Sanità: Come funziona il sistema sanitario in Austria?

Essendo convalescente da un intervento chirurgico qui in Austria (niente di grave, appendicite), vivendoci ormai da nove (a volte mi sembrano luuunghissimi) anni, ed avendo ben due bambini partoriti, vaccinati, influenzati, in terra austriaca… posso dirmi esperta del sistema sanitario nazionale! Scherzi a parte, chi ha figli lo sa, è davvero un continuo, e sapere come funziona la sanità in un Paese che non è il nostro può rivelarsi fondamentale mentre ci si barcamena tra medici, specialisti, pediatri, ortopedici, e così via. Ho quindi pensato di condividere con voi gioie e dolori di un sistema che all’apparenza sembra complicatissimo, ma con due o tre dritte diventa accessibile ed è anche molto efficiente.

 

La prima cosa da sapere quando si parla di sanità in Austria è che senza E-card non si va da nessuna parte. Qui, a differenza dell’Italia, la tessera sanitaria e di previdenza sociale, ovvero la famigerata E-card, è collegata al contratto di lavoro. Chi non lavora, non è assicurato. Ebbene sì. E non siamo in America!

Come immaginerete, ci sono varie eccezioni a questa regola (ci si può ad esempio co-assicurare al proprio partner, anche se si è conviventi e non sposati), ma una su tutte credo possa interessare chi ha figli o pensa di averne a breve: se si è incinta si ottiene automaticamente, anche senza contratto di lavoro. A partire dalla prima visita ginecologica di accertamento della gravidanza, si riceve una E-card che è valida fino al compimento del 12 mese di età del bambino o della bambina (ovvero il primo compleanno). Dopodiché, i neonati ne ricevono una a loro intestata di ritorno dall’ospedale. Se non arriva entro qualche giorno, basta inviare il certificato di nascita (Geburtsurkunde) alla propria assicurazione sanitaria – a Vienna di solito è la WGKK (Wiener Gebietskrankenkasse).

Ma che cos’è la E-card? La E-card è una tesserina magica che vi aprirà le porte ad ogni genere di prestazione medica, ed è davvero importantissima. Come accennavo anche prima, non è una semplice tessera sanitaria, come potrebbe a prima vista sembrare, ma molto, molto di più. Sulla E-card infatti, si trova un numerino che è un po’ l’equivalente del codice fiscale italiano, serve per iscriversi all’asilo o alla scuola pubblica, serve per partecipare ai bandi, serve insomma per essere cittadini a tutti gli effetti.

Ma parliamo di sanità, non voglio andare fuori tema. Grazie alla E-Card, ci si può recare da tutti i medici di base (o come diremmo noi della mutua), ma anche da medici specialisti convenzionati con la WGKK – per semplificare, la domanda fondamentale quando si parla di sistema sanitario austriaco è “Ha tutte le Kassen?”. Se la risposta è sì, significa che si potrà fare la visita, anche specialistica, anche le analisi del sangue, gli esami radiologici, la visita oculistica, ortopedica, dall’otorino, usufruire di cure ospedaliere, e chi più ne ha più ne metta, senza spendere nemmeno un euro.

L’unica regola importante è che per ogni quadrimestre ci si può rivolgere solo ad un medico di base (ad esempio il o la pediatra) e tre medici specialisti (ad esempio ortopedici, oculisti e via dicendo). Quando si decide di cambiare, come ad esempio ho fatto io con la pediatra, bisogna accertarsi di essere in questo spazio temporale, altrimenti si paga di tasca propria. Sembra difficilissimo, ma vi garantisco che non lo è: inserendo la E-Card nel computer, i medici possono verificare se e quando è il quadrimestre giusto per cambiare, e vi informano seduta stante.

Ci sono poi i cosiddetti medici “Wahlärzte” che non sono convenzionati con la mutua (quindi con la WGKK). In questo caso si paga prezzo pieno, ma poi si viene in parte rimborsati. Ad esempio la mia ginecologa rientra in questa categoria, pago l’80% e il resto mi viene restituito direttamente sul mio conto corrente.

Come scegliere il medico di base? Non posso parlare per tutta l’Austria, perché io abito a Vienna, ma qui di solito funziona per distretti. Un po’ come appunto in Italia con il medico della mutua. Anche nel caso del pediatra, si controlla nella propria area di residenza, o al massimo nei distretti limitrofi, e si sceglie. Non sempre hanno posto per nuovi pazienti, conviene chiamare e chiedere prima, o avere qualcuno che è già paziente che fa da “referenza”. Io, anche in questo caso, ho voluto distinguermi, non perché ci tenga a fare l’originale, ma perché la mia compagna di stanza in ospedale quando ho partorito la prima volta aveva già una bambina di 5 anni. Ai tempi non avevo amiche con figli in Austria, quindi ho pensato di chiedere a lei se conosceva una brava pediatra, e lei mi ha consigliato la sua, che però stava nel distretto 20. Io abitavo ed abito tutt’ora nel distretto 7. Non è stato un problema, ho potuto scegliere anche una pediatra così lontana. Mi sono peraltro trovata benissimo, ma era davvero troppo distante, quindi dopo un anno e mezzo, ho deciso di cambiare e avvicinarmi a casa. Questo per dire che la zona o il distretto in cui si risiede è un’indicazione, ma non è un obbligo.

Infine, visto che parliamo di sistema sanitario, ed in particolare di famiglie, penso sia importante menzionare anche il “Mutter-Kind-Pass” (passaporto mamma-bambino). Il Mutter-Kind-Pass si riceve alla prima visita ginecologica di accertamento della gravidanza, è gratuito, e tutti hanno il diritto ad averne uno. Contiene una serie di visite obbligatorie – 5 durante la gravidanza e 5 dopo la nascita del bambino o della bambina – che sono legate alle sovvenzioni che lo Stato austriaco offre alle neo-mamme (una volta completate, si inviano i moduli alla sede competente), ed è in generale, a mio avviso, uno strumento molto utile, perché permette di riunire tutte le visite dei bambini in un unico libretto. I miei figli hanno 5 e 6 anni, ma io continuo a consultarlo e ad usarlo tantissimo. Inoltre, al suo interno, c’è il libretto delle vaccinazioni.

L’unica cosa che negli anni ho notato, e che con la disavventura dell’appendicite mi è stata più chiara che mai, è che l’assicurazione di base – come quella che ho io e che hanno i miei figli – dà diritto a tantissimi servizi, ed io finora mi sono sempre trovata bene, ma è comunque considerata un’assicurazione di serie b. Ad esempio, durante la mia degenza in ospedale dopo l’operazione, avendo l’assicurazione di base (WGKK) potevo ricevere visite dalle 13:30 alle 15 e dalle 17 alle 19. Chi ha un’assicurazione privata invece può ricevere visite dalle 11 alle 21. Naturalmente la differenza è che chi è assicurato privatamente, può avere una camera singola e dunque non disturba anche se riceve più visite. Lo trovo lo stesso strano, e mi ha fatto specie.

Altra discriminazione: il dentista. L’assicurazione, anche se il dentista ha “alle Kassen” (tutte le assicurazioni) non copre tutte le spese dentistiche, anzi non ne copre quasi nessuna tranne quelle davvero urgentissime. La cosa che mi ha fatto impressione quando sono andata per una carie l’ultima volta, è che l’anestesia è a pagamento per chi ha l’assicurazione di base. Quindi, in sostanza, se sei povero, puoi curarti i denti spendendo meno, ma devi soffrire. Assurdo no?

Per non dipingere un quadro eccessivamente negativo, devo dire che in seguito ad un incidente stradale, ho dovuto fare fisioterapia e sono andata in un centro molto bello, in cui ho fatto un massaggio alla settimana, più la ginnastica per 6 mesi, il tutto senza pagare assolutamente niente grazie alla magica ed inimitabile E-card.

Anche quando ho partorito, sono stata in un ospedale pubblico e mi sono trovata davvero benissimo. Non solo, di ritorno a casa, ho avuto la possibilità di chiamare un’ostetrica che è venuta gratuitamente ad aiutarmi per l’allattamento.

Anche i farmaci di solito vengono sovvenzionati, almeno in parte dalla WGKK, come del resto penso sia in Italia. Il prezzo per i farmaci pagati dall’assicurazione si aggira intorno ai 5,70 Euro.

A parte che, rileggendo, penso che pianificherò il mio prossimo viaggio a Lourdes, devo ammettere che il sistema qui ha di certo delle pecche, specie per i meno abbienti. Tutto sommato però offre molto, e con qualche accorgimento, ci si può curare proprio bene, sia noi che i nostri bambini, anche oltralpe.

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”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA

Le emozioni dei bambini

"Comprendere le emozioni dei bambini significa aiutarli a crescere felici. Traendo spunti ed esempi dal vivere quotidiano Isabelle Filliozat, psicopterapeuta di fama, aiuta a capire il significato di tanti comportamenti e a trovare le parole e i modi per risolver le situazioni che appaiono più difficili.

L'autrice non dà soluzione preconfezionate, ma analizza i problemi di tutti i giorni, che lei stessa mamma, di due bimbi di 2 e 4 anni all'epoca della stesura del libro, ha provato e soprattutto non trascende da quello che sono i genitori. Per capire il bambino che abbiamo davanti occorre ascoltare il bambino che siamo stati. Le emozioni dei nostri bambini allora hanno radici profonde, quello che non sopportiamo in loro tocca le corde più intime del nostro essere.

Oltre ad esaminare sotto nuovi aspetti le problematiche più comuni dei bambini e ad offrire spunti di riflessione, Filliozat descrive quali sono le emozioni più diffuse del vivere quotidiano per aiutare a cogliere quanto c'è di gioioso in ogni attimo della vita con i figli.

Questo libro potrebbe a prima vista rientrare nel filone dell'intelligenza emotiva introdotta da Goleman (Daniel Goleman, L'Intelligenza emotiva, ed. Rizzoli, 1996), ma a mio avviso ha qualcosa in più. Oltre a "partire dal basso", nel senso che si cala nei panni della mamma e del papà, è più vicino alla nostra sensibilità europea, a cui sta stretta il libro-manuale. L'autrice cita in bibliografia Alice Miller, la psicoterapeuta zurighese che ha descritto e documentato la sofferenza inespressa dei bambini e la difficoltà dei loro genitori a essere disponibili a capirla.

Questo libro si può non amare, si può non condividere in parte o del tutto, ma sicuramente colpisce il genitore che lo legge e, oserei dire, nella maggior parte dei casi fa scaturire delle emozioni che si credevano sepolte. Nel mio caso ha rivoluzionato il mio modo di essere madre."

autrice: Isabelle Filliozat

editore: Pickwick

I No che aiutano a crescere

A prima vista si può pensare che questo libro presenti il "No" come strumento educativo e non come conseguenza di un normale rapporto tra le persone.

Almeno, così pare leggendo la quarta di copertina:
Un neonato strilla, un bambino vampirizza la madre, un adolescente sta fuori fino a notte fonda. Per paura di frustrarli, i genitori spesso rinunciano a educare i figli, a riconoscere i confini tra l'io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l'ansia, a sopportare le avversità. Nelle famiglie si creano cosi situazioni di disagio per la semplice incapacità di dire un no. Dovrebbe essere ovvio che in certi casi bisogna dire di no, eppure l'opinione comune è che sia meglio dire di sì. Non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto può pero avere conseguenze negative sulla relazione tra genitori e figli, come anche sullo sviluppo della personalità dei bambini.

In realtà, il libro è un'analisi lucida e profonda del comportamento dei bambini dalla nascita all'adolescenza e del loro rapporto con i genitori. I "No" e i limiti non sono solo quelli che il genitore dice al bambino, ma sono soprattutto quelli che il genitore impara a dire a se stesso per favorire la crescita del figlio. Le ragioni del bambino sono sempre tenute in considerazione, come pure l'interazione madre-figlio. I limiti sono anche per la madre, quando non sa accettare che il figlio possa essere diverso da come lei se lo immagina, quando non accetta che possa essere autonomo, o quando interferisce con il ritmo e le sue modalità di apprendimento.

È pieno di ottimi spunti e di buon senso e, a dispetto del titolo, non è affatto un incoraggiamento a una revisione autoritaria del ruolo genitoriale.

autore: Asha Phillips (traduzione L. Cornalba)

editore: Feltrinelli