Diario di viaggio di una mamma italiana in Germania

Oggi per Espatriando s'impara incontriamo Lara, blogger di Intanto in Tedeschia, che nel 2014 si è trasferita a Monaco di Baviera insieme al marito ed il figlio di 6 mesi, nonostante due lavori “sicuri” ed una bella casa.

 

 

In Italia tu e tuo marito avevate un buon lavoro e una casa di proprietà, qual è stata la molla che ha fatto scattare in voi il desiderio di andare a vivere all’estero?

Molti pensano agli studenti che si muovono all’estero dopo aver concluso gli studi, in realtà una grossa fetta di emigrati italiani è fatta di famiglie. Dopo essere diventati genitori abbiamo preso coscienza che l’Italia non ha più nulla da offrire a nostro figlio. Dopo la sua nascita ci siamo rivolti all’ufficio contabilità per gli assegni familiari e ci hanno offerto ben 20 centesimi al mese, un contributo davvero ridicolo. L’Italia, a mio avviso, in questo momento storico non è un paese per avere dei figli, la politica è molto distante dalle problematiche dei cittadini. Aspettavamo solo l’occasione giusta e quando si è presentata l’abbiamo colta al volo.

 

Che cosa vuol dire crescere un figlio lontano dai propri affetti?

Hai toccato un tasto dolente. La famiglia mi è mancata molto e ancora mi manca. Mettiamola così, c’è anche un aspetto positivo. Crescere un figlio all’estero significa anche assumersi tutte le responsabilità nel bene e nel male. Ad oggi io e mio marito non dobbiamo “ringraziare nessuno” e della sua educazione ce ne occupiamo esclusivamente noi, nessuno ci ha giudicati o dato consigli, nessuno si è intromesso nel nostro equilibrio. Se vogliamo questi sono aspetti positivi.

 

In Italia i nonni svolgono anche un ruolo di aiuto per figli neo genitori, è una cosa frequente anche in Germania o funziona diversamente?

Si funziona diversamente perché qui i figli si fanno molto prima, è infatti facile incontrare neo mamme di 25 anni ad esempio. In generale quando nascono i nipoti, i nonni tedeschi stanno ancora lavorando a pieno regime e di sicuro non lasciano il lavoro per i nipoti. I nonni tedeschi supportano ma non si fanno carico dei nipoti come invece avviene spesso in Italia, dove l’educazione dei figli a volte è demandata ai nonni con tutte le conseguenze. Per essere più esplicita, qui fuori dalle scuole ci sono i genitori che aspettano i figli, raramente i nonni. Così come nei parchi di solito i nonni fanno ginnastica e i bambini sono con i genitori.

 

Molto spesso all’estero le mamme italiane sono viste come iperprotettive, come vedi le mamme tedesche?

Le mamme tedesche sono molto più rilassate di noi, fanno più figli e hanno più fiducia nella comunità. Sono meno paranoiche, cucinano meno e tendono a stare più tempo fuori casa coi propri figli. Riassumo con una frase: difficilmente vedrete una madre tedesca che stira i pantaloni dei propri figli e sinceramente ho smesso di stirarli anch’io!

 

È vero che i bambini tedeschi vanno a letto molto prima dei bambini italiani?

Si in linea di massima è vero. Ad esempio mio figlio ha tre anni e mezzo e i rituali per la nanna iniziano alle 19:30  e al massimo per le 20 è a letto. Lo abbiamo abituato ai ritmi tedeschi e devo dire che è molto meglio anche per noi come coppia, abbiamo il tempo per stare insieme e fare quello che ci piace. Se usciamo a cena con amici andiamo al ristorante alle 18:30 così non si fa tardi. In ogni caso, le aree dedicate ai bambini nei ristoranti chiudono alle 20, e di bambini in giro dopo quell’ora non se ne vedono.

 

Per te integrazione è parlare tutti la stessa lingua, che cosa significa? Vuoi raccontarci cosa stai facendo per imparare il tedesco?

L’integrazione è un percorso molto lungo che parte dallo studio della lingua, purtroppo non ci sono scorciatoie, soprattutto per un genitore. I colloqui con gli insegnanti ad esempio sono molto importanti per la carriera scolastica dei propri figli. Io ho scelto di frequentare gli Integrationskurs, vale a dire i corsi di tedesco per immigrati per lo più finanziati dalla regione. Devo dire che frequentare un ambiente così multiculturale è stata un’esperienza molto positiva. Ad oggi continuo a studiare nella stessa VolksHochschule il livello B2. Non chiedermi quando finirò di studiare perché davvero non ne ho idea, per me è davvero difficile.

 

Come è cambiata la tua quotidianità dopo il trasferimento?

È cambiata completamente! In Italia avevo una vita diurna prevalentemente in ufficio o in treno, ero sempre sotto pressione e di corsa, mi ricordo che facevo la spesa alle nove di sera! A volte mi fermavo a cenare nei centri commerciali per guadagnare tempo, non potevo rilassarmi neanche quando viaggiavo in treno sulla Torino-Milano, tra sporcizia e furti era un vero incubo. Qui in confronto sono praticamente in vacanza! Mio marito continua a fare lo stesso lavoro ma con uno stipendio tedesco, così ho scelto di fare la mamma, di godermi mio figlio, di studiare per poter cambiare lavoro. Il mio ultimo contratto in Italia era come contabile in uno studio legale, ora invece vorrei lavorare nel sociale e proprio in questi giorni ho un incontro per iniziare una collaborazione con un centro che accoglie i rifugiati. Ho tanti progetti, e si la mia vita oggi è decisamente meno stressante.

 

Che cosa pensi del bilinguismo?

È un dono impagabile. Penso che oggi avere l’opportunità di imparare più lingue sia certamente un vantaggio. Noi parliamo in italiano con nostro figlio, e vogliamo che impari a leggere e scrivere la nostra lingua. L’Italia ha molto da offrire dal punto di vista culturale e non vogliamo che lui si perda l’occasione di assaporarla.

 

La cultura tedesca è molto diversa dalla nostra? Se ce ne sono, quali sono le maggiori difficoltà che incontri nella vita quotidiana?

Si la cultura tedesca è diversa dalla nostra, ha lati positivi e negativi a cui ci si abitua, ma per me la più grande difficoltà è stata e continua ad essere la lingua.

 

Una cosa assolutamente fantastica che hai trovato a Monaco e che manca in Italia?

La cura e l’amore per i luoghi pubblici, soprattutto per i parchi. Il comune investe milioni di euro per la manutenzione dei parchi, che devo dire sono meravigliosi e tutti i cittadini li vivono appieno per fare sport, passeggiate, concerti, pic-nic. Appena c’è un raggio di sole i parchi sono invasi di bambini che giocano, è una sensazione molto bella.

 

Che consigli daresti alla te stessa di tre anni fa prima di partire?

La frase che mi viene di getto è “Tieni duro, andrà tutto bene”, anche se mi consiglierei un corso di Tedesco fatto da insegnanti italiani!

 

Pensi mai di tornare a vivere in Italia?

Se mai un giorno dovessi lasciare la Baviera (e spero di no) non penso che tornerei a vivere in Italia, non con la situazione politica attuale.

 

Come definiresti il tuo blog IntantoinTedeschia.com ?

Intanto in Tedeschia è il mio diario di viaggio, ma è anche e soprattutto l’eredità che lascerò a mio figlio. Siccome è plausibile pensare che non gli lascerò milioni di euro a facilitargli la vita, abbiamo deciso di lasciargli bei ricordi, perché nei momenti bui, qualora arrivassero, un bel ricordo illumina più di un diamante.

 

La nostra rubrica si chiama “Espatriando si impara”. Pensi anche tu che sia vero? Cos’hai imparato espatriando?

La vostra rubrica ha un titolo più che azzeccato, perché espatriando si impara moltissimo, si matura e si cambia. Espatriare significa mettersi in gioco, ricominciare da zero. È un atto di coraggio nei confronti di se stessi, nessuno meglio di un expat sa quanto ogni piccola difficoltà superata contribuisca a farci sentire ogni giorno più forti.

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cnadia ha risposto alla discussione #2 20/03/2017 17:26
una bella intervista, mi ci ritrovo in molti punti, anche se sicuramente col francese la difficoltà linguistica è minore (ma compenso con l'olandese :-D )
laurahd ha risposto alla discussione #3 21/03/2017 08:55
beh oddio io ho tantissimi amici proprio a MOnaco e parecchi sono tornati (o hanno cercato di tornare) proprio una volta formata una famiglia
io stessa sono tornata dalla germania con Lollo che aveva meno di un anno
perche per esempio in germania e' quasi impossibile trovare posto al nido e quei pochi posti
costano un patrimonio (14 anni fa mi chiesero tipo mille euro al mese)
E' prassi che la donna resti a casa dopo aver fatto un figlio fino a tre anni (e quindi facendone diversi molte donne rimangono a casa per parecchio tempo) ed in certi lavori come il mio e' una cosa che praticamente ti annulla ogni possibilita' di carriera
francine ha risposto alla discussione #4 21/03/2017 08:58
Il link porta a un altro articolo...
laurahd ha risposto alla discussione #5 21/03/2017 09:00

francine ha scritto: Il link porta a un altro articolo...

io vedo l'articolo giusto

PS faccio notare appunto che sta tipa in germania fa "la mamma" quindi e' normale che non lavorando i ritmi siano piu rilassati
cioe' che paragone fa????
francine ha risposto alla discussione #6 21/03/2017 09:07
Trovo un pochino fuorviante l'articolo, sinceramente.
Qui lavoravano entrambi, lì lei non lavora.
Non trovo che le situazioni siano paragonabili, anche se mi rendo conto che forse non era lo scopo dell'articolo.
Però, come si evince da quello che dice Laurahd qui sopra, si racconta spesso solo una parte di verità per indorare la pillola.
laurahd ha risposto alla discussione #7 21/03/2017 10:02
comunque per curiosita' ho fatto un giro sul blog ed e' pieno di lamentele sulla germania (e sulla baviera in particolare)
dal sistema sanitario ai genitori a scuola e cosi via :lol:
cnadia ha risposto alla discussione #8 21/03/2017 11:19
Comunque io mi riferivo soprattutto alle similitudini riguardo all'esperienza di migrante in sé, non mi pronuncio sulla qualità di vita in Germania. Conosco almeno un paio di famiglie italiane che abitavano in Germania e che poi sono venute in Belgio e si trovano meglio qui, per i motivi che citavate (qui è normale che una donna torni al lavoro dopo 3 mesi dal parto)

Le lamentele sono normali, anche io ho una lista di lamentele lunghe così sui belgi, lo Stato, i loro problemi assurdi di lingua, e così via, ma resta il fatto che sono certa di aver fatto la scelta giusta per il futuro dei miei figli, per il semplice fatto che con più tranquillità economica, con più aiuti dallo Stato, con un clima sociale meno teso, una crisi che ha segnato meno la classe media, le medie imprese ecc... è molto più facile, meno faticoso, trovarsi un posto nella società, che sia il "proprio" posto, e non un lavoro preso perché bisogna guadagnare se no non si mangia (parlo per i miei figli, io ormai continuo a fare il lavoro che facevo in Italia, anche se probabilmente qua sarebbe più facile cercarne uno diverso). Qua ad esempio pagano dopo che hai fatto gli studi un'allocazione consistente per 3 anni (o più non ricordo) cosa che permette abbondantemente di trovare il "buon lavoro" o eventualmente fare altre formazioni...

Il senso dell'articolo non era comunque decantare le lodi della Germania, ma parlare dell'esperienza di migrante , che non è mai facile anche nelle condizioni migliori: comunque sei straniero (anche se meno straniero di un marocchino o siriano), comunque è un'altra cultura, un'altra lingua, comunque hai lasciato i tuoi affetti... e dopo un certo tempo fai i tuoi bilanci... probabilmente per alcuni il bilancio è in negativo, e quindi tornano, per altri resta positivo, e quindi restano.

Non è comunque mai un'esperienza indolore, soprattutto per gli adulti. Ma è sicuramente formativa, porta all'apertura, obbliga allo scambio, obbliga a rimettersi in gioco, a ricostruirsi... non è un'esperienza adatta a tutti, questo è certo.

Il senso della rubrica "espatriando s'impara" è semplicemente far conoscere le esperienze di italiani all'estero, non dire che altrove si sta meglio...
carm ha risposto alla discussione #9 18/04/2017 11:45
Mi ero persa questa conversazione, interessante! Sottoscrivo quanto dice Nadia sul senso della rubrica che - per inciso - a me piace molto. :-)

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Nina e Susi sono amiche del cuore, stanno molto bene insieme e hanno molte cose in comune, tranne…il colore della pelle. A scuola tutte le chiamano pane e cioccolato.

Nina sogna una principessa color cioccolato, proprio come lei, ma ha paura di essersi sbagliata perché i suoi compagni dicono che è impossibile: non esiste qui una principessa così. E anche a casa, nel libro di fiabe della mamma, una principessa nera non si trova. Così mamma e papà, insieme alla sua amica Susi organizzano una caccia alla principessa color cioccolato, fanno una spedizione in biblioteca e scoprono che fra le pagine di un libro c'è Akira, una principessa africana, bella e anche coraggiosa.

Questa è l'incantevole storia di una bambina nera, che esprime il suo senso di estraneità in mezzo a gente dalla pelle "bianca come la panna".

Per affrontare un tema delicato come le diverse identità e le varie peculiarità somatiche, è molto utile la chiave di lettura per gli adulti a cura di Mariateresa Zattoni, inserita alla fine del libro, scritto da Lodovica Cima.

Età consigliata dai 6 agli 8 anni

Il libro è inserito all'interno della collana "Parole per dirlo" edita da San Paolo Edizioni, rivolta ai bambini di 6-8 anni. Non sempre è facile trovare le parole giuste per spiegare ai bambini alcuni eventi della vita, situazioni difficili che si incontrano in famiglia, a scuola o con gli amici. Il modo migliore è quello di raccontare loro una storia che gli aiuti a capire ed accettare la novità.

Lodovica Cima vive e lavora a Milano, dove si è laureata in Letteratura italiana comparata alla Letteratura inglese. Ha due figli. Da più di quindici anni lavora nell'editoria per ragazzi, dapprima come redattrice in case editrici librarie (Signorelli, Vita e Pensiero, Cetem, De Agostini, Giunti, PBM Editori) e poi, dal 1996 come autrice/progettista e consulente editoriale. Ha creato e diretto per nove anni la collana di narrativa per ragazzi "La giostra di carta" per Bruno Mondadori Editore. Insegna al Master per L'Editoria istituito dall'Università degli studi di Milano e dalla Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori. Partecipa a giurie di premi letterari riservati ai ragazzi e scrive, oltre a romanzi e fiabe che si trovano in libreria, anche testi scolastici e parascolastici.

Francesca Carabelli, autrice delle illustrazioni, è nata a Roma nel 1969. Ha iniziato la sua attività artistica nel campo dell'animazione e successivamente si è dedicata all'illustrazione per l'infanzia. Ha partecipato a diverse mostre e concorsi. Ha pubblicato i suoi lavori con varie case editrici.

Intervista all'autrice: Lodovica Cima

autore: Lodovica Cima - Illustrazioni Francesca Carabelli

editore: San Paolo Edizioni, 2009

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