La fotografa ad altezza del ventre.

Dall’8 ottobre all’8 gennaio all’Arengario di Monza è stata allestita una Mostra sulla fotografa statunitense Vivian Maier, classe 1926, rimasta sconosciuta fino al giorno del suo necrologio quando un giovane, John Maloof, abituale frequentatore dei mercatini delle pulci, attratto dai negativi delle foto, li compra in un’asta e lentamente si rende conto che ha per le mani l’immenso tesoro di una donna che per vivere faceva la domestica, ma che aveva una passione segreta che la portava a girare per le strade  di Chicago e di New York con una Rolleiflex al collo.

Storia affascinante! Un docufilm dello stesso John Maloof, che nel 2015 vince l’Oscar per il miglior documentario,  ricostruisce attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta (per lo più famiglie della borghesia che l’avevano a servizio) la vita  e il carattere di questa donna eccentrica, volutamente misteriosa, che amava passare il suo tempo libero per  le strade dei quartieri poveri e imprimere in pellicola (come una “spia”) migliaia di uomini, donne e bambini e momenti di vita urbana e che, come una giornalista in incognito, intervistava donne e uomini con il suo falso accento francese.

Collezionista compulsiva la signorina Maier, come amava farsi chiamare, spesso dando alla gente anche falsi nomi, ha scattato più di 120.000 negativi, molti dei quali, per ristrettezze economiche, non ha mai potuto sviluppare in foto; ha girato filmati e registrato audiocassette e ha conservato nelle sue numerosissime valigie oggetti di ogni tipo.

Sono sempre attraenti  le storie di donne un po’ solitarie e scontrose,  la cui arte non viene riconosciuta dai loro contemporanei.  Seraphine de Senlis, per esempio, la governante-pittrice dimenticata, la cui vita è stata proposta recentemente nel film francese “Séraphine” di Martin Prevost o la poetessa Antonia Pozzi suicida ad appena 26 anni la cui fama cominciò decenni dopo la sua morte e protagonista del recente film di Ferdinando Cito Filomarino “Antonia”.

A Vivian Maier è andata meglio perché nel giro di un decennio dalla sua “scoperta” (muore a Chicago nel 2009) la sua fama artistica è cresciuta a dismisura nel panorama mondiale. In Italia l’anno scorso la Fondazione Forma Meravigli di Milano le dedica una mostra sull’onda del grande successo dell’antologica  al MAN Museo d’arte della provincia di Nuoro.

108 fotografie appartenenti al filone  Street Photography,  che entrano nel cuore delle strade americane degli anni ’50-’60-’70. Scatti dedicati all’umanità di questo scorcio di secolo. Il suo atteggiamento è caratterizzato da un’empatia verso  gli emarginati e i poveri , dal sarcasmo  nei confronti dei borghesi  e dalla sensibilità per i  bambini che spesso ridono o fanno capricci. Anche gli oggetti abbandonati nei cassonetti, i giornali, gli animali, i graffiti attraggono la sua curiosità.  Non manca di cimentarsi con quelli che oggi chiameremmo selfie, autoritratti riflessi su un vetro o in uno specchio, o semplici silhouette in un’ombra, divenendo in tal modo essa stessa parte del racconto. Secondo il gallerista Steven Kosher la Maier è riuscita a produrre migliaia di haiku fotografici, immagini che fermano un dettaglio, un battito irripetibile di vita immortalando la poesia della quotidianità.

La mostra all’Arengario di Monza è racchiusa tutta in un’unica area, le fotografie suddivise in modo tematico: autoritratti, bambini, geometrie-oggetti, vita di strada, sagome scure, ritratti, foto a colori e sequenze originali di scatti.  Due schermi trasmettono le sue sperimentazioni con i filmati in Super 8.

Gli Autoritratti non sono scatti occasionali, ma delle vere e proprie costruzioni di specchi dentro gli specchi quasi  volesse da una parte collocarsi essa stessa ai margini della realtà che ritraeva e dall’altra rivendicare il proprio distacco da un pubblico che non aveva e forse non voleva avere. La sua opera sembra rinchiudersi gelosamente in una dimensione privata, proprio il contrario della tendenza odierna alla condivisione all’interno dei socia media.  Certo è che le inquadrature perfettamente simmetriche fanno pensare a un grande talento espressivo: “quando scattava era completamente e totalmente focalizzata. Era un istante di concentrazione assoluta…e poi era fatta”, racconta uno dei bambini che lei accudiva.

I Bambini sono immersi  in una realtà molto lontana dai miti hollywoodiani , in genere sporchi, piangenti,  rigorosamente fermati nei momenti più normali o più drammatici della loro esistenza con un grande senso dell’ironia e della tragedia al tempo stesso.  Nella parte chiamata Geometrie si rivela il suo attaccamento morboso nei confronti degli oggetti e la sua maniacale tendenza al collezionismo, un’ossessione tipica di molti artisti a lei contemporanei, come il grande Andy Warhol.  La vita di strada dell’America della seconda metà del ventesimo secolo è un racconto dettagliato della realtà vissuta, in mezzo a pile di giornali che riportano brutte notizie, a bambole abbandonate nei cestini dell’immondizia, a lavoratori con le mani e i visi sporchi, a quartieri degradati . Portando la macchina ad altezza del ventre riusciva a rubare gli scatti a sconosciuti senza farsi notare ed era facile da lì rappresentare il mondo dal basso. Le sagome nere stupiscono per la loro nitidezza, i ritratti possono immortalare semplicemente una acconciatura, delle gambe grassocce, due mani che si sfiorano, gli ultimi della società, piccoli dettagli, tutto ciò che le passa davanti, compresi Audrey Hepburn o Kirk Douglas, perché ciò che le interessa è la vita degli altri nelle sue più svariate sfaccettature e la cronaca degli avvenimenti della sua epoca. Alla fine della mostra i provini dei suoi negativi mostrano che non eseguiva scatti multipli di uno stesso soggetto, per cui ogni rullino contiene una quantità straordinaria di fotografie uniche. Il suo scatto è un assoluto nella storia della fotografia del Ventesimo secolo.

Vivian Maier. Nelle sue mani

Sede: Arengario di Monza - Piazza Roma – 20090 Monza

Date: 8 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017

Film integrale visionabile su you tube : Alla ricerca di Vivian Maier di John Maloof

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UN DUE TRE SCALA

"UN DUE TRE SCALA" è una nuova collana di libri illustrati per bambini, ideata da Tita e Teatro alla Scala, edita da Skira-Classica, che racconteranno ai più piccoli attraverso un linguaggio adatto a loro, il mondo della musica classica.

Il progetto nasce dall'incontro di testi e immagini ed è pensato per avvicinare i piccoli lettori al mondo della musica classica.

Ogni volume è realizzato con un'innovativa tecnica artigianale "a fisarmonica": leggibile da entrambi i lati, un formato originale, capace di trasformare il libro in un coloratissimo gioco interattivo. Una vera sfida ai supporti informatici ormai alla portata anche dei più piccoli

Libri dinamici e istruttivi (in edizione bilingue, italiano e inglese), che segnano la felice unione tra parole, arte illustrata e musica, grazie anche ai colorati disegni di navigati illustratori per l'infanzia.

Il primo volume "10 e più cose incredibili sulla Scala. Lampadine, uova e leggende a teatro" è illustrato da Brendan Wenzel e curato dal musicologo Marino Mora. Racconta un viaggio alla scoperta di tutti i segreti della Scala, davanti e dietro al sipario.

Il secondo volume "Giuseppino. Come il piccolo Verdi è diventato il grande Verdi" è dedicato all'infanzia di Giuseppe Verdi, nell'anno del bicentenario della sua nascita. Disegni di Gloria Pizzilli e testi di Marino Mora.
Tutti i volumi di "Un due tre Scala" sono in vendita in esclusiva presso La Scala Shop di Milano e sul sito internet www.lascalashop.it

In occasione della presentazione della nuova collana editoriale per bambini "123 Scala",
Skira Classica Srl e Tita, in collaborazione con l'Associazione L'ILOPERA, invitano le famiglie ad un
PERCORSO DIDATTICO al MUSEO TEATRALE ALLA SCALA DOMENICA 26 MAGGIO 2013

I partecipanti saranno condotti dai professionisti di L'ILOPERA attraverso le sale del Museo: alla visita guidata sarà affiancato un coinvolgente percorso didattico di approfondimento sull'opera lirica e sulle arti e i mestieri che la rendono probabilmente la forma di spettacolo più ricca e multidisciplinare che esista.

Potranno partecipare all'iniziativa le famiglie composte da almeno un genitore ed un bambino/ragazzo (fino a 18 anni) per un massimo di 80 persone.
Si potrà scegliere l'orario di ingresso fra i due seguenti (durata della visita 1 ora e mezza):
1. primo gruppo alle ore 9.30 (massimo 40 persone)
2. secondo gruppo alle ore 11.00 (massimo 40 persone)

Per prenotare la visita inviare un'e-mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.:
• indicando nell'oggetto "26 maggio"
• indicando nel testo il numero di adulti e di bambini/ragazzi partecipanti
• indicando nel testo l'orario scelto (9.30 o 11.00)

La prenotazione sarà confermata oppure sarà comunicato l'esaurimento dei posti disponibili.

Intelligenza emotiva per un figlio

Questo libro è l'applicazione all'educazione dei figli della teoria che Goleman illustra nel suo famoso saggio "Intelligenza Emotiva".

L'intelligenza emotiva è una facoltà il cui quoziente intellettivo si fonde con virtù morali quali l'autocontrollo, la pervicacia, l'empatia e l'attenzione per gli altri e che, opportunamente coltivata, può permettere a tutti di condurre una vita migliore.

A prima vista può sembrare un manuale, visto che si propone di insegnare ad essere dei buoni "allenatori emotivi" per i figli. In realtà ci sono molti spunti interessanti e informazioni molto utili riguardo le varie fasi dell\'età evolutiva. Gottman divide schematicamente i genitori in quattro categorie: il genitore "censore", modello autoritario per intenderci; il genitore "noncurante", quello che si disinteressa delle emozioni del figlio; il genitore "lassista", che nonostante comprenda il figlio non offre indicazioni di comportamento né aiuta il figlio a risolvere il problema; il genitore "allenatore emotivo" che oltre a comprendere e a rispettare le paure e sentimenti del figlio riesce a porre dei limiti e aiuta a risolvere i problemi.

autore: John Gottam con Joan De Claire (tradotto da A. Di Gregorio e B. Lotti)

editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

I ragazzi felici di Summerhill

L'esperienza della scuola non repressiva più famosa al mondo

Quanta libertà è giusto concedere a un bambino, a un ragazzo? E quando la libertà si trasforma in licenza?

Summerhill è la scuola che Neill fondò in cui il principio inspiratore è un'educazione che non ha bisogno di ricorrere alla paura. Una scuola senza autorità dove le regole sono dettate da un'Assemblea Generale formata da alunni e insegnanti in cui il fondatore ha lo stesso potere di voto di un fanciullo.

Neill dimostra che la libertà funziona, che i bambini sono capaci di autoregolarsi qualora non abbiano già assorbito il sistema educativo violento e coercitivo delle scuole tradizionali.
Summerhill ha uno spirito comunitario e di autogoverno in anticipo sui tempi. Questo avviene perché la scuola stessa è un'isola:
Neill non si propone di cambiare la società, lui desidera solo che i suoi ragazzi siano felici. Quando un ragazzino arriva a Summerhill inizialmente è disorientato e approfitta di tutto quello che si pensa (sbagliando) sia "libertà", ovvero fare quello che si vuole. A Summerhill le lezioni sono facoltative, se un bambino non vuole imparare a leggere e a scrivere non lo fa, e non è giudicato ma viene trattato con rispetto. Eppure entro breve tempo (quasi) tutti frequentano le lezioni, rispettano la libertà degli altri e se questo non avviene, gli stessi bambini decidono la sanzione, nell'assemblea settimanale di autogoverno.

E' una bella utopia, un invito a riflettere sulla violenza e sulle ipocrisie del nostro sistema scolastico, una proposta di antiscuola inimitabile, perché molte scuole ispirate a quel modello scambiarono proprio libertà con licenza, l'errore più comune che proprio Neill stesso tendeva a sottolineare: libertà non è assenza di regole come molti credono, ma è autoregolazione. La comunità infatti si detta da sola le regole, spesso ferree e precise, improntate sul rispetto reciproco.

autore: Alexander S. Neill

editore: Red Edizioni