Il primo lavoro

Federico Ian è arrivato a 17 anni senza avere la più pallida idea di cosa significasse lavorare veramente. Poi ha recuperato.

Durante le precedenti estati ha gozzovigliato felice fra vacanze, piscina e camp sportivi, inebriandosi della sua libertà estiva senza mai vagliare la possibilità di fare qualche lavoretto e guadagnare due soldini. A dir il vero,  in terza superiore  ha fatto un mese di alternanza scuola-lavoro in una  tipografia, ma l’impressione è che lo abbia vissuto come un gioco, o meglio, anche se ha imparato a usare la taglierina, ad impaginare e a fare molte altre cose, non ha mai acquisito veramente quel senso di responsabilità che un lavoro, anche piccolo, deve trasmettere.

 

 

Poi quest’anno il boom.

Finita la scuola è stato richiamato dallo studio grafico dove aveva svolto lo stage durante l’anno scolastico e per quattro settimane ha svolto la sua attività di otto ore di lavoro al computer, adattandosi senza nessuna fatica al ritmo impiegatizio.

Già prevedevo sacche di resistenza mattutina tipo “lasciami dormire” oppure rigurgiti di fanciullezza negata sul modello del “I miei amici oggi vanno a Mirabilandia perché, io tapino, devo andare in ufficio?”. Invece no. Un soldatino obbediente, puntuale e motivato che per quasi un mese si è seduto a computer e per otto ore ha scontornato figure di modelli di abiti da lavoro, cioè quello che l’azienda cliente dello studio aveva richiesto. Credo abbia ritagliato circa 3000 pezzi tra grembiulini, grembiuloni, camici, pettorine, guanti e scarpe antinfortunistiche. Un’orchite…Eppure non ha fatto una piega.

Molto consapevole dell’importante ruolo che il suo lavoro comportava, la creazione di fantastici cataloghi per aziende, ha continuato con determinazione e ha portato a termine il suo lavoro, ricevendo un piccolo rimborso spese di 250 euro e i complimenti del titolare dello studio che  già in precedenza, durante lo stage scolastico, gli aveva allungato 100 euro perché  soddisfatto per il lavoro svolto. Soldi non assolutamente dovuti che mi hanno fatto capire come la bassa media scolastica non avesse per nulla influito sull’impegno profuso da Federico nel lavoro che gli era stato assegnato.

Per me è stato importante capirlo: se da una parte la cosa mi ha lasciato perplessa, dall’altra ho capito che si stava muovendo su due piani completamente diversi, e con le modalità che aveva lui stesso scelto.

Poi sono arrivate le patate. “Fede ma sei proprio sicuro? Non è che poi, se non ti piace, puoi abbandonare il lavoro lasciandoli a piedi!”. “Ci voglio andare. Voglio lavorare se no mi annoio e sto davanti alla Play tutto il giorno”. L’ho guardato incredula. Era proprio lui? L’adolescente ribelle che lo scorso anno scolastico mi ha tirato scema perché studiava pochissimo e passava ore a urlare come un posseduto davanti a quel maledetto schermo combattendo con zombie e vampiri? Ma era lui?

Da brava chioccia primipara attempata l’ho accompagnato a fare il contratto (che emozione i suoi primi contributi) e a conoscere i suoi datori di lavoro.

“Tu non palare che parlo io!” mi ha redarguito mentre la titolare ci veniva incontro. E poi, una nuova scoperta. L’irascibile figliolo sempre pronto a criticare, sbeffeggiare le mie paturnie lavorative, quello che secondo me non aveva la ben che minima percezione del senso di responsabilità, delle modalità di comunicazione con un datore di lavoro, beh eccolo lì allungare la manona, presentarsi con nome e cognome, informarsi sulle modalità di raccolta, sugli ettari coltivati, sul tipo di patata,  sulle malattie delle piante. E la signora, che gli si rivolgeva come ad un vero adulto, rispondendo alla sua raffica di domande, e il marito imprenditore, che nel frattempo ci aveva raggiunto, che gli mostrava le macchie agricole, gli spiegava i prezzi all’ingrosso, le contrattazioni al mercato ortofrutticolo, le percentuali di resa del terreno. E lui annuiva e rispondeva con competenza. E pensare che in economia lo scorso anno ha risicato un sette con poco entusiasmo…

Ma allora studiava, allora sapeva!

Io lì, in un angolo a guardare questo nuovo figlio, sbocciato dalla crosta di un adolescente un po’ antipatico e, almeno a me pareva, refrattario ad ogni regola e interesse. Mi sono presa tutti i complimenti che mi sono mancati in questi quattro anni di scuola superiore. Gonfia come un pavone ho messo in cassaforte un “Ragazzo sveglio e intelligente”, “Ci piace avere ragazzi così motivati “ e  un preziosissimo “ L’avete tirato su bene” che mi ripaga di tanti anni di travasi di bile e seri dubbi sulle nostre capacità genitoriali.

Tutte le mattine ci svegliamo alle sei e dopo una veloce colazione lo accompagno sul campo alle 6,45 quando i titolari raccolgono lui e gli altri due compari per portarli sotto un sole cocente a lavorare in mezzo ai campi. Alle 15 lo vado a riprendere ed è sempre sorridente: dà un bel cinque al capo e ai colleghi e sale in macchina con le sue patate deformi e torniamo a casa. Pomeriggio doccia, sonnellino e in giro con gli amici.

Spesso ci parla (miracolo)  e ci racconta di quello che accade e quando gli ho chiesto perché un giorno mi ha fatto aspettare sotto il sole cocente fino alle 15.30, mi ha guardato scandalizzato spiegando che “Dovevano finire una fila” e che il lavoro non si può lasciare così incompiuto.

Ho riflettuto molto su questo cambiamento e mi sento di fare alcune considerazioni:

 

  • L’alternanza scuola lavoro è una forma educativa molto potente. Mi ricordo che quando andavo io alle superiori, per noi maestri e per i tecnici c’era il famigerato “tirocinio”, un periodo inutile e poco formativo che si limitava ad un monte ore di affiancamento ad un professionista, con poche esperienze dirette, molta teoria e poca pratica. Adesso, anche se con lavori ripetitivi come quelli che Federico ha svolto nella software house, l’impressione è che lo stagista abbia un minimo di margine decisionale nel suo lavoro e soprattutto abbia la preziosa opportunità di costruire le proprie capacità manageriali nell’ambito dell’organizzazione del lavoro, della responsabilità delle dead line per terminarlo, della qualità dell’esecuzione.
  • Questo primo contatto con il mondo dell’occupazione serve da apripista alle future opportunità di interagire con le aziende. L’approccio ‘adulto’ di Federico nella prima conversazione con il datore di lavoro, hanno evidenziato inimmaginabili capacità di relazionarsi con gli adulti. Un mondo dove è necessario essere credibili, competenti, affidabili. Anche se non sarà il suo lavoro definitivo sono sicura che i suoi prossimi colloqui di lavoro potranno contare su un vissuto emotivo già sperimentato e quindi potranno essere affrontati con più sicurezza e meno paura.
  • L’esperienza del lavoro estivo, e dell’alternanza scuola-lavoro, genera una migliore comprensione nei confronti delle attività dei genitori. Le tensioni che a volte, inevitabilmente, si portano a casa, saranno meglio comprese e di conseguenza accettate. Il condividere un’esperienza così ‘adulta’, come è il lavoro, con i familiari,  credo possa essere per un ragazzo, motivo di orgoglio e crescita emotiva. Sicuramente l’autostima di Federico ha fatto un balzo in avanti e anche le inevitabili beghe che a volte ci fanno compagnia a tavola fra un discorso e l’altro, sono accolte con interesse, con maggiore ascolto. Non c’è più il fastidio e l’estraneità di chi non capisce di cosa si sta parlando, ma  piuttosto l’accogliere un disagio che, in un qualche modo, si riconosce.

Queste sono ovviamente solo mie esperienze personali. E’ chiaro che se chiedete a Federico perché quest’estate ha preso in carico ben due lavori la risposta sarà "Per andare al mare e non dover chiedere i soldi a voi così non mi rompete le palle".

Eppure lo sguardo orgoglioso che gli ho visto quando è arrivato lo stipendio del primo lavoro, mi fa pensare che si sia innescato un meccanismo virtuoso che, nei tempi e nei modi che la sua giovane età comporta, lo condurrà verso la consapevolezza che lavorare è un modo per sentirsi inseriti nella società, per interagire a dei livelli più complessi, per crescere e diventare adulti.

 

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cnadia ha risposto alla discussione #2 27/07/2017 13:47
Bella questa testimonianza!!
I figli ci sorprendono sempre!! :-)

Tommaso e i cento lupi cattivi

E' notte. Una notte nera come la pece. Le raffiche di vento fischiano alle finestre, quasi volessero spalancarle.

Ed è proprio in notti come questa che - feroci e affamati - i lupi cattivi vanno a caccia di bambini... per mangiarseli!

Cento lupi famelici... no, forse erano cinquanta.
Cinquanta lupi assetati di sangue... beh, forse erano dieci.
Dieci lupi mannari... o era soltanto uno? Comunque, con una cacciatrice di lupi esperta come la mamma, si può dormire tranquilli!

Un libro molto bene illustrato, molto bella la scena della mamma che fa tanto rumore con la scopa contro... i bidoni della spazzatura per cacciare i lupi di cui Tommaso, e di conseguenza i suoi fratellini che poco prima dormivano tranquilli, hanno paura.

Molto adatto per i bambini che hanno timore ad addormentarsi!

Età prescolare.

autore: Valeri Gorbachev

editore: Nord-Sud

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