Un'italiana tra Parigi e Panama

Oggi per Espatriando si Impara incontriamo Anna, blogger di 50 sfumature di mamma, che è espatriata in Francia alcuni anni fa quando aspettava la prima figlia ed in seguito a Panama dove risiede al momento. 

Anna grazie per questo scambio, quale di questo tre paesi Italia, Francia e Panama consideri oggi la tua casa e perché?

 È difficile rispondere e di questo ho parlato e parlo tante volte. Ho sempre pensato che casa fosse - e sia - dove sono le persone che ami. Quindi in primis la mia famiglia, che in questo momento si trova a Panama, ma ci sono anche mia mamma e mio fratello, che si trovano in Italia, dove si trovano anche tanti altri amici. E infine c’è Parigi, dove ho lasciato i miei più grandi affetti, quelli che mi sono stati vicini nei momenti più duri. Credo però che se dovessi scegliere direi senza dubbio Parigi, perché è lì che sono nate e cresciute le mie figlie e perché è lì che torneremo presto.

 

Come hai vissuto il vostro primo trasferimento a Parigi? Tu e la tua famiglia vi siete subito sentiti accolti o avete avuto qualche iniziale difficoltà di inserimento?

Parigi è stata una scelta, volevamo andarci. Eravamo giovani e di belle speranze ma è stata comunque dura. I francesi sono molto diversi dagli italiani, meno sorridenti e più polemici, ma devo ammettere che stare con loro tutti questi anni mi ha insegnato molto, soprattutto a dare maggior valore a me stessa e a pretendere sempre, senza mai rinunciare. La burocrazia francese può essere scioccante, per noi, ma poi ci si abitua e io sinceramente non posso più farne a meno!

 

Vista da qui la Francia sembra offrire maggiori possibilità di conciliare lavoro e famiglia per una donna.  È davvero così? Ti va di parlarcene?  

Diciamo che uomini e donne hanno lo stesso valore, e questo per una società è sicuramente un bene. Peccato che vengano chiesti ad entrambi ritmi esagerati: le donne tornano a lavorare molto presto (10 settimane totali di congedo, tra prima e dopo il parto), il part time a Parigi è molto poco diffuso (ancor meno come lo intendiamo noi) e ogni famiglia è obbligata ad assumere una tata che si occupi almeno dell’uscita da scuola, perché nessuno riesce ad essere a casa in tempo. Lo stato però supporta almeno economicamente: assumere una persona prevede interessanti sgravi fiscali e spesso più figli si fanno e meno tasse si pagano (gli stipendi non sono, per ora, tassati alla fonte). Diciamo che c’è più parità, gli uomini hanno un ruolo fondamentale, ma i ritmi sono devastanti, molto più che in Italia.

                                                   

Le tue figlie sono bilingui, è stata una scelta difficile da portare avanti? Che lingua parlate in famiglia? E in quale vi sorprendete a pensare?

 È stata una scelta naturale, in casa abbiamo sempre parlato italiano ma essendo loro nate in Francia hanno fin da subito parlato anche francese. Non ci sono stati mai problemi e adesso hanno anche inserito la terza lingua, lo spagnolo. I bambini imparano molto velocemente! A me capita di pensare in spagnolo, adesso, come mi capitava prima in francese, ma la mia lingua resta l’italiano! Credo dipenda molto dalle persone e da quanto sono dotate per le lingue. Ne conosco che vivono a Parigi da una vita e hanno un vocabolario scarsissimo e un pessimo accento, mentre altre arrivate da pochissimo sembrano vivere lì da una vita. Io e mio marito siamo piuttosto portati, parliamo diverse lingue e credo che le bambine, se non per genetica, abbiano comunque assorbito qualcosa da noi!

 

 Una volta arrivate a Panama come è stato gestito l’inserimento a scuola, non parlando le tue figlie lo spagnolo?

Abbiamo scelto la scuola francese, un istituto riconosciuto dallo Stato francese e quindi praticamente pubblico, dato che tra poco rientreremo a Parigi. Metà del tempo è in spagnolo, ma si sono adattate molto facilmente, essendo già bilingue credo che sia più facile apprendere un’altra lingua.

 

Ci sono cose che hai capito o visto meglio dell’Italia vivendo lontana? 

Non so perché, ma sul lavoro ho visto che noi italiani siamo davvero avanti. È vera quella cosa che si dice che purtroppo ci perdiamo col resto: quando lavoravo a Parigi e guidavo un’équipe italiana, non c’era paragone tra noi e le francesi, le spagnole, persino le tedesche e le inglesi, eravamo più performanti, più attente, più sensibili, più creative, meno lamentose. Da quel momento ho iniziato a guardare gli italiani sotto una luce diversa e sì, sono convinta che abbiano (abbiamo) una marcia in più.

 

Affetti a parte c’è qualcosa che ti manca del bel paese?

Il clima, anche se si dice che non esistono più le mezze stagioni vi inviterei a vivere un solo anno a Parigi o a Panama per capire che le mezze stagioni esistono ancora, eccome! E poi i suoi mille paesaggi, il cibo, i localini, l’atmosfera, la gente. Amo infinitamente l’Italia!

 

Viceversa c’è qualcosa che importeresti in Italia dai paesi in cui hai vissuto?

La capacità di lamentarsi dei francesi, e di protestare sempre per tutto. Sicuramente loro esagerano, ma almeno sanno farsi valere. Noi, purtroppo… Dei latini prenderei invece il lasciar vivere: qui non si giudica, non si spettegola, non si mette fretta. Qui si vive! Certo anche troppo...

 

C’è una domanda che non ti abbiamo fatto e alla quale vorresti rispondere?

Se tornerei mai in Italia :) E non so cosa rispondere, anche se è una domanda che mi viene fatta spesso. Amo l’Italia ma oggi non saprei dove andare. Mia mamma vive a Prato, noi abbiamo casa a Milano, dove vive mia suocera… ma le bambine hanno le loro radici a Parigi, portarle in Italia sarebbe come affrontare un altro espatrio. No, per ora non mi vedo in Italia, ma chissà, un giorno forse sì. Di sicuro non smetterò mai di vedere il mio paese come il più bello al mondo. 

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"Parlano russo, indiano, swaili o spagnolo. Sono confusi ed intimoriti, a volte sono introversi e persi nel loro mondo, a volte sono inquieti ed irrequieti. Hanno sei anni e ne dimostrano quattro, emotivamente poi sembrano ancor più piccoli. A sette e otto anni non hanno idea di quel che sia una scuola, un libro... Sono i figli dell'adozione internazionale.

Nella loro vita ci sono due madri, due famiglie, possono avere un passato segnato da traumi, possono aver vissuto per anni in un istituto, possono aver viaggiato da un continente all'altro, hanno sempre viaggiato o da un prima ad un dopo, molto diversi tra loro, per avere una famiglia stabile e serena.

Arrivano in classe con le loro lingue, le loro culture, i tradimenti degli adulti, il loro aver trovato una famiglia attraverso l'adozione. Arrivano in classe con i nuovi genitori, genitori a volte stanchi, ansiosi, desiderosi di trovare nelle insegnanti delle alleate che li aiutino nei primi bellissimi e faticosissimi mesi di formazione di una nuova famiglia.

Raramente gli operatori della scuola conoscono le realtà, le storie dei bambini, le procedure, le vicissitudini burocratiche, le attese e le avventure dei genitori adottivi. A volte sembra che manchino i canali per parlarsi e che scuola e famiglia siano due mondi che non riescono a raggiungersi.

La scuola accogliendo in sé - attraverso i bambini - le moltissime istanze del sociale, può oggi farsi promotrice di una cultura della convivenza civi­le dove ogni differenza trovi modo di esprimersi per quanto ha di ricco, nuovo, stimolante per tutti noi. È per questo che desideriamo creare un'alleanza tra genitori e maestre, un'alleanza dentro cui i bambini cresceranno serenamente, i genitori si sentiranno sostenuti e le insegnanti vedranno riconosciute al meglio le proprie capacità."

autore: Anna Guerrieri, M. Linda Odorisio

editore: Armando Editore

Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Con molto humour Jeanne Van den Brouck, pseudonimo dietro il quale si nasconde una psicoanalista parigina, cerca tutte le situazioni familiari in cui possono incappare i bambini di ogni età, attraverso le quali essi devono costruire la propria personalità e “educare” i loro genitori difficili.

Un estratto:
In breve bisogna aiutare quanto più si può la maturazione dei genitori; in caso contrario saranno soltanto dei “grandi” sempre più decrepiti ma non diventeranno mai adulti. Sembra siano i figli adolescenti quelli che si accollano più volentieri questa parte del lavoro educativo. Si tratta essenzialmente di scuotere le strutture sclerotiche nelle quali i genitori tendono a rinchiudersi appena cessano di venir stimolati. Per permettere ai genitori di conservare l’agilità necessaria, il figlio diventa allora fonte di difficoltà permanenti a tutti i livelli: affettivo, morale, intellettuale, materiale. Il lavoro è enorme, spossante e impegna tutta l’energia del figlio. In molti casi si rivela anche deludente: spesso i genitori non si rendono conto degli sforzi compiuti per loro e non mostrano alcuna riconoscenza. A volte si ribellano, o reagiscono con atteggiamenti quasi paranoici. Soltanto i figli pronti a pagare di persona dovranno dunque intraprendere un lavoro tanto ingrato.

autore: Jeanne Van den Brouck (tradotto da A. Vittorini)

editore: Cortina Raffaello