Tra il dire e il fare, c'è di mezzo la piscina

Siamo anche noi forse gli stessi genitori che ha incontrato Michele Palazzetti, quelli che si trovano di fronte  ad un giovane.  Gli parliamo, senza spiegare. Ecco un’altra storia di vita quotidiana questa volta all’interno dell’ ”oscuro” mondo adolescenziale.

  

 

 

La sacca e il muso li trascina lunghi. Struscia le scarpe a suola gommata spessa. Quel tanto che basta a far stridere i nervi del genitore. Che lo aspetta da un pezzo dopo la gara, lo guarda e sforzandosi di non infierire sullo sconfitto gli dispensa un bacio, un amorevole buffetto che va liscio (il ragazzo è lesto a mettere la testa, brufoli compresi, fuori tiro) e una perla di saggezza:

“Non eri concentrato”.

 

L’adolescente solleva gli occhi da terra come una piattaforma di razzi terra-aria. Li riabbassa, ma il genitore ha visto e sta in allarme rosso:

 

“Non è mica un novità. Lo sai, ti devi concentrare”.

 

Se in quel preciso istante, il giovane atleta riuscisse a non farsi rapire della frustrazione e dalla rabbia e risfoderando l’aria angelica di quand’era piccolino chiedesse dritto dritto:

“Me la fai la faccia di uno concentrato?”, allora avrebbe vittoria secca a tavolino.

 

Perché, diciamocelo, chi gliel’ha mai spiegato che caspita sia la concentrazione e come si ottenga? Non solo. Chi, tra gli adulti che gli chiedono concentrazione, sa esattamente che cosa sia?

Ho provato a chiederlo a molti genitori.

Qualcuno, stringendo vigorosamente il pugno, m’ha detto:

“La capacità di stare sull’obiettivo”. “Di fare al meglio qualcosa”, ha aggiunto qualcun altro, mentre faceva gli occhi stretti, come a mirare e serrava la punta del pollice con quella dell’indice della stessa mano. “E’ la capacità di non distrarsi”, provano altri ancora, con una figura retorica che poco aiuta a dirimere la questione.

 

E intanto, nella vacanza di significati chiari e di metodi applicabili, i nostri figli rischiano di sentire l’effetto di un fuoco amico che li mitraglia come “inadatti”.

Perché il succo è questo: se non ritengono di dovermi spiegare è perché dovrei già sapere; la concentrazione che mi chiedono la dovrei avere dentro; non ce l’ho; non vado bene.

 

In genere, a questo punto, un buon numero di genitori mi guarda come un clochard guarderebbe il giudice che lo accusasse di falso in bilancio: “Io? Ma che ho fatto?”

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L'ombra del vento

"Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all'oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro "maledetto" che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell'anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra."

Un'ottima opera prima, di questo scrittore che finora si era cimentato solo nella narrativa per bambini; un libro che, uscito in sordina, è diventato un best-seller grazie al passaparola dei lettori. Un romanzo a tratti inquietante, che mescola mistero, Storia e vita vissuta; e che ha, soprattutto, un grande pregio: è sempre coerente alla trama e ai riferimenti. Ogni rimando, ogni indizio, alla fine trova una sua collocazione, ogni mistero ha una spiegazione, ogni rapporto una sua conclusione. Bellissime le descrizioni di una Barcellona cupa, invernale e lontana dall'idea che si può avere di questa città, vittima di un triste dopoguerra ed un ancor più triste strascico del regime. Ancor più belle, seppur drammatiche alcune, le descrizioni delle coppie: coppie di padri e figli, coppie di amici, coppie di fidanzati, e degli intrecci che li legano.

Da leggere d'un fiato, e rileggere con calma una seconda volta.

autore: Carlos Ruiz Zafon

editore: Mondadori

Oggi a scuola è arrivato un nuovo amico

"Parlano russo, indiano, swaili o spagnolo. Sono confusi ed intimoriti, a volte sono introversi e persi nel loro mondo, a volte sono inquieti ed irrequieti. Hanno sei anni e ne dimostrano quattro, emotivamente poi sembrano ancor più piccoli. A sette e otto anni non hanno idea di quel che sia una scuola, un libro... Sono i figli dell'adozione internazionale.

Nella loro vita ci sono due madri, due famiglie, possono avere un passato segnato da traumi, possono aver vissuto per anni in un istituto, possono aver viaggiato da un continente all'altro, hanno sempre viaggiato o da un prima ad un dopo, molto diversi tra loro, per avere una famiglia stabile e serena.

Arrivano in classe con le loro lingue, le loro culture, i tradimenti degli adulti, il loro aver trovato una famiglia attraverso l'adozione. Arrivano in classe con i nuovi genitori, genitori a volte stanchi, ansiosi, desiderosi di trovare nelle insegnanti delle alleate che li aiutino nei primi bellissimi e faticosissimi mesi di formazione di una nuova famiglia.

Raramente gli operatori della scuola conoscono le realtà, le storie dei bambini, le procedure, le vicissitudini burocratiche, le attese e le avventure dei genitori adottivi. A volte sembra che manchino i canali per parlarsi e che scuola e famiglia siano due mondi che non riescono a raggiungersi.

La scuola accogliendo in sé - attraverso i bambini - le moltissime istanze del sociale, può oggi farsi promotrice di una cultura della convivenza civi­le dove ogni differenza trovi modo di esprimersi per quanto ha di ricco, nuovo, stimolante per tutti noi. È per questo che desideriamo creare un'alleanza tra genitori e maestre, un'alleanza dentro cui i bambini cresceranno serenamente, i genitori si sentiranno sostenuti e le insegnanti vedranno riconosciute al meglio le proprie capacità."

autore: Anna Guerrieri, M. Linda Odorisio

editore: Armando Editore

Io sono Malala. La mia battaglia per la libertà e l'istruzione delle donne

Malala Yousafzai è una ragazza nata in Pakistan nella valle dello Swat. Nel libro descrive con orgoglio la bellezza della sua terra: la natura meravigliosa, la bellezza delle montagne e delle sue acque; racconta con sguardo attento anche la storia del suo paese e del suo popolo: i Pashtun, suddivisi in varie tribù sparse nel Pakistan e nell’Afghanistan dove l’ospitalità e l’onore sono i valori fondamentali. Malala ci racconta della sua famiglia, di suo padre e di sua madre che si sono sposati per amore e non attraverso un accordo stipulato dalle rispettive famiglie.

Il padre, in particolare, figlio di un Imam insegnante di teologia, è un padre diverso dagli altri che usano violenza contro le loro mogli. Suo padre condivide ogni scelta di vita con la propria moglie. Anche il nome Malala fu scelto da lui perché era il nome di un’eroina afghana che nel 1880 incitò le truppe del suo paese che stavano per essere sconfitte dall’esercito inglese: innalzò una bandiera afghana, venne uccisa, ma il suo coraggio servì a vincere una sanguinosa battaglia.

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