Mio figlio in Rosa

Camilla è una mamma di Firenze, ha tre figli e una vita normalissima, piena di impegni come quella di tante mamme. Nel suo blog “Mio Figlio in Rosa” racconta la propria quotidianità con L, suo secondogenito di 9 anni, che vorrebbe essere (anche) una bambina.

Essendo da sempre molto attenti anche al tema dell’identità di genere, abbiamo voluto rivolgere a Camilla alcune domande, ecco cosa ci ha raccontato.

 

 

Il tuo blog “Mio Figlio in Rosa” nasce da un’esigenza che non è quella classica di avere un diario online, ce la vuoi raccontare?

Non ho nemmeno pensato all’idea di un “Diario Online”. La mia esigenza era quella di trovare altre famiglie come la mia dopo anni di ricerche. Ed era anche quella di offrire un servizio a chi, nella mia situazione, si metteva di sera  a caccia di informazioni riguardo a una realtà da noi pressoché sconosciuta. Io ero stata aiutata dalla mia conoscenza delle lingue, ma chi non le sapeva come avrebbe fatto? Così ho deciso di espormi in prima persona, proprio come avevano fatto le mamme negli Stati Uniti, per esempio, quelle che mi erano state tanto di aiuto negli anni, tipo Marlo Mack di Gendermom, o Lori Duron di Raising my Rainbow o Lesley di Transparenthood.

Non è stata una decisione presa su due piedi, ma maturata nel tempo, dopo essermi fatta una sorta di bagaglio personale di conoscenza e esperienza e dopo essermi accertata che tutta la mia famiglia era unita e forte abbastanza da reggere a un potenziale impatto mediatico.

Che tipo di risposte hai avuto da quando hai iniziato questa avventura in rete?

La risposta è stata immediata e positiva. Innanzitutto, esattamente come desideravo, hanno iniziato a contattarmi famiglie nella mia stessa situazione. E poi l’accoglienza da parte della gente è stata fantastica. So che quando viene pubblicato un articolo sulla mia storia si leggono commenti di tutti i colori. Ma io non li leggo mai e mi confronto solo con chi si rivolge direttamente a me e devo dire che raramente ho ricevuto delle critiche. E quando ci sono state c’è sempre stato uno scambio costruttivo!

In redazione ha creato sincero interesse la tua posizione di madre, profondamente rispettosa e “in ascolto” del figlio. Ognuno di noi ha formulato un quesito da porti, segno dell’evidente volontà personale di approfondire il tema. In particolare, le tre domande che seguono, sono della nostra psicologa (Anna Laura Boldorini).

Alcuni pazienti raccontano di aver avuto lunghi periodi di incertezza e di sperimentazione prima di arrivare a una vera e propria scelta sessuale, mentre altri hanno ricordi precisi del loro orientamento già nell’età della latenza. Quali sono gli elementi che aiutano un genitore a delineare con un buon grado di certezza la diagnosi di genderfluid?

Innanzitutto va sempre chiarito un punto: nessuno qui sta parlando di “scelta sessuale” o “orientamento sessuale”. Quella è tutta un’altra cosa e non ha nulla a che vedere con l’identità. L’identità è chi siamo e l’orientamento sessuale è da chi siamo attratti. E l’uno prescinde dall’altro. Tenendo molto chiaro in mente questo, secondo me ognuno di noi dovrebbe domandarsi: quando ho capito chi ero? Credo che nessuno di noi saprebbe darsi realmente una risposta perché gli esseri umani sono realtà in continuo divenire. Ma se quel divenire avviene, diciamo, all’interno di una strada che è quella percorsa dai più, non dà tanto nell’occhio per cui nessuno ti mette di fronte a una scelta o ti interroga continuamente su chi sei. Nemmeno tu stesso ti fai troppe domande. Se invece quella persona percorre una strada, che è sempre una strada, solo meno affollata, ecco allora che partono tutte le domande e le discussioni. È solo un percorso più evidente, che è più difficile da tenere nascosto, ma è un percorso come tutti gli altri.

Onestamente non credo che esista una “diagnosi di genderfluid”. Esiste solo la necessità dei più di dare una etichetta. Ecco che allora un bambino/a che non rispecchia i NOSTRI canoni viene incasellato. Forse dovremmo perdere meno tempo sulle etichette e un po’ di più sulle persone.

Ricorrendo all’utilizzo di farmaci inibenti la pubertà, si allunga la finestra d’ascolto del bambino che ha in questo modo più tempo per esplorarsi, senza la pressione del corpo che cambia in una precisa direzione. Tuttavia il ritardo della pubertà, se da un lato favorisce quest’aspetto, dall’altro cristallizzando il bambino rispetto allo sviluppo dei suoi coetanei, non rischia di avere delle ricadute negative sulla sua sfera emotiva e dell’identità?

Io credo, ed è una opinione basata pensando a ciò che IO farei, che di fronte a un figlio/a  come il mio che ora è sereno ma che con l’arrivo della pubertà entra in depressione, diventa anoressico, ha pensieri suicidari (come accade purtroppo alla maggior parte di questi ragazzi) la mia assoluta priorità sarebbe quella di alleviare ogni sofferenza  e ristabilire un equilibrio. Tenendo ben presente che gli inibitori della pubertà sono da anni usati all’estero dando (dati alla mano) risultati eccellenti sul piano psicofisico degli adolescenti con disforia di genere. Se per un paio di anni mio figlio rimarrà un po’ indietro rispetto ai suoi coetanei credo che sia di gran lunga meglio che trovarmelo impiccato in camera da letto (scusate la crudezza dell’immagine)

Spesso nelle famiglie si rileva una divergenza di impostazione da parte dei due genitori sui principali temi educativi, ci sono esperienze di questo tipo nelle famiglie di bambini genderfluid che conosci? E che dinamiche si generano, in particolare su questo tema?

Ogni famiglie è a sé. E ciò dipende da mille fattori. L’educazione, la cultura, la fede, l’influenza della famiglia allargata, l’ambito sociale. Io e il mio ex marito ci siamo sempre trovati d’accordo sulla linea di comportamento da tenere. Altri ne discutono di più. Spesso sono i padri che hanno più difficoltà. Ma, dalla piccola esperienza che ho, mi pare che nel momento in cui viene fatta la giusta informazione, nel momento in cui si spiega che in fondo tutti siamo diversi, le posizioni tra i due si allineano e anzi capita che i padri diventino molto combattivi nella difesa dei diritti dei propri figli.

La serenità dei nostri figli dipende in qualche misura anche da quella dell’ambiente in cui si muovono. Che tipo di accoglienza avete vissuto in ambito scolastico?

Noi siamo sempre stati accolti in maniera assolutamente “regolamentare”. Credo che l’aver trattato l’argomento in maniera chiara e cristallina facendo sì che non si creasse alcun gossip intorno alla cosa, il rimanere sempre fermi sul rispetto della persona e non sul colore dei vestiti, abbia fatto si che a scuola non si creassero proprio argomentazioni, ma che si procedesse con le normali attività. Del resto questo è esattamente quello che succede quando è una bambina a fare il “maschiaccio” no? Il problema nemmeno si pone.

Avete mai avuto problemi a causa dei genitori degli altri bambini? Se sì, quali e come li avete affrontati?

I cretini ci sono sempre, ma devo dire che nel nostro caso l’incidenza non è stata maggior che in qualunque altro caso. Le persone più rigide esisteranno sempre. Basta saperle gestire.

Nella tua esperienza c’è differenza nell'approccio che hanno i più giovani, al tema dell’identità di genere, rispetto a quello degli adulti?

Io sono convinta che la nostra sarà l’ultima generazione ad aver problemi con identità di genere, col colore della pelle, con la differenza di credo, o l’orientamento sessuale! Guardo i miei figli e vedo con grande piacere che loro si vedono tutti uguali. In classe di mio figlio su 23 bambini abbiamo 14 nazionalità diverse. La pelle è di tutti i colori dell’arcobaleno e nessuno ci fa caso. Credenti e atei si rispettano. I miei figli stanno attenti che non ci sia maiale quando invito a cena amici di religione musulmana, sanno dove è il Bangladesh e che il Bangladesh non è l’India come la Nigeria non è il Marocco. Adorano il cibo del Senegal e mi chiedono di farmi insegnare le ricette. L’altro giorno un compagno di mio figlio ha ripreso una persona alla tele perché aveva detto che l’omosessualità era una malattia “Ma non è vero, mamma!” Insomma….con la globalizzazione perderemo i vecchi bottegai in centro, ma guadagniamo la conoscenza che porta al rispetto del prossimo. Non mi pare poco!  

Qual è l'atteggiamento che un ragazzo gender fluid vorrebbe in chi lo incontra? Immaginiamo che la risposta possa essere accettazione e rispetto, ma a livello pratico c’è qualche suggerimento che vuoi dare a chi ci legge?

Detto molto banalmente l’approccio che vedo che funziona nel nostro caso è “Ah sei maschio? Credevo fossi femmina! OK giochiamo?!” Naturalezza e voglia di stare insieme.

Quali sono i tuoi prossimi passi? Cercherai di fare network con le associazioni estere?

Sicuramente insieme ad altre famiglie come la mia fonderemo una associazione che serva  a fare informazione e a tutelare tutte quelle piccole cose che possono creare disagio ai bambini come i nostri (e non solo). Sicuramente continuerò a seguire ciò che viene fatto dalle associazioni all’estero e se ci sarà da fare delle cose insieme si faranno, ma credo che in Italia, intanto, serva innanzitutto tanta tanta tanta informazione.

Chiudiamo l'intervista con la consueta formula: c'è una domanda che non ti abbiamo fatto e alla quale avresti voluto rispondere?

La domanda è la seguente: si parla sempre di bullismo e emarginazione nei confronti di questi bambini e ragazzi “differenti”, ma che mi dici del “bullismo adulto” e l’emarginazione nei confronti dei genitori che accettano e accolgono figli “anticonformisti”?

Questo è forse l’aspetto più doloroso di tutta la storia. Onestamente forse l’unico per me. Nessun adulto ti dice apertamente “tuo figlio non va bene!” Soprattutto poi se si tratta di bambini relativamente piccoli. Tutti però perdono la “correttezza” quando si tratta di mettere in discussione il tuo ruolo di genitore (ma io direi anche di semplice adulto intelligente!).  E puoi stare certo che, non importa la fatica che fai, quanto ti informi, quanto ti fai seguire da specialisti, quanta paura puoi avere già per i cavoli tuoi, sarai circondato perennemente da adulti (e tristemente molti saranno amici) “tuttologhi” che mai ti chiederanno “Spiegami!”. Ma sempre ti diranno :“Avresti dovuto….”, “Hai sbagliato…”, “Non ti rendi conto….” Potrei scrivere un libro con solo le ragioni altrui. 

Noi adulti dobbiamo essere abbastanza strutturati da non sentire il peso di questa emarginazione. L’abbandono dei cari non è mai facile da gestire. Soprattutto non è facile accettare che forse tanto cari non erano. Ma a chi si trova nella mia situazione voglio dire che per ogni “caro che se ne va” ce n’è uno nuovo che arriva, consapevole, maturo, affettuoso. Perché chi decide di seguirti in questo viaggio ama la vita, la rispetta e non la abbandona mai. Quindi mai avere paura di restare soli!

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oipaz ha risposto alla discussione #2 27/04/2017 15:40
una bellissia intervista, un racconto splendido. fosse solo per la frase "con la globalizzazione perderemo i vecchi bottegai in centro, ma guadagniamo la conoscenza che porta al rispetto del prossimo. Non mi pare poco! "
serafina ha risposto alla discussione #3 27/04/2017 16:46
Si concordo. In realtà io sono meno ottimista sul rispetto del prossimo. Secondo me la strada che queste famiglie devono fare è ancora lunga.
L3gi0n3 ha risposto alla discussione #4 27/04/2017 17:09
Intervista molto interessante. Ho cercato il link del blog perché volevo sapere se può essere d'aiuto ad una mia cara amica che ha avuto però una figlia in azzurro. Ora il ragazzo ha ormai superato i venti, la consapevolezza è nata durante la scuola superiore, in piena adolescenza, e quindi è stato tutto più difficile anche per i genitori. Ora sta affrontando il percorso dell'intervento chirurgico che spaventa un po' tutti, me compresa che sono stata sempre vicina alla mia amica. C'è qualcuno all'interno del blog che ha già affrontato questo passo e può darci consigli?
ilapestifera ha risposto alla discussione #5 28/04/2017 09:57

mapi ha scritto: Intervista molto interessante. Ho cercato il link del blog perché volevo sapere se può essere d'aiuto ad una mia cara amica che ha avuto però una figlia in azzurro. Ora il ragazzo ha ormai superato i venti, la consapevolezza è nata durante la scuola superiore, in piena adolescenza, e quindi è stato tutto più difficile anche per i genitori. Ora sta affrontando il percorso dell'intervento chirurgico che spaventa un po' tutti, me compresa che sono stata sempre vicina alla mia amica. C'è qualcuno all'interno del blog che ha già affrontato questo passo e può darci consigli?

Puoi contattarla via e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ;-)
L3gi0n3 ha risposto alla discussione #6 28/04/2017 11:31
grazie, lo dirò alla mia amica.
cnadia ha risposto alla discussione #7 04/05/2017 19:18
Molto interessante.

La questione del genere è piuttosto complessa.
Il fatto è che nell'identità sessuale entrano diversi fattori.
C'è il sesso biologico: maschio o femmina o in rarissimi casi ermafrodita.
C'è l'identità di genere, psicologica, cerebrale: come l'individuo si sente (uomo, donna o una via di mezzo)
C'è poi il ruolo di genere che si adotta: maschile, femminile, androgino, e qui entra in gioco tantissimo la società in cui si vive, ma si può benissimo essere uomini, sentirsi uomini, ma volere atteggiarsi a donna, o l'inverso.
Ed infine c'è l'orientamento sessuale: da chi si è attratti sessualmente.

I casi come quello di questo bambino sono molto delicati perché si potrebbe essere portati a pensare che se uno si sente donna (nella testa) e vuole comportarsi da donna, allora lo deve essere anche fisicamente. Ma magari invece si può essere uomini fisicamente, amare il proprio corpo da uomo ma volere fare la donna... o viceversa...

Ci può anche essere il caso in cui si è maschi, ci si sente uomini, ma comunque ci si vuole atteggiare da donna... c'è un commesso di un negozio qui vicino che è maschio, e non fa nulla per nasconderlo: barba non sempre rasata, peli sulle gambe e braccia, vocione, nome maschile, insomma, un uomo e parla di sé al maschile, però si veste da donna... è un uomo "in rosa" e mi sembra anche piuttosto contento

Ed infine ci può essere il caso in cui lo scollamento tra identità psicologica e di ruolo e quella biologica è troppo forte e allora solo in quel caso è necessario cambiare il proprio sesso biologico.

Ed è per questo che credo sia importantissimo ascoltare e aiutare questi bambini e ragazzi perché trovino la loro identità e capiscano se il loro corpo va bene così o no.

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