Giornata della Memoria. Ernst Lossa un bambino fra i Giusti

C’è un altro modo di affrontare con i giovani il Giorno della Memoria  ed è quello di indicare loro una pagina di storia non contenuta nei libri scolastici e spesso dimenticata, quella che riguarda la morte di persone malate o con disabilità mentali o fisiche o disturbi del comportamento tra i quali moltissimi bambini.

A Milano nell’area della montagnetta di San Siro è stata dedicata dal 2003 un’area verde al ricordo dei Giusti di tutto il mondo. Mentre il Giardino dello Yad Vashem di Gerusalemme ricorda i Giusti non ebrei che hanno salvato la vita a ebrei durante la Shoah, qui a Milano “vengono piantati ogni anno nuovi alberi per onorare gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati”. Oggi li chiameremmo eroi, ma in realtà sono storie normali di persone normali che hanno provato compassione nei confronti dei più deboli e hanno saputo dire no anche a rischio della propria vita.  Se i nostri ragazzi si avvicinassero alle loro storie riuscirebbero a capire che ognuno di noi, anche oggi, può sempre fare qualcosa per opporsi alla violenza, all’odio e all’ingiustizia.

 

 

Seduto insieme ai Giusti sarebbe bello vedere anche Ernst Lossa, un ragazzino zingaro ucciso a quattordici anni nella clinica di eliminazione alias ospedale psichiatrico  di Kaufbeuren in Baviera dove morirono 2000 persone secondo il programma  Aktion 14F13, quello che i medici tedeschi chiamarono “eutanasia selvaggia”.

Ma andiamo con ordine.

L’eliminazione dei disabili psichici e fisici o dei portatori di malattie ereditarie  era iniziata già nel 1939 (Programma: Aktion T4)  quando la propaganda nazista considerava le persone improduttive e inabili al lavoro indegne di vivere e un peso economico per la società. Sei le “cliniche della morte”: (Grafeneck, Bernburg, Sonnenstein, Hartheim, Brandenburg, Hadamar) nelle quali erano ricoverati i disabili che venivano uccisi nelle camere a gas da medici e infermieri che ritenevano di fare la cosa giusta per migliorare la nazione tedesca e il genere umano secondo quei principi dell’eugenetica che avevano portato anche alla sterilizzazione dei malati.  Una lettera standard indirizzata alla famiglia annunciava la morte per cause naturali e l’avvenuta cremazione per “ragioni sanitarie”. Morirono così 70.273 persone, quelle che Hitler definiva «involucri le cui vite sono indegne di essere vissute». Dal 1941 venne sospeso il programma ufficiale di eutanasia perché molti famigliari ormai rifiutavano di “consegnare” i loro congiunti disabili e si levò con forza l’opposizione della Chiesa. Ma non fu la fine di questo orrore, al suo posto ne iniziò uno peggiore: l’eutanasia selvaggia, che consisteva nella  spietata  eliminazione non solo di disabili ma anche  di persone con lievi disturbi della personalità, alcolizzati e ragazzi degli orfanotrofi  in perfetta salute.  Ecco dunque inserirsi in questo contesto la storia dell’ orfano Ernst Lossa.

Ernst nasce ad Augusta il 1 novembre 1929 in una famiglia di zingari madonnari, perduti i genitori (la madre morta di malattia, il padre in un lager) è rinchiuso in un orfanotrofio all’età di quattro anni. Le testimonianze parlano di un bambino estremamente intelligente e sensibile, capace di destreggiarsi all’interno di ogni situazione. Per poter sopravvivere impara a rubacchiare, ma riesce a distogliersi dalle cattiverie e dalla brutalità che lo circondano rifugiandosi nella propria immaginazione. È di buon cuore,  ma un impulsivo e ribelle secondo le suore che a 10 anni lo mandano al Riformatorio dove un medico del Kaiser Wilhelm Institute di Antropologia, Ereditarietà umana ed Eugenetica certifica che a causa della “sua ossessione a rubare”, “il suo portamento non eretto” e “il suo sguardo sempre in agguato” non può essere educato in un normale istituto. Il 20 aprile 1942 Lossa viene spedito nel reparto pediatrico del Kaufbeuren Institute dove Valentin Faltlhauser, psichiatra e direttore della clinica pratica l’eutanasia non più attraverso le camere a gas, ma attraverso la Dieta E secondo i dettami del nuovo programma nazista.  Si tratta di una vera e propria  “dieta da fame”, assolutamente priva di grassi, a base di  alcuni ortaggi e mele che in soli tre mesi si porta via i pazienti. Ernst riesce a resistere, è sveglio, ruba le mele per gli altri bambini ricoverati e soprattutto comprende subito che in quella clinica i pazienti vengono uccisi. Quella intuizione spinge la direzione ad affrettarne la morte: viene trasferito alla filiale di Irsee, il braccio della morte dove si può sopravvivere per 3 settimane al massimo. È da qui che provengono i racconti delle infermiere che parlano di un bambino irritabile, ma simpatico e sempre pronto a collaborare svolgendo piccole mansioni e procurando cibo ai più bisognosi. Proprio grazie all’amicizia degli infermieri, Ernst invece di morire entro pochi giorni riesce a sopravvivere qui un anno e mezzo. Nell’ultimo giorno della sua vita, Ernst Lossa lascia a un infermiere una sua foto con scritto «in memoria» e gli dice: «Spero di morire quando sei di turno tu, così mi metti bene nella bara». (Deposizione di un infermiere al 'processo ai dottori' del processo di Norimberga, 1946).  Viene ucciso da un’infermiera di nome Pauline Kneissler con un’iniezione di morfina-scopolamina il 9 agosto 1944. A lui viene detto che l’iniezione è contro la febbre tifoidea. L’infermiera nazista fu responsabile di almeno 200 soppressioni.

I medici che praticarono l’eutanasia di Stato più volte durante il Processo di Norimberga affermarono di aver dato ai loro pazienti “una morte per compassione”. Valentin Faltlhauser affermò: “In ogni caso ho agito non con l’intenzione di compiere un delitto, ma al contrario permeato dalla consapevolezza di agire in modo misericordioso verso questi esseri infelici, con l’intenzione di liberarli dalla loro sofferenza per la quale oggi non esiste salvezza con i mezzi a noi conosciuti e non esiste sollievo, quindi con la consapevolezza di agire come medico autentico e cosciente”. Fu responsabile dell’eugenizzazione di almeno 1.200 soggetti. Dopo la guerra fu condannato al carcere e poi amnistiato nel 1954.

Il film Nebbia in agosto diretto da Kai Wessel  è tratto dal libro di Robert Domes “Fog in the August” e racconta la storia di Ernst Lossa. Il 13 gennaio è uscito nelle sale italiane per aprire una finestra sull’Olocausto di 300.000 persone malate tra cui vanno annoverati moltissimi bambini. Quando il produttore Ulrich Limmer ricevette il libro raccontò: “La storia mi scosse a tal punto che non riuscii più a togliermela dalla testa, ogni volta che vedevo la foto di questo ragazzino, pensavo: questa storia deve essere raccontata. Era impossibile per me rinunciare a fare questo film. Lo consideravo un mio dovere verso di lui, che rappresentava così tante vittime… La sua storia è commovente, disturbante e vergognosa. In tempi in cui i diritti umani furono calpestati, lui seguì i suoi istinti di bambino. Di tutte le persone fu proprio un ragazzo accusato di essere immorale a salvare la moralità. In questa struttura psichiatrica iniziò a prendersi cura di coloro che avevano bisogno di aiuto ed erano ancora più deboli e senza speranza di quanto non fosse lui. Nel corso del tempo divenne sempre più una spina nel fianco della direzione della struttura e, alla fine, gli praticarono l’eutanasia – per usare l’espressione ufficiale dell’epoca – in altre parole, fu assassinato.”

“Meditate che questo è stato” (Primo Levi)

Per approfondimenti:

Trailer del film Nebbia in agosto: link

Spettacolo di Marco Paolini Asmerzen. Vite indegne di essere vissutelink

Documenti di archivio In Memoriam sullo sterminio delle persone disabili e dei bambini: Pdf

Per chi volesse informazioni sui Giardini dei Giusti e sulle iniziative della ONLUS Gariwo La foresta dei Giusti nelle scuole e nelle città, in Italia e nel mondo: link

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Libri di Marcello Bernardi

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L'avventura di crescere - una guida per i genitori di oggi

Dal risvolto di copertina:
"L'avventura di crescere, un libro che descrive lo sviluppo infantile a partire dalla nascita attraverso le tappe fondamentali: la scoperta del mondo, la conquista, gli altri, la famiglia, la scuola, l'adolescenza, l'appetito, il sonno, la paura, la violenza, la censura, la religione, il danaro, lo sport ...
Con la sensibilità di chi ha trascorso molto tempo a fianco dei genitori e dei bambini, Bernardi ci aiuta ad affrontare con responsabilità e coerenza, ma soprattutto con elasticità e apertura, tutte le tappe della crescita, ricordando che insieme al bambino anche il genitore cresce.
Un libro generoso e attento, scritto da un medico autorevole, amico dei genitori, fermamente convinto che alle sfide di oggi si possa rispondere puntando sull'educazione, la tolleranza e l'indipendenza del pensiero, rifiutando la violenza e il consumismo, fino alla difficile conquista della libertà".

Un libro di facile lettura, da leggere un pezzo alla volta a seconda delle necessità, o tutto di un fiato (ma sono quasi 500 pagine!). Scritto in un linguaggio accessibile a tutti, molto pratico, rassicurante e anche divertente.
Perchè crescere è una grande avventura, non solo per il bambino, ma anche per il genitore che attraversa con lui territori inesplorati.

Un brano tratto dal libro, sul "valore dell'ostacolo"

La "guerra di indipendenza" del bambino non ha soste. Egli si impegna di continuo a fare da sé, nel mangiare, nel vestirsi e nello spogliarsi, nell'igiene della persona, e non perde occasione per dimostrare che non ha più bisogno di nessuno. Qualche volta, anzi molto spesso, va oltre i limiti dell'opportunità e della prudenza. Allora scattano i provvedimenti restrittivi, le limitazioni, i divieti, gli impedimenti posti dai genitori, e lui, il bambino, può andare su tutte le furie e abbandonarsi a quella serie di reazioni esplosive che abbiamo visto prima. Direi che non è un male, se i genitori ce la fanno a mantenere la calma. Le proibizioni, le frustrazioni in generale, oltre alla tutela dell'integrità personale del bambino, hanno una doppia specifica funzione: quella di fornire al bambino l\'esperienza di un ostacolo cui far fronte, e quella di fargli capire che si può anche perdere una battaglia senza per questo rinunciare alla guerra. Mi direte che all'età di due anni queste cose non si possono imparare. Certo, non impararle nel senso che diamo noi a questa parola, ma si possono "sentire" e accumulare dentro di sè come preziosa esperienza. Un ragazzino che le abbia sempre tutte vinte, che non trovi mai nessuno che gli dica di no, che viva tra persone terrorizzate dalla possibilità della sua protesta, probabilmente crescerà con una personalità piuttosto fragile e disarmata. A combattere si impara presto, o non si impara mai.

Tuttavia, in questo come in ogni altro campo, conviene stare molto attenti a non esagerare. Ho detto che le frustrazioni e le proibizioni, fra l'altro spesso inevitabili, costituiscono un'utile esperienza, ma se un ragazzino subisce decine di proibizioni al giorno, se si sente dire di non fare questo e quello ogni volta che si muove, se è costantemente bersagliato da una pioggia di "no", allora delle due l'una: o si rassegna a subire tutto, a rinunciare a tutto, a sottomettersi a tutto, e andrà incontro a una vita grama di gregario, di suddito, di servo o di padrone e di "caporale", che è la stessa cosa; oppure deciderà che i divieti non hanno alcun valore e rappresentano soltanto una fastidiosa e molesta intrusione, in presenza della quale è meglio far finta di niente e comportarsi da ciechi e sordi.

Occorre dunque, da parte dei genitori, un adamantino autocontrollo. Occorre dare delle proibizioni soltanto quando servono davvero, quindi molto di rado, e occorre che le proibizioni siano sensate e coerenti. E comunque civili e rispettose. Solo in questo caso sono utili. Solo in questo caso aiutano il bambino a crescere come uomo e non, diceva Totò, come caporale.

A conclusione di questo capitoletto, potremmo dire che nel secondo anno di vita del bambino il suo mestiere è quello di dire di no il più spesso possibile, il mestiere dei genitori è quello di dire di no il meno possibile. Paradosso? Non tanto. La parola NO, come si è detto e ripetuto, è per il bambino affermazione di se stesso e della propria indipendenza. Ma non è solo questo. È anche resistere alle pressioni e alle seduzioni dell'ambiente, del costume e della moda, è anche coraggio di mettere in discussione il potere, è anche capacità di scorgere una "seconda dimensione" delle cose e quindi un passo avanti per conquistare una seconda dimensione di se stesso. È un\'avanzata trionfale verso il consolidamento della propria dignità di uomo. Speriamo che il nostro piccolo combattente conservi dentro di sè per sempre la facoltà di dire di no. Certo, nel futuro sarà un "no" diverso da quello che scaglia ora contro i genitori, sarà un "no culturale", un "no" all'ingiustizia, alla sopraffazione e all'egoismo. Non sarà più soltanto opposizione e provocazione, sarà spirito di civiltà e libertà.

autore: Marcello Bernardi

editore: Fabbri Editore

Mi fido di te

Attenzione! La lettura di "Mi fido di te" di Gea Scancarello può causare smodati accessi di entusiasmo in chi da sempre segue con interesse gli stili di vita sostenibili e l'affermarsi dell'idea che un mondo diverso, non dominato dall'economia e dal denaro sia possibile. Perché in questo saggio il mondo dell'economia collaborativa non è solo immaginato, auspicato o sognato, ma è il mondo reale e concreto in cui si muove l'autrice nella sua vita di oni giorno. 

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