Cuore di Zuppa. Sportello Ascolto

Oggi intervistiamo le Dott.sse Veronica Molla e Francesca Maisano psicologhe dell'infanzia, che grazie al progetto “Diffondere consapevolezza, conoscenza di contenuti e promozione di equilibrati stili di vita e corrette abitudini alimentari in età pediatrica”  offrono un servizio di assistenza psicologica, sulle abitudini alimentari nell’infanzia e nell’adolescenza, online attraverso la chat del sito http://www.cuoredizuppa.it, rivolto alle famiglie e ai docenti.

Come funziona e a chi si rivolge il vostro servizio gratuito?

Il nostro servizio si avvale di una chat online disponibile tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 16:30 alle 18:30. In queste due ore, genitori, insegnanti e adulti che abbiano bisogno di chiarimenti sull’alimentazione dei minori, possono dialogare e confrontarsi con noi psicologhe; entrambe siamo esperte di psicologia dell’infanzia con particolare riferimento a problematiche connesse all’alimentazione e al corretto stile di vita. È inoltre sempre possibile mandare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. dove rispondiamo alle domande/richieste entro 48 ore.

 

Qual è l’età media delle persone che si rivolge a voi?

Al servizio si rivolgono prevalentemente genitori, insegnanti e nonni.

 

Riscontrate la prevalenza di qualche quesito o dubbio, rispetto ad altri?

Le domande più frequenti sono relative ad un'alimentazione selettiva o ridotta, con alcune restrizioni dell'alimentazione o una non corretta assunzione di tutti i nutrimenti.

 

Facciamo una brevissima panoramica: quali sono le forme principali di disturbi del comportamento alimentare?

I principali disturbi del comportamento alimentare sono l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa; altri disturbi sono il disturbo da alimentazione incontrollata e i cosiddetti disturbi alimentari non altrimenti specificati (NAS), categoria utilizzata per quei pazienti che, pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

Nei bambini piccoli è possibile diagnosticare altre forme di disturbi come l'inappetenza o l’anoressia addirittura. Molto critica è la fase dello svezzamento. Rispetto a sapori e odori sconosciuti, i bambini possono sviluppare avversioni elettive, oppure particolari predilezioni con conseguente selettività alimentare. Altri disturbi possibili, il cui nome da solo dice tutto e legati a particolari stati pisco-emotivi che è nostro compito indagare, sono la fobia del cibo, l’alimentazione restrittiva, la sindrome da rifiuto pervasivo, l’iperalimentazione compulsiva, la potomania che consiste nell’assunzione eccessiva di liquidi oppure ancora, la pica che implica l’ingestione di qualsiasi tipo di sostanza al di là del normale periodo che va dai 4 ai 9-10 mesi e la ruminazione.

 

Esiste una tipologia di persone maggiormente colpite?

L'età di insorgenza può collocarsi in concomitanza dello svezzamento fino alla maggiore età, nonché negli adulti. Se prima vi era un'incidenza maggiore della popolazione femminile, oggi anche i maschi sono colpiti in egual modo.

 

Con che frequenza le persone che vi chiamano hanno poi bisogno di un intervento di cura?

L'intervento di cura di solito avviene con una frequenza del 70% per un inquadramento più specifico e un intervento mirato.

 

Quali sono i possibili segnali all'esordio di un disturbo del comportamento alimentare che devono mettere in allarme noi genitori? E come dovremmo comportarci di fronte ad un dubbio del genere?

 

I segnali di esordio di un disturbo alimentare si collocano nell'arco di un tempo definito e che si protrae. In generale, senza alcun altro fattore che concorre, tre mesi sono sufficienti per richiedere un intervento di specialisti per un approfondimento della situazione specifica. 

 

Perché ci si ammala di un disturbo del comportamento alimentare?

Nella contemporaneità, il disturbo alimentare, quando si manifesta, rappresenta il sintomo di un disagio interiore, il segnale di un malessere che appartiene alla persona che lo manifesta. Potrebbe essere inteso come una sorta di messaggio inviato all’altro, soprattutto se a manifestarlo è un bambino. Un appello all’altro, solitamente il genitore, a cui viene rivolta una domanda e dove il cibo rappresenta il mezzo attraverso cui sfogare ed esibire il disagio. Gli studiosi sono concordi nel ritenere che l’insorgenza dei disturbi dell’alimentazione si possa spiegare attraverso un modello multifattoriale, che non preveda quindi una sola causa scatenante. Ci sono alcuni fattori predisponenti come la presenza di familiari che soffrono o hanno sofferto di un disturbo alimentare, una bassa autostima .. etc. ma non cause in senso stretto.

 

È possibile prevenire in qualche modo l’esordio della malattia?

In realtà è molto difficile poter prevenire un disturbo dell’alimentazione. Come per tutti i problemi di dipendenza sarebbe utile monitorare l’eventuale presenza di situazioni di stress, traumi o momenti e periodi prolungati di “fatica”, che potrebbero provocare, in chi subisce questa condizione, l’esordio di qualche malessere. In particolare verso la pre-adolescenza e l’adolescenza sarebbe utile che i genitori mantenessero alta l’attenzione. Essenziale per una prognosi positiva della malattia è l’intervento tempestivo nel momento stesso in cui si percepisce la presenza di un disturbo o problematica alimentare.

 

Cosa suggerite di osservare, o di tenere sotto controllo, se ci rendiamo conto che nostro figlio ha modificato drasticamente la propria alimentazione?

Sarebbe opportuno, innanzitutto, capire se sono avvenute modificazioni nella routine quotidiana che abbiano potuto destabilizzare il bambino. Succede spesso, infatti, che una frase o un commento brutto fatto dai compagni di classe o da amici, possa ferire il bambino che, non sapendo come reagire, sposta sul cibo il malessere e la difficoltà che in quel momento sta incontrando. Compito del genitore è mostrarsi attento e recettivo a questo tipo di messaggi, invitandolo a parlare e facendosi raccontare quanto successo. In questi casi sarebbe opportuno che il genitore offrisse la possibilità di uno spazio di dialogo con uno specialista, spiegando al bambino che in questo modo avrà modo di sfogarsi e confrontarsi con un esperto a proposito di quanto sta succedendo.

 

Che cosa chiedere/dire a una figlia o a un figlio in difficoltà?

Il consiglio che viene dato è sempre quello di porsi “alla giusta distanza”, essendo non troppo assillanti né troppo menefreghisti. I genitori che riempiono di domande il figlio che ha iniziato a modificare il proprio stile alimentare non farà altro che obbligare il figlio a chiudersi a riccio, ammutolendolo. Allo stesso modo, non manifestando interesse, il figlio si sentirà abbandonato e, dunque, ancora più solo e desideroso di cambiare e “cambiarsi”. La condizione ideale è quella che prevede la presenza costante e supportiva di genitori che possano avere un dialogo con i propri figli relativo alla quotidianità; nel caso in cui ciò risultasse difficoltoso sarebbe opportuno consigliare al figlio in difficoltà di rivolgersi ad uno specialista per far sì che possa avere uno spazio tutto suo di confronto e sfogo, con una persona esperta e “terza”, che possa essere di supporto alla nuova, ma non funzionale, condizione. Sarebbe utile che anche i genitori iniziassero un percorso individuale, in modo da mettersi in gioco e arrivare a comprendere meglio la problematica che presenta il figlio.

 

Come bisogna comportarsi a tavola in presenza di una persona che soffre di un problema alimentare?

Quello che si consiglia è di non calcare troppo la mano, anche e soprattutto con l’uso delle parole, nel momento in cui ci si trova a tavola con una persona che presenta un disturbo legato all’alimentazione. Il momento conviviale, seppur condizionato da questa stessa persona, dovrebbe svolgersi normalmente senza rimarcare in modo puntuale e pungente le difficoltà che vengono manifestate e le differenze rispetto al passato. Chi presenta un disturbo dell’alimentazione vive il momento del pasto come una “tortura”, è nervoso e irritabile per cui basta poco per rendere la tavola un momento davvero pesante. Utile in questo caso consigliare a chi manifesta disagio con il cibo la consulenza di un dietista/nutrizionista e, se necessario, anche un supporto psicologico/psichiatrico.

 

A chi e dove possiamo rivolgerci per chiedere aiuto e che tipo di aiuto possiamo trovare?

La chat di “Cuore di zuppa” è un ottimo strumento a cui rivolgersi per poter confrontarsi con delle esperte che, dopo aver fissato un colloquio in ambulatorio, potranno stabilire la presenza o meno di una seria problematica alimentare e, in quel caso, potranno indirizzare la persona ad un centro specializzato nella cura dei disturbi dell’alimentazione. A Milano sono molti i centri e le strutture, private o pubbliche, che si occupano di queste problematiche e che hanno al loro interno uno staff multidisciplinare che potrà seguire nel miglior modo possibile il paziente. È importante che chi dubita circa la presenza o meno di un disturbo dell’alimentazione (personale o di altri) si rivolga da subito a degli esperti.

 

C’è una domanda che non vi abbiamo fatto e alla quale avreste voluto rispondere?

Mi pare che le domande siano state molto complete ed esaustive. Vorremmo solo invitare i genitori a non sottovalutare i piccoli problemi quotidiani e soprattutto a non esitare a rivolgersi a noi anche solo per un consiglio.

 

 

“Diffondere consapevolezza, conoscenza di contenuti e promozione di equilibrati stili di vita e corrette abitudini alimentari in età pediatrica” è il progetto co-finanziato con fondi ex L. 285/97 nell’ambito del VI Piano Infanzia e Adolescenza del Comune di Milano

Le azioni sono supportate e promosse dall’Ufficio Scolastico per la Lombardia – a.t. Milano e dall’ASST Fatebenefratelli Sacco – Casa Pediatrica.

L’iniziativa rientra nella campagna “Mi fa bene” emanata dal Settore delle Politiche Sociali.

Tutte le iniziative sono illustrate nel sito web www.cuoredizuppa.it

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”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA

Flicts

Flicts è un colore triste e solitario perché nessuna cosa intorno ha quel colore e nessuno vuole giocare con lui. Flicts non è rosso, non è giallo, non è verde, non è blu. Il sole è giallo, il cielo è azzurro, i fiori sono rossi, arancioni, rosa. Ma niente è flicts. Nessun colore lo invita a fare il girotondo, tutti hanno da fare quando lui li cerca. Finché non scopre che .... la luna è flicts. Pochi hanno visto il vero colore del suolo lunare, ma Armstrong, il primo astronauta che ha messo piede sul nostro satellite, garantisce che la luna ha quel colore, con tanto di autografo. 

Un librino bello, colorato. Flicts in realtà è una specie di ocra, colore forse "normale" per noi, ma ogni bimbo in realtà si sente un po' flicts, a volte. Vorrebbe essere uguale agli altri e invece è diverso. Le chiavi di lettura sono tante e secondo me ha una poeticità semplice ma commovente.

Alves Pinto Ziraldo è tra i più conosciuti autori per l'infanzia in lingua portoghese.

Consigliato per l'età prescolare. 

autore: Alves Pinto Ziraldo

editore: Editori Riuniti

Dov'é la mia mamma?

"Ho perso la mamma!" esclama la scimmietta che si è perduta nella foresta.

"Dai, piccolino, su con la vita" dice alla scimmia la farfalla Rita. "Ti aiuto a cercarla...".

Ma Rita continua a sbagliarsi e - chissà perché - invece di mamma scimmia trova elefanti, rane, pappagalli, serpenti...

La storia, rilassante, è tutta in rima ed è divertente, oltre che didattico, scoprire che la Rita continua a sbagliarsi perchè non sapeva di dover cercare un animale somigliante alla scimmietta... dopotutto i suoi bambini, i bruchi, non sono uguali a lei, una farfalla!
Dolcissimi l'ultimo errore di Rita (trova il papà) e il ritrovo della mamma.

Per bambini di 2-5 anni.

autore: Julia Donaldson, Alex Scheffler

editore: Emme Edizioni